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Amalfi, il giornalista Sigismondo Nastri: “La statua di San Pasquale…”

Riportiamo un interessante racconto di Sigismondo Nastri, giornalista di Amalfi, su San Pasquale, tratto sul suo libro “Racconti dalla Costa” che uscirà a breve: «Da oltre mezzo secolo San Pasquale Baylon è lì, dimenticato, nella sagrestia del convento francescano. Sta con le braccia aperte e lo sguardo rivolto verso l’alto, nella nicchia ricavata dalla chiusura di una finestra, in un gesto difficile da decifrare: forse è d’implorazione, forse di commiserazione. La statua del mistico fraticello spagnolo, vissuto nel ‘500, fu donata da quattro gentiluomini, che ne portavano il nome, in ringraziamento di una consistente vincita realizzata in un circolo cittadino. Chi fu testimone dell’episodio racconta che essi si recarono espressamente a Napoli per commissionarla a un noto pastoraro nella bottega-laboratorio di San Gregorio Armeno.

Dopo un paio di settimane ebbero la notizia che l’opera era pronta. Per telefono concordarono il giorno e l’ora in cui sarebbe dovuta arrivare in paese, uno dei più popolosi della costa. Quando il furgone si fermò, all’imboccatura del corso principale, erano già lì, ad attenderlo, in abito scuro e cravatta. Fecero anche trovare, schierata, la banda musicale, che intonava allegre marcette. Presero in spalla la statua e la condussero in processione fino al convento, seguiti da una piccola folla di curiosi. Il padre guardiano, seppur infastidito, perché non ne era stato informato, accettò di prenderla in consegna, precisando che non l’avrebbe collocata in chiesa, ma in sacrestia, dove poi è rimasta.

Da quel giorno, prima di darsi convegno con altri amici, intorno al tavolo verde, che li vedeva assidui frequentatori, i protagonisti della storia vi si recavano all’imbrunire per raccogliersi in preghiera. L’intento era chiaro: accaparrarsi la benevolenza del santo, nella prospettiva di nuove più sostanziose vincite. Le cose, però, andarono in maniera diversa: nelle serate che seguirono, subirono batoste pesanti. La fortuna, ormai, aveva girato loro le spalle, costringendoli a tornare a casa, nel cuore della notte, amareggiati e con le tasche vuote. A nulla servì un estremo tentativo di dialogare con il protettore: “Ma come, ti abbiamo fatto la statua, veniamo a supplicarti, ti accendiamo le candele, ti adorniamo di fiori, e tu ci abbandoni!”, esclamarono, inginocchiati ai suoi piedi, quasi con rabbia. Nemmeno questo riuscì a commuoverlo. Ben presto si convinsero che era meglio dedicare il tempo libero agli affetti familiari ed a salutari passeggiate, anziché rodersi il fegato in una saletta riservata del circolo, dove il fumo delle sigarette rendeva l’aria irrespirabile. San Pasquale, finalmente, il miracolo lo aveva compiuto».

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