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“La bellezza contro la paura” ancora 100 passi con Peppino Impastato

43 anni fa veniva ucciso da Cosa Nostra Peppino Impastato. Il fratello Giovanni: "amava il bello e rifuggiva l'assuefazione al brutto, perchè chi è rassegnato non ha più bisogno di verità". Decenni di violenza e omertà per ribellarsi a quel 'sistema parallelo' percorrendo 'cento passi' simbolici verso la legalità

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“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”. Ne era convinto Peppino Impastato, ucciso dalla mafia 43 anni fa, il 9 maggio 1978. Il suo sogno-profezia resta attualissimo. Come quello di Paolo Borsellino vittima anche lui di mafia nel 1992: “Questa terra diventerà bellissima”, ma bruttissima per entrambi era la mafia. Per il giudice siciliano insopportabile “puzzo del compromesso”, per Peppino “una montagna di merda”. Oltre a ‘I cento passi’ – celebrati nel film di Marco Tullio Giordana – che a Cinisi separavano la casa di Impastato da quella di Tano Badalamenti, c’è un vero e proprio cammino da fare, che però “è certo, non è eterno”, ha detto una volta Giovanni Falcone, perché la mafia è una maledizione che ha dentro la sua fine. Un percorso che tutti devono intraprendere. Quei ‘passi’ segnano ancora la differenza e diventano maratona della memoria – fra sit-in e iniziative culturali tra Radio Aut a Terrasini, il casolare e Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato a Cinisi, ma anche al di là dello Stretto – si vuole continuare a solcare un “campo”, a consumare la suola delle scarpe, strada che non deve essere lasciata agli uomini del disonore. A Cinisi, paesino siciliano schiacciato tra roccia e mare, nei pressi dell’aeroporto, dove decollava il traffico di droga, pochi metri separavano la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, loro che erano cresciuti insieme in storie diversissime della stessa Sicilia. Peppino leggeva Sciascia, era intelligente, non accettava il silenzio: voleva capire. Fino a quando nel 1968 – anno simbolico – si ribella come tanti giovani al padre che ha precisi legami e parentele con Cosa Nostra. “Era un uomo libero, un siciliano libero” ha detto oggi suo fratello minore Giovanni “voleva affermare la verità. I nostri nemici non erano solo i mafiosi, ma tutta una parte delle istituzioni che remava contro di noi” e poi “lui esprimeva un concetto di bellezza lontano dalla mercificazione del corpo: diceva sempre che è dalla cura del corpo che inizia il rispetto degli altri, e anche per l’ambiente, e rifuggiva l’idea di assuefazione al brutto, di rassegnazione che considerava molto pericolosa, perchè chi è rassegnato non ha più bisogno della verità”. Per Peppino allora trentenne – certamente consapevole – quella ribellione ha un prezzo altissimo: è una sfida alla mafia. Con “Radio Aut” che infrange il tabù dell’omertà e con l’arma del ridicolo che distrugge il clima reverenziale attorno alla mafia, Tano Badalamenti diventa “Tano Seduto” e la cittadina di Cinisi, è “Mafiopoli”, emblema di una criminalità organizzata sempre più sistema ‘parallelo’ con la sua fitta rete di alleanze e interessi. Impastato si candida alle elezioni comunali, vuole combattere la mafia entrando nelle istituzioni, ma due giorni prima del voto, nella primavera del 1978, lo fanno saltare in aria: sei chili di tritolo – arma prediletta dalla mafia di quegli anni – sui binari della ferrovia. L’assassinio coincide con il ritrovamento a Roma del corpo di Aldo Moro – quelli erano anche gli anni di piombo – e viene rubricato come suicidio o atto terroristico. Solo venti anni dopo la Procura di Palermo rinvierà a giudizio Tano Badalamenti come mandante dell’assassinio, quel suo vicino tanto conosciuto e tanto contestato. Nel 2000 la pellicola di Giordana ridesta nel Paese la passione e l’indignazione per la storia di Peppino interpretato dal grande Luigi Lo Cascio. Tutti o quasi lo hanno visto e insieme a Peppino hanno conosciuto la figura eccezionale di sua madre, Felicia, fragile e fortissima – non poteva essere diversamente – una lama di cristallo conficcata nel cuore della mafia antica. Fino al giorno della sua morte avvenuta il 7 dicembre 2004, a 88 anni, Felicia terrà alto come un vessillo la memoria del figlio. Durante il processo, non ha paura di puntare il dito e lo sguardo contro il feroce boss Tano Badalamenti collegato in videoconferenza. E l’11 aprile del 2002, dopo 24 anni arriva la condanna all’ergastolo di Badalamenti che spazza via per sempre i tentativi di depistaggio cominciati già la mattina di quel tragico 9 maggio. I giudici della terza sezione della Corte d’Assise, presieduta da Claudio Dall’Acqua, giudice a latere Roberto Binenti, spiegano nelle motivazioni della sentenza che “il pericolo costituito da tanta irriverente ed irritante rottura del muro dell’omertà era vieppiù palpabile da far ritenere che la soluzione del problema fosse necessaria ed anche impellente, stante peraltro che il giovane di lì a poco, secondo attendibili previsioni, sarebbe stato eletto consigliere comunale”. Il boss è raccontato e sbeffeggiato da Impastato a mezzo microfono radiofonico: “Ci sarà anche un porticciolo bellissimo, già in costruzione e potremo sistemare le nostre veloci canoe che porteranno al di là del mare la sabbia bianca, tabacco, bianco come la neve”. La connessione tra il suo assassinio e il boss è per la prima volta rilanciata con forza nel maggio del 1984, quando l’Ufficio istruzione di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata da Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però a ignoti. Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia della madre di Giuseppe Impastato, nel volume “La mafia in casa mia”, e il dossier “Notissimi ignoti”, indicando come mandante del delitto del figlio, Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni per traffico di droga a New York, nel processo alla “Pizza Connection”. Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto, nello stesso mese a Capaci moriva col tritolo anche il giudice Giovanni Falcone. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, formalmente incriminato. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. Nel 1998 in Commissione parlamentare antimafia si costituisce un comitato sul ‘caso Impastato’ e il 6 dicembre 2000 è approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio. Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise riconosce Vito Palazzolo colpevole e lo condanna a 30 anni di reclusione. L’anno dopo arriva anche l’ergastolo per Badalamenti. Nel 2010 le chiavi della sua casa vicina a quella di Peppino, sono consegnate all’Associazione culturale Impastato. Per percorrere quei ‘cento passi’ ci sono voluti oltre 30 anni, ma non sono stati percorsi invano.

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