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Ieri a Positano un magnifico omaggio a “Mina” di Valentina Naselli foto

Ieri sera a Positano si è esibita Valentina Naselli, cantante, attrice e regista, rendendo omaggio a Mina con una perfomance canora e culturale di grande spessore, l’evento rientra nel cartellone degli eventi estivi organizzati dal Comune di Positano programmati da “Vicoli in Arte” con la direzione artistica di Giulia Talamo. L’artista toscana di Fiesole ma romana d’adozione, sulla passeggiata Rudolf Nureyev, non si è limitata a interpretare i brani più belli della carriera della Tigre di Cremona, ma ha raccontato la storia di ogni singolo brano incantandoci con particolari inediti sul percorso creativo della melodia e del testo che andava a interpretare, spesso anche divertendoci con battute, che l’umorismo in una donna è sintomo di profonda serietà e amore per quello che fa, lo scriveva Alberto Moravia in uno dei suoi diari di viaggio che condivise con Pasolini e la Morante.  Alla fine ha meritato gli applausi e a noi ha regalato un bis del “Cielo in una stanza” alla “Bossa Nova” veramente suggestivo, su richiesta del pubblico straniero che si è divertito non poco, versione “brasiliana” resa possibile perché con Valentina Neselli c’era Daniele Trissati che come Ghigo Renzulli (Litfiba) o Massimo Varini alla chitarra da del tu, anzi di più: fa quello che vuole, veramente bravo. Abbiamo incontrato Valentina Naselli a fine serata chiedendole un’intervista che ci ha concesso molto volentieri nonostante la stanchezza patita per il caldo africano ieri in spiaggia.

Caricamento temporaneo per contributo tpoe1od208Velentina Naselli e Daniele Trissati

– Valentina ti abbiamo ascoltato entusiasti, parlaci del tuo rapporto con “Mina” e le sue canzoni.

– Ho scelto Mina perché è stata una delle cantanti che mi ha iniziato al canto, perché è un’icona della musica italiana, perché è allo stesso tempo internazionale e la sua musica copre tanti generi diversi. Fa parte del mio repertorio ed è stato bello proporla, questa sera, per la prima volta qui a Positano.

– Un nome e un cognome: Raffaella Carrà.

– Raffaella Carrà è, sottolineo  – è – ancora e lo resterà per sempre un’icona dello spettacolo non solo italiano, soprattutto per il modo così pulito e bello che aveva di esprimere tutto quello che faceva. Artista completa, sapeva cantare, ballare, recitare, intrattenere gli ascoltatori, uno di quei personaggi che forse oggi manca nel panorama artistico italiano.

– Non vorrei immalinconirti ma ti chiedo anche di Milva, cui il “Positano Teatro Festival 2021” organizzato del compianto Gerardo D’Andrea intendeva rendere omaggio proprio in apertura dell’edizione di quest’anno e collegandomi alle esperienze di Milva col il Piccolo di Milano del mitico Giorgio Strehler, ti chiedo anche qualche battuta sulla tua esperienza di regista e attrice teatrale. 

– Milva è anche lei un’icona della musica italiana. Ha creato, se vogliamo, un genere nel modo di cantare, oltre a essere una figura molto particolare, così come lo erano le artiste a quei tempi; erano tutte molto particolari, senza quest’originalità credo che avrebbero fatto fatica a raggiungere il grandissimo successo che hanno meritato. Per quanto riguardo il teatro, io nasco con quello musicale, non con quello di prosa anche se io scrivo prosa. Scrivo soprattutto commedie brillanti. Cosa dire del teatro in genere, che è stato “maciullato” negli ultimi due anni e non solo. Negli ultimi due anni è venuta fuori una realtà che è sempre esistita in Italia. Una realtà che può essere guarita da chi sta fuori, intendo da chi ci governa ma anche da chi lavora per il teatro.  Subiamo ancora una mentalità, molto italiana, che lo relega a prodotto di mero intrattenimento mentre il teatro è anche terapia, che fa bene all’anima. Terapia che dovrebbe essere garantita a tutti e sempre.

– Continuando a parlare di teatro, vorrei che raccontassi ai lettori di Positanonews del tuo “Déjà vu”. 

– “Déjà vu” è il mio primo spettacolo teatrale che ho in programma di rimettere in scena per ora a solo Roma, quanto prima, penso in autunno.

– Come ti è saltato in mente di scrivere “Déjà vu”?

– Semplicemente mi è venuta l’idea e mi sono detta, io la scrivo, poi si vedrà. L’ho scritta in pochissimo tempo, poi l’ho fatta leggere ad amici e conoscenti ricevendone giudizi sempre positivi; il testo funzionava e alla fine ho trovato anche due “pazzi” che erano disposti a interpretarlo: Brunella Platania e Gerry Gherardi. Abbiamo quindi deciso di portarlo in scena e devo dire che ho avuto un discreto successo tant’è che l’abbiamo proposto per due anni consecutivi e tuttora continuo a ricevere richieste.

– Ci puoi raccontare per sommi capi la trama di  “Déjà vu”?

– Sì, la commedia ha per protagonisti un paziente e lo psicanalista che lo ha in cura. Il paziente soffre di una malattia, la sindrome di Korsakoff che è una malattia neurologica che insorge solitamente negli alcolisti cronici  ed è caratterizzata da disturbi della memoria, cambiamenti di personalità, confabulazione, apatia ecc. Sindrome dalla quale si può guarire dopo una lunga terapia. All’interno di questo quadro clinico problematico, si creano tra i due attori della pièce teatrale una serie di misunderstanding e situazioni tanto surreali quanto divertenti che rendono la storia molto comica.

– C’è qualche autore teatrale al quale t’ispiri?

-Non in particolare, ma sicuramente, anche inconsciamente ho subito influenze soprattutto da quel tipo di comicità basata sugli equivoci che è poi quella che utilizzo molto quando scrivo. Ho nelle mie corde il teatro d’intrattenimento fatto soprattutto di comicità senza però rinunciare a momenti di riflessione seria e profonda. A me piace però pensare che la gente venga a teatro soprattutto per divertirsi. Desidero che gli spettatori a fine spettacolo torni a casa con l’idea di aver passato una bella serata.

– I tuoi prossimi progetti legati a Positano?

– Due serate, la prima dedicata alle donne del rock, l’altra al grandissimo Pino Daniele.

Ringrazio Valentina Naselli e finisco con una riflessione: oggi la televisione si limita a inseguire i micro formati del web, è più facile e conveniente, infatti, far ridere utilizzando passivamente e pedissequamante i contenuti generati dall’utente rinunciando a scrivere nuove storie. Davanti ai nostri schermi ridiamo per video virali registrati da un adolescente con il suo gatto cantante, da un ragazzone americano che balla e stona, una sposa che cade in piscina  e centinaia di altre amenità. Non c’è il filtro della finzione, non c’è soprattutto costruzione, ridiamo perché potremmo essere davvero noi i protagonisti. Al teatro non rimane che alzare l’asticella e muoversi in direzione ostinata e contraria. Provare quindi a recuperare la grande tradizione classica superandola. Sono orgoglioso di Valentina Naselli e di tutti gli autori che invece nonostante quest’appiattimento credono ancora nel testo teatrale, nell’umorismo che è cosa colta e seria per dirla alla Pirandello. Spero che il teatro comico non sia abbandonato ma supportato e siano aiutati gli autori come la Naselli perché la comicità, quella d’autore, non fa semplicemente ridere: illumina.

a cura di Luigi De Rosa

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