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Richard Florida lo studioso del futuro della socialità urbana “La Costa d’ Amalfi un esempio per il mondo”

Richard Florida lo studioso del futuro della socialità urbana “La Costa d’ Amalfi un esempio per il mondo”  . Interessante articolo sul Corriere della Sera di Alessandro Cannavò con una intervista di straordinario interesse per tutti e in particolare per noi in Costiera amalfitana, Positano, Amalfi e Ravello modello ed esempio, ma anche Parigi.. ecco perchè

«Aprite le finestre. In senso fisico e metaforico. Più aria per respirare meglio; e per rigenerare le idee che ci serviranno nel post pandemia». L’economista Richard Florida, professore alla School of Cities and Rotman School of Management dell’Università di Toronto, studia da vent’anni i motori propulsivi che portano alla continua trasformazione delle città. È diventato famoso, attirandosi anche molte critiche, per la sua analisi sull’importanza crescente, se non determinante, della classe creativa nei destini della socialità urbana.

Florida, uno dei maggiori studiosi di centri urbani rilancia: «Altro che fine, le epidemie hanno sempre portato a ridisegnare gli spazi vitali. Nella vita post-Covid ci saranno novità: i quartieri del business andranno ripensati e il nuovo modo di lavorare “casual” indurrà a riconsiderare i caffè, le piazze e i luoghi di vacanza»
Professore, il suo libro L’ascesa della nuova classe creativa scritto nel 2002, è stato aggiornato più volte in questo primo scorcio di millennio sull’onda delle crisi e delle ripartenze economiche ma anche delle grandi trasformazioni nel mosaico sociale delle città. L’ultima edizione risale al 2019, appena prima della pandemia. Nemmeno due anni dopo è tutto da rivedere?
«Direi di no. Al contrario, la pandemia ha accelerato le esigenze della classe creativa, che ora ha acquistato molta più libertà ed è più cosciente di dove voler vivere. L’equazione great projects, great people, great places, great spaces, è stata amplificata. E qui torniamo alle finestre aperte. Le aziende non potranno più costringere le persone a concentrarsi in torri sigillate. L’ufficio come luogo del lavoro è al tramonto, i quartieri del business dovranno essere ripensati, le downtown americane saranno la parte più in crisi della città post Covid. Che porterà a mischiare tutto quanto, scardinando definitivamente la struttura organizzativa di una società industriale novecentesca con la separazione dei luoghi residenziali, da quelli del lavoro. In una società in cui la tecnologia svolge una buona parte delle mansioni, lavorare sarà anche incontrarsi al caffè e al ristorante, l’ufficio servirà piuttosto nei momenti delle interazioni e delle decisioni».

Eppure veniamo da un periodo scioccante per le realtà urbane di tutto il mondo: luoghi di socialità e di cultura chiusi, scuole a singhiozzo, strade deserte, coprifuoco, esodo di tanti cittadini. Ha mai pensato che sarebbe stato la fine delle città?
«Nemmeno per un minuto. Certo, all’inizio sono stato terrorizzato, ho origini italiane e quanto è successo a Bergamo mi ha colpito profondamente. Ho due figli piccoli e un giorno eravamo in auto e ascoltavamo le canzoni del film di Disney Frozen. Rimasi di sasso per l’analogia di sentimenti tra quelli della favola e quelli che stavano montando in noi. Quel giorno tornammo presto a casa, come forte desiderio di protezione. Ma a parte questo aneddoto, cominciai a leggere la storia delle pandemie. Io sono nato nel 1957, nel pieno dell’influenza asiatica, i miei nonni avevano affrontato la Spagnola e non se n’era mai parlato in famiglia. Ho scoperto che le pesti dal Medioevo al Seicento in Europa uccidevano dal 30 al 40 per cento della popolazione, così come il vaiolo in Inghilterra. Eppure proprio queste tragedie hanno sviluppato la capacità di resilienza delle città. Un anno fa scrissi un articolo per affermare una convinzione che avevo già sviluppato: le città sopravviveranno. Oggi i giovani stanno ritornando a New York, aiutati dal prezzo più basso degli affitti. Certo, chi ha potuto è andato fuori, una scelta fatta per lo più da famiglie benestanti. E ci vorrà più tempo perché ritornino. In questo senso il fenomeno più interessante che sta avvenendo è che non si tratta di un trasloco in sobborghi più decentrati ma piuttosto in aree rurali o in piccoli centri che sono a tre, quattro ore di treno dalle metropoli. Dove però non devi più andare ogni giorno. Tuttavia le città non si sono svuotate».

Richard L. Florida è fra i maggiori teorici mondiali di studi urbani. Insegna alla School of cities and Rotman School of Management dell’University of Toronto Richard L. Florida è fra i maggiori teorici mondiali di studi urbani. Insegna alla School of cities and Rotman School of Management dell’University of Toronto
In Europa si parla di rendere la città fruibile in 15 minuti. Nel nuovo ecosistema urbano, cosa pensa di questa idea?
«L’idea lanciata dal sindaco di Parigi Hidalgo e studiata anche da città come Barcellona e Milano ha senso, perché le città europee sono più preparate a questa rivoluzione del modo di vivere e lavorare. Le separazioni tra luoghi di lavoro, di commercio e residenziali non sono così nette, non avete un pendolarismo esasperato. E in Italia ci sono tante splendide cittadine dove gli incontri di lavoro si fanno anche al bar e sotto il campanile della chiesa madre. Avete il senso del quartiere misto. In America è il modello del Greenwich Village di New York».

Come diceva già 60 anni fa l’urbanista Jane Jacobs, un luogo dove ci sia sempre gente in giro in momenti diversi della giornata. Ma lei crede davvero che il sistema di lavoro da remoto non verrà poi risucchiato dall’organizzazione tradizionale?
«I fatti dicono che siamo passati da un 5 per cento di lavoro da remoto prima della pandemia a un 20 per cento fisso più un altro 20-30 che lo fa occasionalmente. Ma questi lavoratori non stanno solo a casa, si trovano con il loro computer nei bar, nelle lobby degli hotel, negli spazi di coworking, a casa di un amico. Trenta per cento è all’incirca la percentuale di creativi delle grandi città in rapporto a un tessuto urbano che vede purtroppo aumentare il divario tra super ricchi e le classi svantaggiate e dove la classe media si sta riducendo. Resta il fatto che l’ufficio tradizionale avrà meno importanza, il lavoro va all’aperto, anche la vita notturna diventa occasione di produttività».

Non si può prescindere in questa rivoluzione del lavoro da una svolta verde delle città.
«Le due cose sono collegate. Ogni pandemia ha portato a ridisegnare gli spazi urbani, a ridurre la densità dei corpi. Il verde ha un ruolo fondamentale, dappertutto: più parchi, più arredo urbano, più alberi nei tetti, più piante dentro gli edifici. Come i quartieri, anche gli edifici devono essere misti, devono essere un luogo che garantisca la salute e il benessere. E devono poter far aprire le finestre. Nei trasporti stiamo già assistendo a una straordinaria accelerazione dell’elettrico che dovrà avere un peso anti-inquinamento importante nel delivery, attività lavorativa ormai dominante nelle nostre città. Il rischio è il congestionamento di auto ibride o elettriche perché i trasporti pubblici saranno gli ultimi a riprendersi del tutto». L’intervista continua sul Corriere.it

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