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Costa d’Amalfi, intervista a Padre Enzo Fortunato: “Il turismo sia sostenibile. Non rimpiangiamo le cipolle d’Egitto” segui la diretta

Abbiamo avuto il piacere di ascoltare in esclusiva le parole di Padre Enzo Fortunato. Giornalista e direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi, del mensile San Francesco Patrono d’Italia e del portale sanfrancesco.org. E’ stato professore presso la Pontificia Università Antonianum, l’Istituto Teologico di Assisi e la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura.

Padre Enzo Fortunato ci ha parlato della ripartenza in costa d’Amalfi: Ci dev’essere una riapertura responsabile affinché la situazione non degeneri. Bisogna andare avanti con coscienza e responsabilità.

Fondamentale il turismo. Non rimpiangiamo un mancato ritorno ai ritmi frenetici ai quali eravamo abituati prima. Non facciamo la fine degli ebrei della terra promessa che rimpiangevano le cipolle d’Egittodice Padre Enzo Fortunato, facendo riferimento agli ebrei nel deserto, i quali rimpiangevano la carne e le cipolle che mangiavano in Egitto, ma dimenticavano che quei pasti li mangiavano alla tavola della schiavitù. Cerchiamo di stare più vicini agli affetti della famiglia e ai figli – ha aggiunto.

Fondazione Ravello? Scommetterei su Scurati – ha commentato Padre Enzo Fortunato in chiusura. Subito dopo la sua interessante diretta condivisa su Positanonews

 

Cosa si intende con “Cipolle d’Egitto”? Leggiamo questa omelia

padre Gian Franco Scarpitta
Pane e carne mattina, sera e sempre

“Rimpiangere le cipolle dell’Egitto” è una locuzione in uso anche al giorno d’oggi, che equivale a “stavamo meglio quando stavamo peggio”. Essa trae origine dall’episodio narrato dal libro dell’Esodo (Prima Lettura di oggi) che ha un riverbero in Num 11, 3 – 6: il popolo d’Israele, pellegrino e viandante nel deserto, è arcistufo di alimenti frugalissimi e reclama carne e cibi sostanziosi. In modo particolare l’episodio dell’Esodo sottolinea la volontà recondita degli Israeliti di tornare allo stato di servile sottomissione da cui erano stati tratti, pur di riavere almeno il nutrimento semplice di legumi, pesci e cipolle. Di esso allora si aveva nausea e ci si lamentava, adesso invece lo si rimpiange amaramente. Nel deserto mancano anche gli alimenti poveri e semplici. Ma manca anche la capacità di sperare nel Signore, di confidare in Colui che li aveva guidati e sorretti fin dall’inizio del viaggio, di affidarsi al Dio che provvede ad ogni cosa e che non abbandona alla fame il suo popolo. Certo, la penuria e l’inopia del deserto non possono che provocare reazioni di rivalsa e di scontento, perché l’assenza totale di cibo in un ambiente ostile e avverso non è mai stata di incoraggiamento a nessuno. Tuttavia Dio aveva già mostrato di farsi carico delle necessità del suo popolo e nella sua provvidenza aveva sempre provveduto alle sue necessità. Immediatamente provvede (cosa mai vista prima neppure in Egitto) a nutrire il popolo di carne, che viene data ai pellegrini tutti i giorni al tramonto sotto forma di quaglie. Ma la cosa più esaltante è che un altro speciale alimento viene concesso loro al mattino: trovano nascosta sotto uno strato di rugiada quella che in tempi odierni viene identificata come resina (lattice) coagulata scaturita dalle tamerici della steppa, di fronte alla quale si esita e si mormora tutti insieme “man hu?” = “che cos’è?” da cui il famoso appellativo di “manna.” Anche se non nelle caratteristiche che ci si aspetterebbe, sempre di pane si tratta. Di un alimento con il quale il popolo d’Israele trarrà forza per proseguire il suo cammino. Non è un caso che anche Elia, mentre sosta lungo il torrente Cherit, viene mantenuto per divina provvidenza attraverso i medesimi alimenti: i corvi lo servono pane al mattino e di carne alla sera e con quel cibo Elia prosegue il suo cammino fino a Zarepta, dove il Signore ha istruito una vedova quanto al suo mantenimento (1Re 17, 3 – 10).
Ciò che più deve risaltare non è la soddisfazione materiale della fame e della sete; neppure il fatto che chi ha fame viene subito saziato, ma che il cibo (carne e pane) deriva sempre dal Signore. E’ Dio che ne garantisce la possibilità e la distribuzione e di conseguenza qualsiasi sostentamento materiale viene da Lui e non può prescindere dalla Provvidenza.
L’uomo di tutti i tempi (proprio come gli Israeliti nel deserto) è chiamato a riconoscere in Dio l’origine e la causa del suo mantenimento e non sarà mai abbastanza rendere grazie quando si trovano le possibilità di nutrimento. La presenza di situazioni di miseria che assillano intere popolazioni, la denutrizione che uccide ogni giorno centinaia di innocenti soprattutto bambini, la carenza assoluta di viveri di prima necessità che decima vite umane anche nel nostro continente dovrebbero essere dati sufficienti a farci comprendere che ciò di cui le nostre tavole sono assicurate potrebbe un giorno venirci a mancare. Non siamo per nulla autosufficienti e il dilagare della miseria e del deperimento dovrebbero convincere tutti, credenti e non credenti che di ogni cosa si dovrebbe sempre, in qualsiasi forma, rendere grazie. Personalmente ho fatto più volte esperienza di famiglie alle quali mancano perfino i soldi per comprare il pane tutti i giorni. Anche la forte crisi economica che tutti abbiamo sofferto in questi ultimi tempi, che ha portato all’esasperazione numerosissimi padri di famiglia rimasti senza lavoro, che ha generato suicidi e depressioni costringendoci tutti all’austerità e alle ristrettezze, dovrebbe essere occasione propizia perché comprendiamo che nulla ci è dovuto e necessariamente dipende da Qualcuno ciò di cui ora disponiamo e che potremmo anche non avere domani… La sicurezza economica in eccesso tante volte genera il vizio e l’assuefazione, causando dipendenza dai beni materiali considerati come un fine e non più come un mezzo di sussistenza e non di rado genera indifferenza e ritrosia verso il prossimo bisognoso. Ma ciò che è ancora più spiacevole è che essa ci rende estraneo qualsiasi concetto di Provvidenza, come se questo facesse parte dell’immaginario o della favolistica. “Dacci tutti i giorni il nostro pane quotidiano” è la preghiera che Gesù ci ha insegnato a rivolgere al Padre, con la pedagogia che il nostro sostentamento di ogni giorno ci deriva esclusivamente dal Signore, non importa quanto siano efficienti le nostre risorse e le nostre capacità e opportunità professionali. Ricordo che da bambino venivo rimproverato da mio padre quando a tavola rifiutavo un cibo o mi lamentavo di una pietanza; oggi sembrerebbe che i genitori, piuttosto che rimproverare, obbediscano ai loro figli su quello che esigono perfino a colazione o a merenda.
Nei passi succitati della Scrittura, pane e carne sono gli alimenti essenziali con cui Dio provvede ai fabbisogni del suo popolo ai fini di confermarlo nel suo servizio e di assicurargli forza e perseveranza nello spinoso itinerario verso la meta ambita. Sempre il pane, associato alla carne, è il cibo che anche oggi Dio concede a noi nel suo Figlio Gesù Cristo, questa volta non soltanto in ordine alla soddisfazione materiale dell’appetito, ma anche per colmare la fondamentale fame spirituale che da sempre ci caratterizza. “La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (Gv 6, 52 – 53) esclama Gesù esattamente dopo aver compiuto il prodigio della moltiplicazione dei pani e con queste parole associa per l’appunto, ancora una volta, pane e carne. Mentre infatti invita tutti a mangiare la sua “carne”, definisce se stesso “pane vivo disceso dal cielo”, mangiando del quale non si avrà più fame. In parole povere Gesù ci invita a mangiare di lui, non soltanto nel senso metaforico di assimilare in tutto la sua persona e il suo messaggio, ma anche nel reale senso di “masticare”, “addentare” e consumarlo quale cibo infinitamente duraturo e alimento di vita. Dove potremo mai mangiare la sua carne? Nella sua presenza reale e sostanziale nell’Eucarestia, definita pane degli angeli che non deve mai mancare. In essa la sua presenza, nelle sembianze di pane, è reale e sostanziale e nell’assumerla noi siamo nutriti così della sua carne e del suo sangue perché il pane eucaristico consacrato è Gesù Cristo Figlio di Dio nella sua integrità. Mangiare del Corpo del Signore equivale ad assumere un alimento di efficacia abnorme che ci sospinge con fiducia nei percorsi della nostra vita quotidiana. Nello Spirito Santo Gesù Eucarestia ci sprona costantemente e ci conferma nella figliolanza divina, infondendo coraggio e costanza nella molteplicità delle prove. Nutrirci di questo pane che è la sua carne è quindi indispensabile ma anche privilegiato. Mangiare del suo Corpo è nutrirci del pane e della carne per il sostentamento duraturo e vitale che ci procura la comunione con Dio Padre nello Spirito Santo, nella familiarità e nell’intimità indissolubile con Dio nostro Signore e redentore. Nel realizzarsi della comunione eucaristica è Dio stesso che interviene in noi per infonderci coraggio, fiducia, costanza nella lotta e nella prova perché con la possibilità della fede possiamo acquisire sempre più vittoria spirituale nelle vicende di tutti i giorni. La comunione eucaristica con il Padre è all’origine dell’interazione e della comunione che ci troviamo a condividere fra di noi e con gli altri sullo stile e secondo l’esempio dello stesso Signore Gesù Cristo. Mancare all’Eucarestia è pertanto venir meno alla vita, poiché essa è il cibo della vita che ci proviene dalla Vita. Che è Cristo stesso pane vivo disceso dal cielo, carne da mangiare per la vita eterna. 

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