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Salerno: i pannelli ceramici con la costa d’Amalfi e del Cilento da tutelare

Il nostro lungomare si colora. Presto torneremo a godere, in sicurezza ed allegria, di uno dei luoghi più amati da noi salernitani. Intanto lavoriamo per renderlo sempre più bello ed accogliente. Nelle scorse settimane abbiamo ritinteggiato ringhiere, panchine e cestini; in questi giorni i nostri operai sono all’opera sui parapetti. Siamo pronti a ripartire. Ha reso noto il sindaco di Salerno e architetto Vincenzo Napoli. Claudia Bonasi, sul quotidiano Il Mattino, racconta di un lungomare in rovina che necessita tutela, come hanno documentato Pasquale Stanzione e Marina Savastano.

Il lungomare di Salerno rincorre i fasti del bel tempo passato. Il sindaco della città, l’architetto Vincenzo Napoli, sui social, ha aggiornato i cittadini in merito ai lavori di manutenzione in corso che riguardano ringhiere, panchine, cestini e parapetti, approfittando del fatto che per l’emergenza covid il lungomare rimaneva pressoché interdetto al pubblico.

Bene. Anzi, ottimo. Purché sia l’inizio di un lavoro di manutenzione e di recupero che poi guardi sia ad oriente che ad occidente della città fino al belvedere di via Benedetto Croce, perché le aree periferiche urbane conservano sul lungomare un patrimonio ceramico di sicuro interesse, che si concentra soprattutto dalla fine di piazza della Concordia al lungomare Tafuri a Torrione. La notizia è una non-notizia, perché già trentuno anni fa, nel 1990, il fotografo Pasquale Stanzione, con il suo occhio attento a situazioni di incuria, aveva immortalato il degrado in cui versavano i pannelli ceramici, molti dei quali realizzati a cura dell’Orfanotrofio Umberto I di Salerno negli anni Sessanta, affidando al libro Immagine di città – Breve viaggio fotografico nella recente storia urbana, scritto insieme a Marina Savastano, una riflessione sul tema, denunciando con i suoi scatti lo stato in cui già allora si trovavano i pannelli, che sono stati contati e schedati, per tematiche e per autori. Le ceramiche che sopravvivono al degrado e ad opere di vandalizzazione, sono in gran parte sui muretti fronte mare del lungomare, ma anche alla pista di pattinaggio, ai campi da tennis e alla piscina comunale. Alcune hanno come tema il mare e la vita balneare della città di un tempo; altre hanno motivi floreali; altre ancora raffigurano paesaggi delle due costiere, amalfitana e cilentana, e Salerno, rappresentate come erano in quegli anni. Scrivono Stanzione e Savastano: «() I pannelli costituiscono un momento unico nella storia culturale e sociale della nostra città, la cui rivalutazione non può prescindere da un’attenta e coscienziosa riesamina di quanto è stato fatto e ciò che ancora si può fare affinché Salerno possa finalmente trovare una propria e definitiva identità».

Un’identità che non va smarrita ma tenuta stretta e recuperata partendo anche da piccole cose e magari proprio da queste immagini comuni alla vita di tutti i salernitani, che ricordano quando – bambini in quegli anni – con le famiglie erano soliti passeggiare sul lungomare di Salerno per raggiungere facilmente a piedi il centro cittadino dalla zona orientale e occidentale. Qui i genitori, per distrarre i figli, stanchi per la lunga camminata, si fermavano a guardare i colorati pannelli in ceramica per una breve pausa. Il ricordo di queste immagini è forte in persone dai sessanta anni in su al punto che potrebbe rientrare in quei tormentoni social che danno la stura ad un fiume di ricordi e recitano non sei di Salerno se. Le parole di Stanzione e Savastano, sono oggi più che mai attuali perché in trent’anni di storia urbana cittadina non si è mai intervenuti sui pannelli, che potrebbero essere restaurati ad opera di abili artisti ed artigiani che a Salerno e dintorni non mancano. Alcuni di essi, come Enzo Caruso, hanno imparato la ceramica e il decoro proprio all’Umberto I quando l’allora sindaco di Salerno, Alfonso Menna, aveva voluto dotare il serraglio (così era chiamato l’orfanotrofio) di diversi laboratori – tra cui quello ceramico – assicurando all’istituto maestri d’arte, forni e torni per insegnare ai piccoli ospiti un mestiere che garantisse loro un futuro dignitoso.

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