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Alla scoperta delle balene, intervista all’esperto di cetacei Dr. Valerio Manfrini foto

Sorrento (NA) – Giovedì 14 gennaio 2021, in tarda serata, con la maggior parte dei cittadini delle due costiere ancora costretti in casa per la recrudescenza dei contagi da coronavirus, si diffuse tra i cellulari un video di quelli che la stampa locale bollò subito come “virale”, definizione quanto mai cinica, a dire il vero. Nel filmato era inquadrata una balena insanguinata che, evidentemente disorientata, colpiva con il muso la banchina del porto di Marina Piccola a Sorrento. La balena dopo qualche ora scomparirà, ma il giorno dopo, venerdì 15 gennaio, saranno i sommozzatori dell’Anton Dohrn e dell’Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno a ritrovarla, morta, a circa venti metri di profondità. La carcassa di quella che sarà identificata come balenottera comune (Balenoptera physalus) che con i suoi 19,70 metri risulterà una delle più grandi mai registrata in tutto il Mediterraneo, trasportata nel porto di Napoli, fu sottoposta a una necroscopia che durò quasi tredici ore, di cui attendiamo ancora i risultati definivi, anche se l’ipotesi più accreditata attualmente è quella di morte causata dal “Cetacean morbillivirus”. Il 18 aprile sempre di quest’anno rubricavamo un nuovo avvistamento eccezionale, quello di una Balena grigia (Eschrichtius robustus) nelle acque del Golfo di Napoli, cosa che sorprese non poco gli esperti, visto che questo mammifero vive in genere nell’Oceano Pacifico settentrionale. La Balena grigia sarà avvistata successivamente  nelle acque dell’isola di Ponza, quindi a Fiumicino e l’ultimo avvistamento è avvenuto a Maiorca, in Spagna (20 maggio 2021 N.d.R.). In vista dell’estate, dell’allentamento delle misure restrittive anti contagio e quindi di un probabile aumento di natanti e d’incontri in mare tra uomini e animali marini, mi premeva fare il punto della situazione in particolare sui cetacei presenti nei nostri mari con il Dr. Valerio Manfrini, un esperto biologo marino che da oltre venti anni si occupa di cetacei e tartarughe, e che mi ha concesso quest’intervista che mi auguro possa essere d’aiuto a tutti i nostri lettori che amano il mare e i suoi abitanti.
Dr. Valerio Manfrini (foto in basso), apro l’intervista con una domanda specifica legata alla balenottera di Sorrento, in base alla sua esperienza come spiega il comportamento dell’animale nel porto?
È difficile poterlo dire con certezza. Potrebbe essere un problema di tipo neurologico che ha indotto l’animale a perdere l’orientamento e a entrare all’interno dell’area portuale. Una volta all’interno del porto, il disturbo acustico generato dalle attività portuali, gli spazi ristretti e un habitat non certo ideale per un cetaceo, ancor di più se consideriamo i misticeti (es. balene e balenottere ovvero i cetacei provvisti di fanoni, lamine cornee presenti all’interno della bocca, che usano come un setaccio per trattenere plancton, piccoli pesci e altri organismi marini di cui si cibano), hanno aggravato la situazione.
In generale, quando un cetaceo si arena sulla spiaggia o in acque basse oppure si trova in evidente difficoltà a ridosso della costa 9 volte su 10 il suo destino purtroppo è già segnato. Diventa di estrema importanza il fatto che a intervenire su un cetaceo, ma anche su una tartaruga o altro animale, sia solo personale qualificato e competente. Chi non ha una preparazione specifica nel settore e non conosce la biologia di questi animali, anche se animato da buoni propositi, rischia seriamente di acuire le pene dell’animale e di mettere in pericolo la sua stessa vita o quella di altri con procedure sbagliate. In questi casi occorre sempre chiamare la Capitaneria di Porto più vicina che attiverà i soccorsi e informerà gli esperti.

Generico luglio 2021

Dr. Manfrini, sempre sull’argomento balenottera, le chiedo se ha avuto modo di confrontarsi con i suoi colleghi che hanno eseguito la necroscopia, può rivelarci la probabile causa di morte?
Mi dispiace, ma non le so dare informazioni. Ho sentito i colleghi e mi hanno detto che devono valutare ancora diversi aspetti e fare altre indagini. Quando non c’è una causa di morte evidente, i tempi per avere una risposta definitiva si allungano. Detto ciò, non essendomi occupato di questo caso lascio che siano i colleghi a esprimersi a riguardo.
Per quanto riguarda le dimensioni di 19,77 m, si tratta sicuramente di uno degli esemplari più grandi recuperati in acque italiane, ma non è il più lungo in assoluto poiché nell’aprile del 1973 una balenottera comune, di 21 metri misurati, venne speronata da un traghetto sulla rotta Genova-Porto Torres e morì in seguito alla collisione. Il cranio e la mandibola sono esposti presso il Museo di Storia Naturale di Verona.
Dr. Manfrini, lei è stato il primo in Italia a identificare la balena grigia avvistata per la prima volta il 14 aprile a Ponza (LT), come spiega questa eccezionale presenza nel Mediterraneo?
Ricordo che quel pomeriggio ricevetti diversi video da parte della Capitaneria di Porto di Ponza e in uno di questi si vedeva bene il profilo arcuato del capo, le macchie biancastre e le cicatrici dovute a parassiti esterni presenti in prossimità della testa e dello sfiatatoio, e altre caratteristiche che mi consentirono di identificare il cetaceo come balena grigia. Io girai i video ad altri colleghi e questi a loro volta ad altri ancora esperti di questa specie i quali confermarono. Questa specie non rientra tra i cetacei che sono regolarmente presenti nel Mediterraneo, ma nemmeno tra quelli che è possibile incontrare di rado come, per esempio, la balenottera minore (Balaenoptera acutorostrata) o l’orca (Orcinus orca). Non era mai stata avvistata prima in acque italiane e l’unico precedente in Mediterraneo risale al 2010 quando un esemplare venne avvistato in acque israeliane e successivamente in acque spagnole di fronte a Barcellona.
La balena grigia vive nell’Oceano Pacifico settentrionale. Il suo areale di distribuzione va dall’Alaska e dal Mare di Bering alle latitudini temperate delle coste della Cina e del Messico. Esistono due popolazioni: quella orientale e quella occidentale del Pacifico. Anche nell’Oceano Atlantico era presente una popolazione che si è estinta diversi secoli fa. Non sappiamo quale rotta abbia seguito per giungere fino a noi, ma è probabile che sia arrivata nell’Oceano Atlantico e da qui nel Mediterraneo attraversando le acque a nord del continente americano. Il cambiamento climatico e le temperature sempre più alte potrebbero aver aperto nuove vie nel Mar Glaciale Artico che questo esemplare, giovane e inesperto, potrebbe aver percorso giungendo nell’Atlantico anziché rimanere nel Pacifico.
Dr. Manfrini, ho letto che la Balena grigia per nutrirsi, al contrario di altre balene, “draga” i fondali alla ricerca di invertebrati e piccoli pesci; in un mare inquinato come il nostro non rischia di morire avvelenata dalle plastiche e altri inquinanti presenti sui fondali, inoltre i cavi elettrici che sempre più spesso vengono sistemati sui fondali, possono arrecare danno a questi animali marini?
Le balene grigie sono prevalentemente costiere, possono cioè avvicinarsi alla costa e nuotare in acque poco profonde. Si cibano di piccoli crostacei, molluschi, uova e avannotti di pesci, ecc. che filtrano dal sedimento del fondale marino. Questi cetacei, infatti, dragano il fondale con la bocca raccogliendo anche sabbia, fango e detriti che poi sono espulsi attraverso i fanoni che utilizzano come un setaccio. Questa specie, però, è opportunista significa che può cibarsi anche lungo la colonna d’acqua di piccoli pesci, crostacei e cefalopodi natanti. L’area costiera è caratterizzata da un’elevata produttività, ma anche da elevate quantità di contaminanti industriali derivanti dalle attività umane. Le balene grigie dragando il fondale possono entrare in contatto con composti inquinanti che si sono depositati nel sedimento ma, volendo fare un discorso più ampio, per i cetacei è più pericolosa la presenza di sostanze tossiche (es. metalli pesanti) o di microplastiche nelle prede di cui si cibano. Tali contaminanti si accumulano nei tessuti dei cetacei (bioaccumulo), a causa dell’elevata presenza in essi di lipidi (grasso), e una delle conseguenza del bioaccumulo è l’abbassamento delle difese immunitarie con tutto ciò che ne deriva.
Per quanto riguarda la seconda parte della sua domanda, in letteratura sono riportati casi di cetacei, e non solo, rimasti impigliati in cavi sottomarini di alimentazione, ma sono abbastanza vecchi verificatisi soprattutto tra gli anni ’50 e ’60. Questo rischio è potenzialmente ancora presente, ma l’avanzamento delle tecniche di messa in opera di questi cavi, il loro diametro (superiore a 5 cm) che li rende di fatto poco flessibili, l’avanzamento tecnologico e altri aspetti fanno sì che l’impatto di questi incidenti sulla cosiddetta mega-fauna non sia così importante. Rimane, però, il pericolo delle emissioni elettromagnetiche che possono interferire con il senso dell’orientamento dei cetacei e il pericolo indiretto rappresentato dal fatto che a questi cavi possono impigliarsi o avvolgersi reti fantasma, funi e altro materiale che a loro volta potrebbero diventare molto pericolosi per diverse specie animali.
Dr. Manfrini, qual è il comportamento da adottare nel caso ci si imbatta in una balena e, visto che in alcuni filmati la Balena grigia è stata “accarezzata”, ritiene che tali interazioni tra l’uomo e la balena siano da condannare?
Chiunque dovesse avvistare cetacei grandi e piccoli, o anche tartarughe, deve sempre tenersi a debita distanza, minimo 100 m, mai intralciare il loro cammino perciò mantenere una rotta parallela, rallentare, spegnere il motore o tenerlo al minimo, evitare di interagire. Se si ritene che la presenza dell’animale, soprattuto un grande cetaceo (es. balenottera comune o capodoglio), possa essere un pericolo per lui stesso e/o per la navigazione (es. se si trovasse in prossimità di un porto), segnalare l’avvistamento alla Capitaneria di Porto più vicina. Se, invece, è l’animale ad avvicinarsi alla barca, come abbiamo visto nel caso della balena grigia in diversi video amatoriali, spegnere il motore o ridurlo al minimo, non cambiare direzione repentinamente perché si potrebbe urtare l’animale ferendolo, evitare di toccarlo anche se capisco che la tentazione sia grande o di buttarsi in acqua per nuotarci accanto.
Dr. Manfrini le chiedo, visto l’aumento esponenziale dei traffici marittimi e gli scontri spesso mortali dei cetacei con le navi, quali soluzioni pratiche si potrebbero adottare per diminuire questa “mattanza”?
La sua domanda cade a proposito poiché in questo momento sto analizzando, insieme alla Dr.ssa Annalaura Mancia dell’Università di Ferrara, i dati relativi alle cause di morte degli esemplari di balenottera comune rinvenuti in acque italiane. Di circa il 67% degli esemplari analizzati non è possibile risalire alla causa di morte per vari motivi come, per esempio, l’avanzato stato di decomposizione. Del restante 33% di cui è nota la causa di morte, gli impatti con le grandi navi rappresentano circa i 2/3. In generale, questi impatti o le ferite causate dalle eliche sono la causa di morte più impattante sulle popolazioni di grandi cetacei in tutto il mondo. Le loro dimensioni unite a una velocità non elevata fanno sì che questi animali siano più colpiti rispetto ai cetacei più piccoli e veloci. Tuttavia, le cause di morte che interessano i grandi cetacei non sono solo legate agli impatti con le imbarcazioni, ma anche a patologie dovute ad agenti virali, interazioni con attività di pesca poco selettive e altre cause tra le quali anche naturali. Ci sono regole ben precise da rispettare quando le grandi navi transitano in prossimità di aree marine protette o in zone dove è appurato che ci sia un’elevata probabilità di incontrare cetacei, ma purtroppo gli incidenti accadono perché il traffico navale è sempre più intenso e le navi sempre più potenti. Un’idea per ridurre questi impatti potrebbe essere quella di incentivare la presenza dei Marine Mammal Observer (MMO), letteralmente osservatori di mammiferi marini, sulle grandi navi perché osservando il mare con potenti binocoli potrebbero individuare in anticipo la presenza di balene, balenottere o capodogli e consentire al Comandante di attuare le opportune misure per scongiurare l’impatto.
Un’ultima domanda legata alla sua professione, quali consigli si sente di dare agli studenti che dopo la Maturità vorrebbero scegliere la professione di biologo marino?
Ogni qual volta mi viene fatta questa domanda mi trovo sempre in difficoltà perché ci sarebbero tanti distinguo da fare. La prima cosa da dire anche se impopolare è che il biologo marino trova meno facilmente lavoro rispetto, per esempio, a un veterinario o a un chimico. Nel mio ramo, la cetologia, inoltre le cose si complicano ulteriormente. Nonostante questo, io consiglio sempre di fare ciò che uno si sente di fare e di farlo al meglio delle sue possibilità. Le posso dire quello che è stato il mio percorso, simile a quello di tanti altri. All’università scelsi Scienze Biologiche indirizzo bioecologico e feci una tesi studiando crani di tursiope, il delfinide forse più conosciuto a livello globale, conservati in alcuni Musei italiani; quando ho potuto, ho scelto discipline che ampliassero le mie conoscenze in ambito marino e non solo; parallelamente all’università ho seguito corsi, seminari, convegni anche all’estero; ho svolto periodi di volontariato presso strutture di ambiente controllato e Musei di Storia Naturale; ho raccolto libri e documenti, e continuo a farlo, per realizzare una piccola biblioteca personale; ho sfruttato internet per osservare video e altri contributi (ora ci sono molte più possibilità rispetto a quando ero studente) e tanto altro ancora. I primi incarichi retribuiti e i primi contratti di lavoro vennero col tempo.
La cosa che più mi sento di dire è che bisogna essere animati da una vera passione. Ricordo che frequentavo le elementari e già sapevo che avrei “studiato il mare”. Oltre a ciò, bisogna avere molta tenacia, non perdere mai di vista l’obiettivo finale perché non sempre si può lavorare, subito dopo gli studi o anche nel corso della propria vita, a ciò che più piace. Per esempio, prima di avere uno stipendio legato ai cetacei lavorai per due anni in un progetto di lotta biologica alle zanzare. Zanzare e cetacei non hanno nulla in comune, ma quell’esperienza è stata molto importante per me sia da un punto di vista professionale che umano. Bisogna inoltre cercare di specializzarsi in un settore poiché la biologia marina è una branca della biologia molto ampia, si passa dallo studio dello zooplancton (pochi mm di lunghezza) alle balenottere azzurre di oltre 30 metri perciò in mezzo c’è di tutto. Al giorno d’oggi non si può essere “tuttologi” occorre avere una formazione generale corposa, ma poi occorre specializzarsi in un ramo. Consiglio sempre di fare esperienze all’estero per confrontarsi con realtà lavorative e di volontariato diverse dalle nostre. Infine, ma non certo per importanza, suggerisco di essere umili, di ascoltare chi ne sa più di noi, di non crearsi sovrastrutture mentali, ma cercare di essere sempre obiettivi e razionali; consigli che a dire il vero valgono in tutti i campi e in tutti i contesti.
di Luigi De Rosa

Valerio Manfrini
Nato a Comacchio (FE) il 2 marzo 1977, si è laureato in Scienze Biologiche indirizzo bioecologico presso l’Università degli Studi di Ferrara. Ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Biologia Ambientale ed Evoluzionistica, curriculum Biologia Animale, presso il Dipartimento di Biologia Ambientale della Sapienza Università di Roma. Da gennaio 2006 ad aprile 2017 ha lavorato presso il Dipartimento Educazione e Scienza del Giardino Zoologico Zoomarine Italia di Torvaianica (Roma). Da gennaio 2011 ha ricoperto il ruolo di Responsabile Scientifico della medesima struttura e dal 2015 è stato anche il Responsabile Scientifico del Centro di Primo Soccorso tartarughe marine, sito all’interno di Zoomarine, che rappresenta il primo Centro di Recupero tartarughe del Lazio. Ha vinto una borsa di studio a livello nazionale dell’Associazione Centro Studi Cetacei Onlus (CSC), la prima rete nazionale di recupero cetacei e tartarughe, nel campo della medicina/gestione di mammiferi marini in tema di spiaggiamenti nell’ambito della quale ha svolto un periodo di formazione in Florida (USA) presso le seguenti strutture: Georgia Aquarium Conservation Field Station; Georgia Aquarium Marineland Dolphin Adventure; Harbor Branch Oceanographic Institute; Marine Mammal Pathobiology Laboratory; Mote Marine Laboratory; Clearwater Marine Aquarium e Sea World Orlando. Le attività svolte sono state: recupero animali selvatici; manipolazione e stabilizzazione di esemplari di cetacei, lamantini e tartarughe; gestione di animali mantenuti in ambiente controllato; necroscopie di lamantini e cetacei. Ha maturato inoltre esperienze nella realizzazione di studi sulla biologia riproduttiva del tursiope, di monitoraggio ambientale, attività didattico-educative e divulgazione scientifica, corsi di formazione specialistica per Istituzioni pubbliche (Capitanerie di Porto, AASSLL, ecc.), nell’allestimento di mostre tematiche e di preparati osteologici per Musei di Storia Naturale. Ha all’attivo oltre 100 interventi su esemplari spiaggiati di cetacei, tartarughe, squali e altri vertebrati marini. Dal 1997 al 2020 è stato socio del CSC dove ha ricoperto anche il ruolo di Segretario e Tesoriere dal 2011 al 2015. Dal 2011 al 2020 è stato membro del Consiglio Direttivo della medesima associazione. Attualmente collabora con la Rete regionale del Lazio per il recupero e soccorso delle tartarughe marine denominata “TartaLazio” e con l’Associazione Zoönomia attiva, dal 1999, nella formazione, educazione e ricerca legata ai cetacei (https://www.zoonomia.it/index.php/it/ ).

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