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Piano di Sorrento, il Prof. Ciro Ferrigno e la storia di Zia Bianca ai tempi della seconda Guerra Mondiale

Piano di Sorrento. Riportiamo il toccante e bellissimo racconto del Prof. Ciro Ferrigno.

Distesa sul suo piedistallo di tufo, anche Piano aveva vissuto gli anni difficili ed amari della seconda Guerra Mondiale. Gli uomini al fronte, in paese le donne, i bambini, i vecchi a morire di fame e di paura; solo i più furbi riuscivano a vivere bene con espedienti d’ogni genere, anche il contrabbando e la prostituzione.

Un piedistallo sospeso tra cielo e mare, che erano diventati di fuoco; Napoli bombardata, il Vesuvio in eruzione. Dal Nautico il sibilo della sirena dell’allarme aereo si spandeva sinistro per tutto il paese e chi poteva scappava nelle grotte dei valloni o in rifugi di fortuna. Poi la cenere del Vesuvio da spalare, l’attesa delle notizie dal fronte e quel Cristo morto da portare in processione il Venerdì Santo, perché a Piano, se non esce la statua del Cristo morto il Venerdì Santo, porta sfortuna.

Poi le cinque giornate di Napoli, la liberazione, il pianto sui caduti in guerra, la motonave Giovannina. E gli Americani, per farci continuare il corso della storia.

Iniziava così il dopoguerra, duro più della guerra stessa, per ricostruire, per tornare a vivere. Tempo di immensi sacrifici.

Proprio in quegli anni zia Bianca, poco più che ventenne, cominciava la sua lunga carriera di maestra elementare. Le era toccata una prima classe sulla montagna di Vico, la frazione più lontana, isolata ed alpestre: Santa Maria del Castello. Ogni giorno raggiungere quel paese, partendo da Piano, era vivere una piccola Odissea. Il treno fino a Vico, poi un pullman sgangherato fino a Moiano ed infine la lunga salita a piedi, una scorciatoia che guadagnava il pendio della montagna, per poi attraversare boschi di castagni, pietraie, fino a giungere nella minuscola borgata, alle pendici, talvolta nevose, del maestoso Sant’Angelo a Tre Pizzi. Spesso le erano compagni cani randagi, ma quante volte facevano la loro comparsa la volpe o qualche serpe che attraversava rapida, celandosi nell’erba.

Fu proprio percorrendo quel sentiero che un giorno zia Bianca fu sorpresa da un forte temporale ed arrivò a destinazione bagnata dalla testa ai piedi. In particolare le scarpe erano inzuppate in un modo esagerato. Giunta a scuola le sfilò, mise ai piedi delle ciabatte di fortuna e ripose le scarpe vicino al braciere, perché potessero asciugarsi più in fretta. Fu a quel punto che alcuni piccoli, impietositi per la triste condizione delle calzature della maestra, non visti, versarono con un grosso cucchiaio di ferro parecchi tizzoni di fuoco nelle scarpe, perché potessero asciugarsi più in fretta.

Inutile aggiungere altro e descrivere lo stupore ed il disappunto di zia Bianca, quando si rese conto di quello che era accaduto. Le scarpe erano tutte bruciacchiate. Rimproverare quei bambini? Neanche per sogno: avevano agito così per amore. A fine giornata non restò altro che calzarle ed avviarsi lentamente, per le vie di montagna, verso casa. Piano di Sorrento non le era mai sembrata così lontana, come quel giorno.

Era con questo, e con altri racconti, che la zia mi trasmetteva l’amore per la scuola, un mondo che mi affascinava ed al quale avrei voluto appartenere per la vita.

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