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A Napoli nel XVII secolo sorse un’associazione artistica segreta a sfondo criminale

Due strade del quartiere Vomero della città di Napoli sono state intitolate a due grandi artisti stranieri, allo spagnolo Jusepe de Ribera(Xàtiva, 1591 – Napoli, 1652), detto “lo Spagnoletto” per la sua bassa statura e al greco Belisario Corenzio (Acaia, 1558 – Napoli, 1646). Entrambi i pittori appartenevano alla scuola napoletana della prima metà del 1600, considerato il secolo d’oro della pittura napoletana, che tanta ripercussione ebbe sull’intera civiltà artistica europea. Giuseppe de Ribera e Belisario Corenzio , giunti a Napoli giovanissimi, hanno lasciato nella nostra città un enorme patrimonio artistico, stimato in tutto il mondo. I loro pregevoli dipinti sono conservati nelle chiese e in tutti i musei cittadini ma anche nei musei nazionali e del mondo, come al Metropolitan Museum di New York e al Louvre di Parigi. La Certosa di San Martino, sita sulla collina del Vomero , è il luogo dove meglio si possono apprezzare le grandi opere realizzate da Giuseppe de Ribera e da Belisario Corenzio. I visitatori che si recano alla Certosa potranno ammirare del de Ribera i dipinti : “la Comunione degli Apostoli”, ”il Martirio di San Sebastiano” e “la Pietà”, raffinata pala d’altare ,realizzata per la sagrestia della Chiesa della Certosa di San Martino e poi spostata nell’ adiacente Cappella del Tesoro. De Ribera si impegnò anche nella monumentale opera di decorazione della Certosa di San Martino, portata a compimento in cinque anni (1638-1643). Belisario Corenzio , invece, ha firmato molti degli affreschi della Certosa di San Martino, quali quelli della sala Capitolare, della Cappella di Sant’Ugo e quelli del Quarto del Priore dove si possono ammirare quattro tele raffiguranti i Putti. Entrambi gli artisti sono passati alla storia per il loro pessimo carattere e per gesta deprecabili finalizzate all’acquisizione dei lavori. Erano, infatti, solito ricorrere a mezzi subdoli e violenti pur di ottenere la committenza di un lavoro. Essi diedero vita ad una vera e propria associazione artistica a sfondo criminale, chiamata “ La Cabala Napoletana», molto simile alla nostra Gomorra, il cui scopo era quello di gestire le committenze artistiche locali a favore dei pittori napoletani, vietando l’affidamento, a suon di minacce e vendette, a pittori residenti fuori regione. A capo di tale associazione vi erano, oltre lo spagnolo Jusepe de Ribera, principale esponente della pittura Caravaggista e il greco Belisario Corenzio, anche l’ allievo di quest’ultimo, il talentuoso e controverso pittore napoletano, Giovanni Battista Caracciolo, detto il Battistello. I tre cospiratori , oltre ad accaparrarsi le committenze, imponevano anche l’uso di un preciso stile pittorico da adottare a Napoli , cioè l’influenza drammatica esercitata dai dipinti di Caravaggio. Per i pittori stranieri lavorare a Napoli nel 1600 era un’impresa veramente rischiosa. La situazione precipitò drammaticamente quando la Deputazione di San Gennaro offrì ai pittori stranieri la commissione degli affreschi per adornare la “Cappella del Tesoro di San Gennaro”( 1631 al 1643), luogo di culto importante a Napoli. Per gli artisti napoletani l’esclusione da quella committenza, considerata di grande prestigio, fu vissuta come un vero e proprio affronto, tale da dare inizio ad una serie di eventi drammatici. Si tramanda che Guido Reni, apprezzato pittore bolognese per il suo classicismo, avendo ricevuto la committenza per gli affreschi della “Cappella di San Gennaro”, dopo continue minacce e accoltellamento di un suo collaboratore, si dileguò immediatamente da Napoli, cedendo la committenza ad un suo allievo, al bolognese Francesco Gessi. Costui ,fiducioso e incurante delle minacce e pedinamenti, accettò la committenza , ma dopo la scomparsa di due dei suoi collaboratori, fu anche lui costretto a scappare da Napoli. Nel 1630 la Deputazione prese contatti con un altro pittore bolognese, Domenico Zampieri, detto il Domenichino. Il pittore, avendo ottenuto garanzia di protezione da parte della Deputazione di San Gennaro, accettò la committenza e riuscì ad affrescare buona parte del ciclo pittorico che descrive la Gloria di San Gennaro. Ma quando le minacce misero in pericolo la sua vita, senza preavviso e nascostamente fuggì da Napoli. Sollecitato e oltremodo rassicurato sulla sua incolumità dalla Deputazione di San Gennaro e dal Viceré di Napoli, il Domenichino, dopo un anno , rientrò a Napoli per completare il lavoro lasciato in sospeso. Il 6 aprile del 1641, mente si accingeva ad iniziare un nuovo affresco, improvvisamente morì. Molti storici sono concordi nel ritenere che quella fu una morte d’avvelenamento.

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