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Piano di Sorrento, il racconto del Prof. Ciro Ferrigno sull’eruzione del Vesuvio del 22 marzo 1944

Piano di Sorrento. Riportiamo un interessante racconto storico del Prof. Ciro Ferrigno sull’eruzione del Vesuvio del 22 marzo 1944: «Le prime avvisaglie della ripresa dell’attività il Vesuvio le aveva date l’anno prima, nel ’43, in piena guerra. Scosse sismiche assai frequenti poi, man mano fumarole, fiammate, apertura di nuove bocche eruttive, crolli all’interno della caldera ed altro ancora. Un dramma nel dramma, un’angustia in più per una popolazione già decimata e messa in ginocchio dai bombardamenti, appena uscita dal bagno di sangue delle Quattro Giornate.

Ma quel 22 marzo del 1944, a partire da dopo mezzogiorno, pioveva cenere ovunque. Le ore diventarono lunghe, interminabili. Buio pesto per una cenere densa ed opaca, pesante come il ferro. Sotto il carico enorme, crollavano le tettoie ed alcuni tetti, anche quelli a botte; le pagliarelle a protezione degli aranceti si piegavano e cadevano giù, i canali si ostruivano e l’erba era schiacciata al suolo, sotto una coltre di quattro dita di sabbia nera come la pece. La paura era immensa; l’oscurità pressoché totale.

Per le strade si incamminava solo chi ne aveva necessità, ma la maggior parte della popolazione restava chiusa in casa, cercando di scrollare, laddove possibile, il pesante manto nero, che si posava su ogni cosa. La paura era grande anche per l’incertezza del dopo. “Che ne sarà di noi? Cosa ancora può accadere? È questa la fine del mondo?” In tanti temevano per i parenti lontani, al fronte, a Napoli, anche per la mancanza pressoché totale di notizie. “Se qui da noi la situazione è questa, cosa ne è dei nostri fratelli a Torre Annunziata, Torre del Greco, Pompei, Resina, San Sebastiano al Vesuvio, Massa di Somma, Cercola e in tutti gli altri paesi sotto al vulcano?”

Con gli occhi sbarrati, dietro la finestra della canonica, il parroco, don Michele Maresca non si dava pace, andava avanti e indietro con nervosismo, immerso nei suoi pensieri… poi indossò la mantella a ruota, il grande cappello nero e scese in strada frettoloso. Barcollando nel buio, addossandosi ai muri delle case, il vecchio sacerdote giunse fino a Gottola e bussò al cancello della casa del sacrestano. Giuvannino Iaccarino era intento a spalare la nera coltre di cenere dal ballatoio. “Bisogna chiamare ‘o Mauriello… deve suonare la campana… questa è una calamità naturale…che Dio ci liberi!” tuonò don Michele dalla strada e si allontanò, lasciandosi inghiottire dal buio.

Pochi minuti e dalla nebbia cinerea venne fuori Antonino, ma le sue giovani e forti braccia non bastarono ad alzare la campana, in quell’aria fatta solida da un miscuglio di cenere e scorie di lapilli…ci vollero il fratello Aniello, il cugino Antonino ed un altro aiutante. Otto braccia, per sollevare la campana triste, la “Vox Mortua” e farla suonare. Era una fatica immensa: la campana non riusciva ad alzarsi, si riempiva così tanto di cenere, che sollevarla era un’impresa. Era spaventoso. In quel momento, dal campanile non si vedeva neanche la chiesa al lato!

Da San Michele il pianto della campana si spandeva nel buio delle strade e la gente si segnava, con le lacrime agli occhi. Quel suono funereo diventava la preghiera e la supplica corale dell’intero popolo, che implorava la fine di quel flagello. Ancora qualche giorno di quell’orribile pioggia e si sarebbero visti uscire in processione la Madonna del Lauro a Meta, l’Arcangelo e la Madonna delle Grazie a Piano, i Tre Santi a Sant’Agnello e Sant’Antonino a Sorrento. Come d’altra parte già avveniva in tutti i paesi dell’area vesuviana.

E la stessa commozione di allora aveva Antonino Mauro, quando ormai vecchio, mi raccontava questo episodio ed aggiungeva: “Fortunatamente – noi pensavamo ad una grazia- il vento si girò dal lato opposto al nostro, verso gli Appennini, l’Adriatico, tanto che la cenere arrivò fino in Albania. Se fosse venuta ancora a lungo nella nostra direzione, ci avrebbe uccisi tutti!”».

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