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Positano, Federico Rampini al Le Agavi “Autunno difficile, la sfida è l’ambiente “

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Positano, Federico Rampini al Le Agavi “Autunno difficile, la sfida è l’ambiente”.

Quale economia ci attende dopo le vacanze e in autunno?

Questa la domanda alla quale si è cercato di dare risposta ieri sera alla bellissima manifestazione di “Mare, Sole e Cultura” nello splendido scenario dell’Hotel Le Agavi, il prestigioso Hotel della famiglia Capilongo.

A fare gli onori di casa il dottor Giovanni Capilongo con il saluto dsl sindaco Giuseppe Guida che si è intrattenuto con Rampini, una delle prime firme del giornalismo europeo, che si è complimentato per il turismo di Positano e la qualità dell’ospitalità della perla della Costiera amalfitana.

La risposta dipende da tre fattori. Primo, l’inflazione. Secondo, la vaccinazione. Terzo, i rapporti Usa-Cina.

Seguo questo ordine. Le aspettative d’inflazione stanno calmandosi un po’, a cominciare dagli Stati Uniti dove la turbo-ripresa le aveva infiammate. Consumatori, imprese, investitori in bond, stanno rivedendo al ribasso le loro attese sui rincari dei prezzi. Dopo un periodo in cui le previsioni sul carovita continuavano a crescere, che è durato dall’ottobre 2020 al maggio di quest’anno, negli ultimi due mesi l’allarme-inflazione si è leggermente attenuato. Tra i consumatori americani c’è pur sempre l’attesa di un aumento medio dei prezzi del 4,8% su base annua. Gli stessi consumatori però pensano che nell’arco dei 5-10 anni successivi l’inflazione tornerà a un livello più moderato, del 2,9%. A placare l’allarme sui prezzi concorrono due cause. Da una parte gioca il fatto che i maxi-piani di investimenti pubblici di Joe Biden – che se approvati provocherebbero giganteschi aumenti del deficit pubblico – sembrano arenati al Congresso. D’altra parte variante Delta, ripresa dei contagi, e difficoltà nelle vaccinazioni, fanno temere una ripresa un po’ meno “turbo” a settembre.

Anche la Cina fa la sua parte nel moderare gli scenari inflazionistici. Anzitutto va ricordato che il governo di Pechino dall’inizio della pandemia si è ben guardato dal varare maxi-piani di spesa pubblica, a differenza dall’America e dall’Europa. Non ne ha avuto bisogno, visto che la ripresa cinese l’abbiamo trainata noi usando una parte dei nostri piani di spesa pubblica per rimpinguare il reddito delle famiglie, che a loro volta ne hanno speso una parte per acquistare prodotti made in China. Ma dietro la prudenza nelle politiche di bilancio cinesi c’era anche la paura dell’inflazione. Xi Jinping ha usato le sue riserve strategiche di materie prime per interventi sui mercati mondiali finalizzati a calmierare gli aumenti dei prezzi delle commodities. Infine si nota che le imprese esportatrici cinesi in molti casi evitano di trasferire sui prezzi all’export la totalità dei rincari che subiscono nei loro costi di produzione (materie prime e salari).

Riguardo alla pandemia, il Fondo monetario internazionale stabilisce un legame forte tra il livello di vaccinazioni e le prospettive di crescita autunnali. Nelle sue ultime previsioni il Fmi rivede al rialzo la crescita di Stati Uniti e Regno Unito, tutt’e due attorno al +7% del Pil a fine anno, non a caso due nazioni che vantano percentuali di vaccinati tra le più elevate. Lo stesso Fmi ritocca un po’ al ribasso la crescita cinese, e delle economie-satelliti nel sud-est asiatico. Alla Cina assegna comunque +8% del Pil a fine annuo.

Benché l’America sia più avanti dell’Europa continentale, Biden è alle prese con problemi simili all’Europa: siamo attorno al 70% di vaccinati ma quelli che ancora rimangono da vaccinare non si fidano, dentro quel 30% si annidano resistenze di varia natura e coloriture ideologiche disparate. Descriverli come tutti trumpiani è una forzatura. In realtà l’ex portavoce di Trump sta facendo campagna tra i repubblicani perché si facciano inoculare “i vaccini di Trump” (ricorda cioè che fu lui a lanciare l’operazione di produzione in tempi record con Pfizer e Moderna nella primavera del 2020). Il rischio di un approccio troppo autoritario è evidente in un’America sempre polarizzata dove metà del paese è pronta a denunciare presunte “derive autoritarie”. Si assiste così alla strategia del “nudge”, la spintarella soft, che mescola obblighi e incentivi. Il ministero dei Veterani (reduci), che gestisce tanti ospedali militari, è il primo a imporre il vaccino al personale sanitario. Biden sta meditando di fare la stessa cosa per tutti i dipendenti federali e potrebbe annunciarlo da un momento all’altro. A livello locale, anche dove governa la sinistra come a New York, si adotta un approccio binario: i dipendenti pubblici che non sono vaccinati, per lavorare dovranno sottoporsi a tamponi continui. Infine interviene una spinta della società civile, dal basso: 300 bar di San Francisco hanno preso l’iniziativa da soli annunciando che accetteranno solo clienti vaccinati. Si cerca dunque di aumentare la convenienza a vaccinarsi senza arrivare fino all’imposizione. Intanto la decisione dell’Amministrazione Biden di mantenere chiuse le frontiere al turismo dall’Europa (e da ogni altra parte del mondo, in verità) la dice lunga sulle priorità: si preferisce sacrificare l’industria turistica pur di ridurre i rischi d’importazione del New Covid da aree dove la percentuale di vaccinati è più bassa.

Stati Uniti e Cina continuano a divergere e ormai il loro divorzio economico viene perseguito con alacrità da entrambe i governi. L’ultima prova l’abbiamo avuta in questi giorni, con la visita a Pechino di Sherman, numero due al Dipartimento di Stato, cioè viceministra degli Esteri di Biden. Si è vista consegnare una lista di otto richieste tassative da parte del ministro degli Esteri cinese. Siamo in piena Wolf Warrior Diplomacy, la diplomazia del Guerriero Lupo che racconto nel mio nuovo monologo teatrale “Morirete cinesi. La verità secondo Xi Jinping” (prossimo appuntamento il 6 agosto a Viareggio). Le richieste di Pechino agli americani sono variegate, includono la levata di diverse sanzioni. Ma il fatto di averle divulgate pubblicamente le rende semplicemente irricevibili: ora Biden ha le mani legate più di prima, fare concessioni significherebbe perdere la faccia. Xi lo sa benissimo e quindi il suo gesto è pura propaganda, in vista di una tensione prolungata. Su un altro fronte si è visto quanto Xi sia disposto a pagare prezzi economici elevati pur di emanciparsi dalla dipendenza dagli Stati Uniti. Dopo gli attacchi contro i colossi digitali di Big Tech a cui Xi sta gradualmente precludendo l’accesso a Wall Street, ora il leader cinese se la prende con un’altra tipologia di aziende quotate sulle Borse americane: le società che fanno “tutoring” cioè corsi privati per studenti. È un business fiorente in Cina perché il sistema scolastico e universitario è molto selettivo e competitivo. Da anni è cresciuta una fiorente industria che impartisce lezioni private per preparare gli studenti agli esami. Le aziende del settore sono così grosse che alcune si sono quotate in Borsa a Wall Street. L’attacco del governo consiste in questo: una nuova norma le costringerà a trasformarsi in non-profit, il che ovviamente ha subito fatto crollare le loro valutazioni in Borsa. Come nel caso di Big Tech, è interessante notare il mix di obiettivi che Xi persegue. Da una parte c’è una chiara impronta socialpopulista: nel caso dei giganti digitali Xi attacca la costruzione di posizioni dominanti e gli abusi monopolisti a danno dei consumatori; nel caso del “tutoring” prende di mira un servizio che accentua le diseguaglianze sociali perché solo le famiglie benestanti possono regalare ai figli costose consulenze private in vista degli esami. Al tempo stesso, Xi tende a tagliare la dipendenza di grandi aziende cinesi dal mercato dei capitali americano, a spostarle verso Hong Kong, e così persegue una sorta di autarchia finanziaria in vista di ulteriori deterioramenti nel rapporto con l’altra superpotenza.

Sui rapporti Usa-UE-Cina uno dei terreni di cooperazione ma anche di possibile scontro è l’ambiente. La strada verso la riduzione delle emissioni carboniche è ancora in salita, nonostante le calamità estive che hanno colpito il Nordeuropa e alcune regioni asiatiche. Qualcosa si sta muovendo, sia in Occidente che nei giganti del capitalismo carbonico orientale. È importante capire quali ostacoli andranno superati, e come. Su due punti non è stato raggiunto l’accordo all’ultimo G20 Ambiente: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi. Coinvolgere il trio Cina-India-Russia è fondamentale. La Repubblica popolare cinese è di gran lunga la prima fonte di emissioni carboniche del pianeta: con il suo 28% del totale pesa il doppio degli Stati Uniti. L’India sta aumentando velocemente la sua impronta carbonica e in un futuro non lontano peserà quanto l’Europa. La Russia è un nano economico ma è un petro-Stato con un ruolo sostanziale nell’esportazione di energie fossili. Dopo i disastri ambientali, come in Germania, è evidente che la vera sfida è l’ambiente.

 

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