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Piano di Sorrento, il racconto del prof. Ciro Ferrigno: “Li turchi a la Marina…”

Piano di Sorrento. Riportiamo il consueto racconto del lunedì del Prof. Ciro Ferrigno.

La storia ci ha trasmesso le date di alcune invasioni subite dal nostro territorio da parte di turchi, mauri e saraceni. Certamente sono note quelle più tragiche, mentre tanto è stato inghiottito dal buio del tempo passato. La penisola sorrentina, per la sua stessa posizione, si è trovata maggiormente esposta a scorrerie ed aggressioni, perpetrate a discapito dei più deboli, degli abitanti delle marine, dei pescatori, dei marittimi e dei pastori. I predatori orientali distruggevano tutto quello che non era oggetto di razzie, appiccavano il fuoco, abbattevano, rovinavano e si scagliavano con particolare furore contro le chiese ed i monasteri e tutto quanto potesse riguardare la religione. Nella generale devastazione passavano in secondo piano i comportamenti oltraggiosi nei confronti delle donne; parecchie subivano violenza carnale e non furono pochi i casi di donne che diedero alla luce creature di sangue misto, che avrebbero conservato e trasmesso una diversità nei tratti del volto, nell’intonazione della voce ed anche nel comportamento. Persone con tratti somatici orientali erano rintracciabili più facilmente proprio nelle nostre marine, come Cassano, la Grande a Sorrento e della Lobra a Massa. Certo le marine erano le più esposte alle aggressioni notturne, quando i movimenti dei barconi sfuggivano alla vigilanza delle torri di guardia, che presidiavano tutta la costa. Le torri, costruite in epoca vicereale, lanciavano segnali di allarme con il fuoco, durante la notte e con il fumo durante il giorno ed erano state costruite in modo che da una si potesse vedere l’altra, la più prossima ed assieme formavano una barriera protettiva. La ferocia dei saraceni talvolta era utilizzata dalle stesse popolazioni di un luogo che assoldavano quella gentaglia per far del male ad un centro vicino col quale non correva buon sangue. Certo pure la Repubblica di Amalfi dovette fare i conti con quei predoni, per continuare a svolgere indisturbata i suoi commerci con tutti i porti del Mediterraneo.

I momenti brutti, i dolori, le sofferenze, le offese sono un triste bagaglio che ognuno cerca di rimuovere e per questo non ci sono giunte tante storie e tante testimonianze di quel periodo lunghissimo che subì una battuta di arresto solo con la sconfitta dell’Impero Ottomano nella battaglia di Lepanto. Molto fu scritto intorno al saccheggio di Sorrento e Massa Lubrense del 1558, pagine terribili ed agghiaccianti, ma resta anche qualche testimonianza riguardo alla distruzione del borgo di Galatea, avvenuta intorno agli anni Venti de Cinquecento.

Autori vari parlano di aggressioni avvenute con sbarchi nelle marine deserte del versante amalfitano con attacchi alle spalle dei nostri centri abitati con lo stesso rituale: saccheggi, devastazioni, incendi, uccisioni, stupri, furore verso le immagini religiose. Se Galatea fu rasa al suolo, quale sorte toccò all’Abbazia di San Pietro a Cermenna? Quante volte fu saccheggiata e bruciata, demolita e ricostruita? La storia tace. Singolare la vicenda della Madonna di Galatea, giunta dall’Oriente e salvata dal furore iconoclasta, che poi fu oggetto di offesa nel paese dov’era custodita e venerata. La chiesa fu distrutta, l’altare violato, di tutto non rimase che un ammasso di pietre su pietre. Ma furono proprio quelle a custodire la sacra Icona per più di mezzo secolo, fino a quando tornò miracolosamente alla luce nella primavera del 1580. Era il tempo giusto, a Mortora era pronta la nuova chiesa e la Vergine di Galatea è lì che voleva stare.

La nostra storia è tutto un groviglio di serenità e guerre, di mare che genera vita e porta morte. Una storia di torri e di campanili, di bambini figli di violenza carnale eppure accettati ed amati, di acqua e di fuoco, di una Vergine che compare e scompare, si nasconde e torna alla luce, ma che è sempre e comunque dispensatrice di grazie.

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