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Seconda Guerra Mondiale: Mario De Monte, lo 007 di Maiori che spiava le truppe inglesi

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Seconda Guerra Mondiale: Mario De Monte, lo 007 di Maiori che spiava le truppe inglesi. Ce lo racconta Clodomiro Tarsia in un articolo della sezione Cultura&Società dell’edizione odierna del quotidiano La Città di Salerno. Fu il numero uno degli 007 della Regia Marina Militare dal 1939 al 1943. Il capitano di fregata Mario De Monte, di Maiori, diresse il sofisticato apparato delle intercettazioni segrete, che gli fu affidato all’inizio della guerra e gestì fino all’ora “X” della resa della nostra flotta al completo agli alleati. Sia lui che i suoi uomini, tutti esperti crittoanalisti, erano incollati 24 ore su 24 alle riceventi per intercettare i messaggi cifrati che partivano dalle navi e dai comandi inglesi, li decifravano e trasmettevano in chiaro immediatamente a Supermarina. Fino al 1939 il De Monte non sapeva niente di apparati segreti e di crittografia. Era stato un ufficiale in servizio negli assolati mari dell’Africa Orientale e ignorava anche di possedere le qualità cerebrali della superspia. Fino ai diciotto anni il giovanotto, classe 1899, aveva avuto una bella vita semplice e spensierata, tutta mare e sole, tra pescatori e pittori costaioli. Era, però, uno studente brillante e applicatissimo e, terminato il liceo, entrò nella famosa Accademia Navale di Livorno, uscendone con la nomina di guardiamarina. Aveva poco più di 20 anni quando prese parte, sul finire del primo conflitto mondiale, alla campagna in Adriatico come comandante di sommergibili. In seguito, con la promozione a capitano di corvetta, assunse il comando dei cacciatorpedinieri “Pantera” e “Leone” distaccati in Africa Orientale. Solo alla immediata vigilia del secondo conflitto mondiale, con la promozione a capitano di fregata, entrò nei ranghi del Simm, il Servizio segreto della Marina Militare, e fu arruolato inaspettatamente mentre sbarcava nel porto di Napoli per raggiungere Maiori e godersi una strameritata licenza di 30 giorni. Fu bloccato in capitaneria da un ufficiale, che gli consegnò un ordine scritto in cui gli si ingiungeva di presentarsi immediatamente presso il Ministero della Regia Marina, a Roma, per “comunicazioni speciali ed urgenti”. Ubbidendo forse di malavoglia, il giovane capitano si presentò all’incontro con i vertici che lo avevano convocato e, dopo un intera mattinata di colloqui riservatissimi e di test, uscì dalla stanza del capo del Simm, con l’incarico di riorganizzare su basi moderne una branca del servizio segreto della Marina Militare. Evidentemente erano state valutate di prim’ordine le sue capacità intuitive emerse dal faccia a faccia con i superiori e sottolineate, d’altra parte, da uno stato di servizio di ufficiale emergente. E ce la mise tutta nel nuovo ruolo di capo degli 007 della “Sezione 3-B” dell’Isma, il Servizio Segreto Informazioni, formato da agenti scelti della polizia segreta di Stato, della polizia militare e dell’Arma dei carabinieri. Tra i compiti dell’Isma rientrava quello di scoprire i segreti navali del nemico, ma anche di impedire che il nemico venisse a conoscenza dei nostri. A tale scopo l’Isma era stata divisa in “Fronte O” (Offesa, ovvero spionaggio) e in “Fronte D” (Difesa-controspionaggio). Al “Fronte O” le informazioni pervenivano dai canali consueti, vale a dire rapporti degli addetti navali, degli agenti prezzolati o volontari e dalla consultazione giornaliera della stampa nemica o neutrale. Al contrario il “Fronte D” basava la sua attività sulle informazioni carpite direttamente agli inglesi grazie a un sistema di stazioni radio in ascolto permanente e in collegamento costante con la centrale di Roma. Tutti i messaggi segreti diretti a Londra venivano intercettati, decrittati dagli alti specialisti del “Settore 3-D” e, dopo essere stati valutati attentamente dal De Monte, erano passati all’ammiraglio capo dell’Isma.

Il primo grosso colpo Mario De Monte lo mise a segno il 4 luglio 1940, ma purtroppo l’efficace lavoro svolto dal suo ufficio non fu preso nella giusta considerazione dagli alti comandi e la battaglia di Punta Stilo, invece di registrare una vittoria eclatante della nostra flotta, si risolse in un nulla di fatto. Era accaduto che gli uomini di De Monte avevano intercettato un messaggio degli inglesi che segnalava a Londra l’uscita dal porto di Alessandria della squadra dell’ammiraglio Cunningham e, in una successiva decrittazione da parte degli specialisti del “Settore 3-D”, erano state individuate una a una tutte le unità uscite e perfino i giorni e l’ora dei bombardamenti navali di Messina, Siracusa e Catania. Al che l’ammiraglio Bergamini si era dichiarato pronto a intervenire con la sua squadra, ma era stato inspiegabilmente fermato. Così gli italiani si mossero in ritardo e la battaglia, detta di Punta Stilo, si tradusse sostanzialmente in un pareggio anziché in una netta vittoria dei nostri. Invece nella primavera del 1942 andò felicemente a segno l’operazione “Pesca di Beneficenza”, affidata al salernitano e al capitano Eliseo Porta. I due, travestiti da pescatori, a bordo del peschereccio “Maria Rosa” salparono in gran segreto dal porticciuolo di Trapani alla volta di Capo Bon, sulle coste tunisine, dove a una profondità di 20 metri era adagiato il cacciatorpediniere britannico “Mohawk” silurato mesi prima dagli italiani. Il De Monte, mentre il collega teneva d’occhio la costa sorvegliata dai francesi, si infilò in uno scafandro e si immerse per ore nel tentativo di recuperare nel relitto i cifrari segreti e il libro dei segnali e regolamento del servizio radiotelegraficoin uso nella Royal Navy, che il comandante del “Mohawk” non aveva fatto in tempo a distruggere. Se coronata da successo, come lo fu, la missione avrebbe reso più sicura la rotta dei rifornimenti italo-tedeschi agli eserciti combattenti in Africa. Ma la lettura di un documento segreto permise anche di individuare un pericoloso agente inglese infiltrato nelle nostre basi.

Quando andò in pensione, Mario De Monte scrisse un romanzo- diario, che suscitò molto interesse e invogliò il regista Francesco de Robertis, ex capitano di fregata, a realizzare, nel 1954, il film “Uomini ombra” con soggetto e sceneggiatura affidati allo stesso autore del libro. La spy-story cinematografica ruota attorno a un addetto della Marina Militare italiana (un giovanissimo Giorgio Albertazzi) sedotto da un’avvenente straniera (Mara Lane) per conto del controspionaggio inglese. Il colpo di scena finale riabilita il giovane amante e rende giustizia alla fedeltà degli 007 dell’Isma.

Si farebbe bene a riscoprire libro e film per dare memoria a un capitano coraggioso salernitano e alle imprese da lui compiute per mettere al sicuro l’Italia in guerra. Mario De Monte è rimasto fin troppo nell’oblio.

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