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Sanremo flop e surreale , mentre c’è il Covid e chi non ha i soldi per mettere il piatto a tavola

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Sanremo flop e surreale , mentre c’è il Covid e chi non ha i soldi per mettere il piatto a tavola. Una sala Ariston vuota, nessun indotto per la città, cachet milionari, sul Palco senza mascherina come se nulla fosse, mentre ti obbligano a metterla anche se stai da solo in strada, con la scusa che è tutto sanificato e tamponato, come se il Covid non puoi prendertelo un minuto dopo averti fatto il tampone da chiunque e come se la strada vuota sia meno pericolosa del palco, sembra quasi una presa in giro, sul palco poi ieri di tutto malati di qualsiasi tipologia, testimonianze commoventi e apprezzabili, ma apparentemente usate per aumentare uno share che in tempo di coronavirus Covid-19 con lockdown e zone rosse che incombono e la crisi economica disastrosa in Italia hanno poco senso e comunque la gente non ha tanta voglia di leggerezza, e lo dice anche Amedes e Fiorello . Di certo non amiamo fare i moralisti, ma si poteva evitare , e potevano evitare di prendere, questi cachet milionari, tanti soldi che potevano servire per qualche famiglia, e non è un modo di dire di questi tempi.
Federico Vacalebre su Il Mattino ha fatto una riflessione sul Festival l’esperto musicale può dirci qualcosa di meglio
In un qualsiasi altro Sanremo i dati di ascolti avrebbero dettato titoli con dentro la parola «flop», i trionfatori del 2020 sarebbero diventati gli sconfitti del 2021. Nella seconda serata, quella del mercoledì, di fisiologica flessione, il calo è stato netto: una media del 42.1% di share, con 7.586.000 telespettatori, il dato più basso dal 2015, quando il primo festival di Carlo Conti raccolse il 41.67% di share, ma con 10 milioni di presenze. Ma questo non è un Sanremo qualsiasi, e se, forse, è difensivistico, da parte della Rai, parlare di «dato contabile» non importante, è anche ingeneroso, ma soprattutto poco lucido, non inserire il quadro Festival nella cornice del periodo che lo ospita.
La pandemia segna, da oltre un anno, la vita degli italiani, ha mutato le nostre abitudini sociali, ha svuotato stadi e teatri e discoteche. Perché, allora, Amadeus e Fiorello non hanno fatto il pieno di ascolti, come pure qualcuno pensava/pronosticava? Perché le nostre teste e i nostri cuori sono «poco inclini alla leggerezza», spiega il conduttore, che ha perso oltre 10 punti di percentuale rispetto a quanto fatto nella seconda serata della scorsa edizione. Ama parla di «dati clamorosi», cade per un attimo nella trappola dell’analisi comparata (da anni mancava la concorrenza del calcio, le sei partite di martedì su Sky hanno portato via 4-5 punti), poi però centra il nocciolo del problema: «Soprattutto c’è un momento storico che stiamo vivendo: ci sono persone che non sanno se la sera riescono a mettere il piatto a tavola, la gente è disperata, il Paese è come se vivesse una guerra. Quando sei arrabbiato, anche se ti invitano, non vai a una festa, non ti viene di ballare sui tavoli».
Ecco, allora, Sanremo come la festa negata, eppure in qualche modo salvata: «Potevamo non farlo, ma… io e Fiore siamo fatti così. Il problema è che il Festival è un evento e non esiste l’evento Festival senza il pubblico in sala e per le strade, senza la sala stampa in fervore, senza gli scandali, senza la folla fuori al teatro e i ristoranti. Non stiamo facendo il Sanremo evento, ma un Sanremo grande spettacolo televisivo, il più grande possibile, l’unica cosa che ci è stata concessa».
La pandemia ha spezzato le reni anche al Festival come al resto dell’ex Belpaese, insomma, ma non dimentichiamo il fuoco amico, le parole del ministro Franceschini e di tanti teatranti di rango: «Io sono convinto che un Ariston con 400 medici e infermieri tamponati ci sarebbe stato, e sarebbe stato anche un bel messaggio. Abbiamo accettato le scelte, abbiamo ascoltato le richieste di farci chiudere. Il risultato? Un teatro vuoto, il nostro, e tutti gli altri teatri ancora chiusi. Ecco, su questo ci rifletterei».
Una battaglia sadomaso. La Rai fa quadrato, ma non c’è bisogno di salvare i soldati Amarello, eroici nella difesa della trincea festivaliera. Ama mostra una sicurezza sul palco e fuori da condottiero, il mattatorissimo Fiore ha fatto di necessità virtù, preferendo i numeri cantati agli sketch, alle battute, che necessitano del feedback della platea. I social e le piattaforme cannibalizzano, la rivoluzione digitale ambirebbe a spartirsi le spoglie dell’evento, per ora, però, lo imbottisce di pubblicità, confermandolo la vetrina più prestigiosa, utile, importante. E il direttore di RaiUno Coletta ricorda: «Se non stessimo riconquistando il pubblico giovane saremmo condannati all’estinzione». Come a dire che il cast svecchiato ha portato risultati, che lo share calante è bilanciato, in qualche modo, o almeno in parte, dal boom di interazioni sui social, che se la sua rete non può ridere degli ascolti, per RayPlay Sanremo è mamma dal cielo.
Qualche errore di percorso, di comunicazione, soprattutto nell’avvicinamento allo show, è stato fatto. Achille Lauro non è stato, finora, travolgente come l’anno scorso, e forse bisognerebbe imitare Paganini, non ripetersi: la novità garantisce almeno curiosità, non fa sembrare tutto una minestra riscaldata.
Ma, non dimentichiamolo mai, Sanremo è lo specchio del paese. E se vincesse Irama, in quarantena, in differita, a distanza, non vi sembrerebbe la metafora dei nostri giorni? Un giovane cantante in Sad (Sanremo a distanza) votato dai nostri ragazzi in dad? Intanto ieri sono entrati in gara al Festival Francesco Guccini e Pino Daniele, i Cccp e i Csi, sia pur «coartati» dal meccanismo delle cover. E abbiamo festeggiato il «4 marzo 1943», il compleanno in musica di Lucio Dalla. Viene in mente Fossati: «Alzati che sta passando la canzone popolare e se ha qualcosa da dire ancora ce lo dirà». A Sanremo e su tutti gli altri piccoli e grandi palcoscenici da riaprire il prima possibile.

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