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Mi sono vaccinato. Come faccio a sapere se si sono formati gli anticorpi?

In tanti stanno aderendo alla campagna vaccinale anti-Covid. Ma, dopo l’inoculazione, è inevitabile chiedersi se il vaccino abbia funzionato e se si siano formati gli anticorpi necessari a proteggerci.

Per capire se si sono formati gli anticorpi in grado di rispondere al virus può venire in aiuto il test sierologico, ma con questo metodo c’è qualche riserva. Inoltre va considerato che con il test non si riesce comunque a sapere quanto durerà la protezione.

Chi si vaccina e vuole proprio sapere se ha sviluppato gli anticorpi può ricorrere al sierologico, ma non quello normale che viene fatto anche in farmacia, pungendo il dito e usando la goccia di sangue, ma di un altro tipo.

A spiegarlo – come riporta un interessante articolo su “Il Giornale” – è Massimo Clementi, virologo dell’università Vita-Salute del San Raffaele di Milano: «Ci si deve affidare a test che misurino la quantità di IgM e IgG. Le Ig sono gli anticorpi, ma non tutti sono capaci di bloccare il Covid-19. In teoria per sapere se siamo protetti dovremmo cercare un particolare tipo di anticorpi: quelli neutralizzanti. Questi sarebbero gli unici capaci di rendere inoffensivo il coronavirus. Sottoporsi a tali test non è però semplice come recarsi in farmacia. Per misurarli serve un test molto complesso, al di là della portata dei normali laboratori di analisi».

Infatti, per vedere se gli anticorpi prodotti dal nostro organismo riescono a mettere ko il virus, devono essere messi a contatto con il Covid vero e proprio. E questo procedimento non può essere fatto in un laboratorio qualunque. Servono quelli con livelli di biosicurezza alti, che siano autorizzati a operare con microrganismi pericolosi. Un altro modo è ricorrere a pseudovirus sintetizzati artificialmente che non sono pericolosi perché non possono infettare. Anche questa alternativa non è però facile da trasformare in realtà. Insomma, questo genere di test sono possibili solo in alcuni istituti di ricerca e vengono svolti per scopi scientifici. A chi si vaccina non sono neanche necessari perché le normali Ig sono ritenute comunque un buon indicatore del livello di protezione.

Sergio Abrignani, professore di immunologia dell’università di Milano, ha spiegato che solo in rarissimi casi il loro valore, dopo il vaccino, è nullo: «Un certo numero di anticorpi viene prodotto praticamente sempre. Una possibilità più concreta è invece che ce ne siano, ma non molti. Esiste una zona grigia in cui non siamo sicuri se il numero di anticorpi presenti sia sufficiente a proteggere dal contagio».

Quello che è certo, come affermato dagli esperti, è che il vaccino non protegge al 100% dal rischio di contagio ma sicuramente evita l’ospedalizzazione e, nei casi estremi, il decesso.

La buona notizia, come precisato dal virologo Massimo Clementi, è che chi si contagia dopo l’inoculazione del vaccino difficilmente sviluppa una forma grave. Ed il professore Sergio Abrignani sottolinea: «Quello che si vuole evitare sono proprio i casi gravi e le morti. I contagi possiamo tollerarli. Sappiamo che il coronavirus non scomparirà, ma quando smetterà di uccidere cesserà di essere l’emergenza che è oggi”.

Per quello che riguarda la protezione da ricoveri, terapie intensive e decessi, i vaccini sono più o meno sulla stessa linea. Anche AstraZeneca e Johnson&Johnson hanno mostrato valori molto alti, tra l’80 e il 90%. Chi si vaccina, secondo Clementi è immune: «Può darsi che il virus entri in contatto con le mucose delle vie aeree, nelle quali il vaccino non induce la formazioni di anticorpi. Può anche darsi che lì si replichi un po’. Ma nel momento in cui entrano in azione le difese indotte dall’immunizzazione, la malattia è destinata a fermarsi».

Quando gli anticorpi non ci saranno più, non è detto che il nostro sistema immunitario non mantenga la memoria, in grado di continuare a proteggerci. Ma ancora non c’è nulla di certo. E non esistono neanche test che possano misurare una eventuale memoria. Per esempio però, sono state riscontrate tracce di immunità in persone che nel 2003 erano rimaste contagiate dal primo coronavirus della Sars. Non si sa se queste sarebbero sufficienti per impedire un nuovo contagio. Può capitare, come spiegato da Clementi, che il conteggio degli anticorpi dia zero in soggetti vaccinati che nelle settimane precedenti all’inoculazione abbiano seguito terapie cortisoniche, o anche in chi è immunodepresso. In questi casi non è ancora stato deciso se procedere con una terza dose di vaccino.

Probabilmente non ci basterà terminare l’iter vaccinale per essere al sicuro. Le nuove varianti del virus e il calo degli anticorpi ci porteranno con ogni probabilità a doverci vaccinare periodicamente. La speranza è che prima o poi il nostro sistema immunitario riesca a rispondere al virus da solo.

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