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Penisola sorrentina, costa devastata per raccogliere illegalmente datteri di mare, 21 arresti

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Penisola sorrentina, costa devastata per raccogliere illegalmente datteri di mare.

Appena qualche metro sott’acqua, i predoni del mare hanno saccheggiato uno dei tratti costieri più belli al mondo, da Castellammare di Stabia all’area marina protetta di Punta Campanella, a Massa Lubrense, compromettendo l’ecosistema sottomarino fatto di pesci, alghe e molluschi.

Come si legge anche dal quotidiano Il Mattino, sette persone sono finite in carcere, altre undici ai domiciliari, mentre i tre referenti di Lombardia, Puglia e Liguria sono stati sottoposti all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

La maxi inchiesta, coordinata dalla Procura di Torre Annunziata (procuratore Nunzio Fragliasso, l’ex aggiunto oplontino Pierpaolo Filippelli, sostituto Antonio Barba) ha visto per quasi quattro anni i militari della capitaneria di porto di Castellammare di Stabia sulle tracce dei datterari che, nonostante il fiato sul collo da parte degli investigatori, hanno devastato la costa fino allo scorso marzo.

Disastro ambientale, ricettazione e associazione per delinquere finalizzata al danneggiamento aggravato, distruzione di un habitat all’interno di un sito protetto, distruzione di bellezze naturali e commercio di sostanze alimentari nocive, le pesanti accuse.

Dall’area marina protetta di Punta Campanella e marina di Puolo a Massa Lubrense, passando per i Bagni della regina Giovanna a Sorrento, il Banco di Santacroce a Vico Equense, Silenzio Cantatore a Piano di Sorrento, Punta Scutolo e l’ex Alimuri a Meta, il litorale di Pozzano a Castellammare.

I martelletti dei datterari hanno provocato distruzione per oltre 6,6 chilometri. Secondo l’accusa, a capo dei predoni del mare c’era Giuseppe Viola, che coordinava le squadre di datterari e partecipava anche alle varie battute di pesca di frodo. In carcere con lui sono finiti il fratello Elpidio Viola e gli altri stabiesi Ciro Amodio, Luigi Auletta, Antonio Del Gaudio, Salvatore Libero e Catello Avella, quest’ultimo con precedenti per camorra.

Insieme ai nipoti Catello e Vincenzo Viola e a Luciano Donnarumma (entrambi finiti ai domiciliari), avrebbero partecipato ad almeno una ventina di battute di raccolta dei datteri ciascuno.

Un business fiorente, da 100mila euro al mese e fino a 200 euro al chilo, con i prezzi che schizzavano in maniera vertiginosa durante le feste natalizie e ad agosto.
Nella rete di vendita sono coinvolti 113 indagati, 21 dei quali raggiunti da misura cautelare ieri. Tra questi ci sono una ventina tra titolari di 30 ristoranti (alcuni rinomati) e di 20 pescherie tra le più note della Campania. Per tre di queste, la Procura aveva avanzato richiesta di sequestro, rigettata dal gip. Spicca il nome della pescheria Di Napoli, la più nota sui social grazie al suo patron Giuseppe Di Napoli, ormai un’icona del web: anche lui indagato a piede libero per aver acquistato diverse volte datteri di mare da Giuseppe Viola per conto dei suoi clienti vip.

Ai domiciliari sono finiti anche Carolina Balzano, compagna di Viola e ritenuta la responsabile dei depositi dei datteri e di numerose consegne di frutti di mare proibiti, Francesco Mosca, Raffaele Auletta, Pasquale Guarino, e ancora Catello Massa e Luca Visco, accusati di comprare e piazzare sul mercato i datteri di mare, Diego Visone, residente a Quarto e ritenuto il vero e proprio intermediario per la zona flegrea e grossista per i ristoranti del Vesuviano, nonché Gaetano Guarro, imprenditore di Torre Annunziata che più volte ha rivenduto anche le pericolose vongole veraci di Rovigliano, raccolte alla foce del fiume Sarno e bollate da diversi studi scientifici come pericolose per il consumo umano. Sì, perché accanto alla raccolta illegale dei datteri di mare, gli indagati avevano messo su un commercio parallelo di vongole al veleno, piene di metalli pesanti e con concentrazioni di batteri fecali da voltastomaco.

Se il dattero di mare era il «vizio» irrinunciabile di professionisti e vip anche in alcuni ristoranti come il Belsit di Legnano, con le foto dei clienti su tripadvisor che lo servivano nei piatti di crudo o con semplici primi, le vongole di foce Sarno erano rivendute da molte pescherie in particolare a Castellammare e Torre Annunziata confuse tra quelle controllate. «Quelle vongole sostiene il procuratore Fragliasso raccolte in un altro specchio d’acqua sarebbero una vera prelibatezza. Invece rappresentano una minaccia per la salute. Anche per questo motivo l’obietto della Procura è risolvere il problema dell’inquinamento del fiume Sarno».

Nel blitz sono stati sequestrati garage destinati al deposito e allo stoccaggio dei frutti proibiti, 8 auto, 4 moto, attrezzature da sub, 40 cellulari e 18mila euro in contanti, ritenuti la cassa dei datterari.

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