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Sorrento, l’Avv. Angelo Armano: “La diligenza del buon padre di famiglia ed il Covid-19”

Sorrento. Riportiamo l’interessante post pubblicato dall’Avv. Angelo Armano sul suo profilo Facebook: «La diligenza del buon padre di famiglia. Cos’è questo requisito che d’acchitto appare una proposizione retorica, soprattutto a chi come me abbia vissuto tutti i mutamenti sociologici, dal ‘68 ad oggi? Ebbene è un valore metagiuridico a cui espressamente si riferisce il codice civile, quando vuol tratteggiare la figura di un responsabile di un organismo, di un’iniziativa, di un’impresa. Essendo metagiuridico esso è una metafora, alla quale però il diritto, pur non prevedendo una sanzione diretta, non può fare a meno di ispirarsi; tratteggia l’humus nel quale un amministratore deve operare, e che in mancanza del quale i suoi singoli atti vanno vagliati molto attentamente, anche per valutare se non sia il caso di revocarlo. Non v’è dubbio che un buon padre di famiglia, al di là delle sue visioni ideologiche, è tenuto ad operare con attenzione continua e prudenza, affinché sia adatto al ruolo che riveste.

Ho seguito questa vicenda sanitaria che ha cambiato, cambia e cambierà la nostra vita, con molta attenzione fin dall’inizio; ricordo il disorientamento, le prime conoscenze acquisite, i primi tentativi di fronteggiare terapeuticamente il problema, l’insistenza fin dai primordi che si sarebbe dovuto arrivare ad un vaccino. Eppure, dopo un sospetto oscurantismo iniziale, gli sforzi di medici fedeli al loro giuramento fino alla trasgressione di disposizioni amministrative contrarie, avevano fatto subito importanti acquisizioni sull’eziologia della malattia, su protocolli terapeutici, su risorse vecchie e nuove da adoperare.

Cosa avrebbe dovuto fare il “buon padre di famiglia”, al di là di ogni visione ideologica in materia? Nell’attesa che vaccini validi ed affidabili fossero stati approntati e distribuiti (che secondo le massime di esperienza correnti non poteva essere una cosa rapida e scontata), fossero necessariamente attuati e potenziati tutti i sistemi e tutte le risorse presenti.

Abbiamo assistito a persone molto anziane, e attaccate da forti cariche virali, che sono uscite dal problema attraverso l’uso di eparina, cortisonici, preparati a base di quello che una volta si chiamava chinino e, last but not least, la plasmaferesi. Fin quando non avessimo avuto (e soprattutto disposto di) vaccini sicuri (non in fase sperimentale…), la malattia doveva essere fronteggiata con l’uso accorto della cura a casa fin dalle prime avvisaglie, e solo in extrema ratio col ricovero in ospedale, ben sapendo che proprio l’intubazione è controindicata anche in casi di grave anossia.

Invece, con un martellamento mediatico degno di miglior causa, ci hanno costretti alla corsa al vaccino (o cosiddetto tale), per farci trovare reclusi e sostanzialmente senza dosi di vaccino disponibile, almeno in numero tale da poter veramente (e non lo sappiamo…) risolvere il problema. Lo scandalo delle istituzioni sovranazionali (Comunità Europea) che sottoscrivono “atti di soggezione a soggetti privati”, ci fa vedere che in tutta questa vicenda e nell’epilogo provvisorio attuale, di buon padre di famiglia non c’è stata neanche l’ombra.

Una volta si chiamavano “contratti per adesione” quelli che si facevano con l’autorità pubblica, per forniture di beni essenziali, sui quali il cittadino non aveva spazio contrattuale, dicendo solo se voleva o meno il bene in questione, essendo tutto il resto deciso dall’altra parte. Oggi invece è l’autorità pubblica che non solo si inchina al privato, ma mantiene segrete le condizioni di aggiudicazione del prodotto, senza garanzie, ma solo obblighi.

Dove sta il buon padre di famiglia, che prima sabota tutte le risorse di cui dispone per difendere i suoi accoliti, e poi si mette nelle mani, avendolo pagato e continuando a pagarlo profumatamente, di chi decide di sfruttarlo fino in fondo per il miglior tornaconto economico di questa vicenda, che di sanitario e umanitario ha ben poco?

Sembra un’ambientazione da “cravattari” romani, ma pensando bene al fatto che siamo sostanzialmente reclusi, la miglior definizione dei nostri cosiddetti “buoni padri di famiglia” potrebbe essere questa: KAPO’!».

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