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Pietro Santapaola escluso dal Cosenza Calcio per i precedenti penali del padre

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Pietro Junior Santapaola, 18enne originario di Messina, è il nipote di Benedetto Santapaola detto Nitto, tra i più noti boss di Cosa Nostra condannato all’ergastolo. Anche suo padre sarebbe legato alla criminalità organizzata ma lui, Pietro Junior, non ha collegamenti con gli ambienti criminali ed ha come unico desiderio quello di giocare a calcio e diventare un professionista. Finora ci è riuscito tranquillamente: partito dalla serie D, è approdato prima a Messina e poi a Cosenza in serie B fino a quando, agli inizi di questo mese, tramite whatsapp la società calabrese gli ha fatto sapere di voler interrompere i rapporti con lui. Tutto ciò per il cognome ingombrante che porta! In una lettera al Cosenza, il giovane calciatore ha messo a nudo le sue sofferenze: “Mi manca una squadra, e un sogno in cui credere ancora, sono uno straccio, mi alleno da solo e senza una squadra”. Il 3 marzo scorso mi chiama il direttore per farmi sapere – racconta Pietro all’Agi – che secondo il presidente sono un mafioso e mi dice: ‘ti dobbiamo sospendere’. Il mister ha preso le mie difese, ma non c’è stato nulla da fare. Adesso spero che la Lega intervenga, con una squadra, con uno svincolo”. “Quando il padre di Pietro venne condannato – spiega l’avvocato Salvatore Silvestro – lui non era neanche nato. Al ragazzo non è mai stata inflitta neanche una multa per divieto di sosta o perchè è passato con il rosso. La mamma è laureata, la sorella sta studiando per una seconda laurea: il nucleo familiare è sano”. E il padre di Pietro si è rivolto all’avvocato Silvestro: “Mi chiedo e Le chiedo – ha scritto in una lettera al presidente del Cosenza Calcio, Eugenio Guarascio – se possa considerarsi legittimo frenare le aspirazioni di un ragazzo come Pietro Junior che con sacrificio ed abnegazione sta cercando di inseguire il suo ‘sogno’ che è anche quello di affrancarsi dal peso delle ingombranti parentele attraverso il gioco del calcio a cui da anni si è dedicato anche sacrificando gli affetti familiari”.

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