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Ravello, si ripete il miracolo della liquefazione del sangue di San Pantaleone

Oggi Ravello festeggia il suo patrono San Pantaleone e non è mancato il miracolo tanto atteso della liquefazione del sangue del Santo, custodito in un’ampolla all’interno di una cappella del Duomo dedicata al Patrono. Ed ogni anno, il 27 luglio, si assiste al miracolo della liquefazione del sangue. Secondo la tradizione non c’è un apparente motivo per cui il sangue passi da stato solido a liquido. Inoltre tale fenomeno avviene spontaneamente senza necessità di agitare o spostare l’ampolla.

Un fenomeno che ricorda il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro a Napoli. Non segue regole scritte, non segue una logica precisa. Semplicemente un evento da ricondurre alla fede.

Ed è la fede che ha portato a riflettere soprattutto il 17 marzo 2020 con una liquefazione straordinaria proprio in piena emergenza virus. Il parroco Don Angelo celebrava una preghiera al Santo in diretta streaming, quando ha annunciato il miracolo della liquefazione atipica.

La liquefazione de sangue di San Pantaleone è un “evento divino” di cui dà notizia, per la prima volta, la relazione della visita pastorale che il Vescovo Paolo Fusco eseguì nel settembre del 1577:  “Il sangue del glorioso martire, che si conserva in una grande ampolla di vetro, fermata da una custodia di argento antico, miracolosamente si scioglie dai primi vespri della festa e rimane così per tutta l’ottava sino al tramonto di alcuni giorni dopo”.

Diverse le testimonianze che si sono susseguite nei secoli e, tra le ultime, quelle dell’Arcivescovo di Amalfi, Mons. Ercolano Marini, datata 1918 e del capitano scozzese Jan Grant scritta di proprio pugno, nel mese di luglio del 1924, dopo un’attenta esplorazione cominciata a metà maggio e seguita, giorno per giorno, sino     alla completa liquefazione del sangue. “Studiai ripetutamente la Reliquia – si legge in quello che può considerarsi un vero e proprio diario del Miracolo – mentre tutto il contenuto era completamente opaco”.

Finalmente, il 2 luglio, appena finita la preghiera che il signor Mansi aveva suggerito di fare, “la metà del nastro di sangue, a sinistra del Reliquario, divenne liquefatto, trasparente, lucente, precisamente di colore rubino, mentre la linea del grasso di sopra era un poco sollevata, cioè a livello delle bollicine, e le gocce di sangue, aderenti all’esteriore (dove è la lesione sulla parete dell’ampolla) erano humide”.

San Pantaleone – come ricorda lo storico don Giuseppe Imperato in una delle sue interessanti pubblicazioni – visse nel III secolo, all’epoca di Diocleziano. Apparteneva ad una nobile famiglia, il padre era senatore ed egli medico, e non volle rinnegare il credo in Dio cui era giunto, con convinzione, dopo una prolungata riflessione sui valori del Cristianesimo inculcategli dalla madre.

L’imperatore Massimiliano, durante la permanenza a Nicomedia, lo minacciò di morte se non avesse rinnegato la sua fede e, vistosi disatteso nel suo volere, lo fece prima torturare e poi decapitare. “Il sangue – è detto nella Passio – fluì a rivoli tanto che la terra ne fu inzuppata ma non riuscì ad assorbirlo tutto perché ci fu chi premurosamente lo raccolse sapendo che era di un Santo”

Secondo la tradizione popolare sarebbe stata una donna a formare ed a custodire la reliquia nella propria abitazione sino a quando alcuni mercanti della Repubblica Amalfitana non riuscirono a farsela consegnare per esporla alla venerazione dei fedeli nella Chiesa del loro paese.  Durante il ritorno in Costiera, furono colti da una furiosa tempesta e la nave dovette riparare nella baia di Marmorata. Da dove non riuscì più a ripartire se non dopo che l’ampolla venne solennemente portata nella Cattedrale di Ravello. Un segno palese che “San Pantaleone l’aveva prescelta come sua patria di elezione di predilezione”.

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