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Piano di Sorrento, il racconto del Prof. Ciro Ferrigno sulla Traversa 1 San Michele

Riportiamo il racconto del Prof. Ciro Ferrigno che ci parla della Traversa 1 san Michele nel centro storico di Piano di Sorrento: «Ha almeno tre nomi, la stradina che congiunge Piazza Cota con Via San Michele: Traversa 1 San Michele, Via Amedeo Porzio e Sott’o Suppuorteco. Dopo la Grande Guerra fu dedicata ad Amedeo Porzio, morto giovanissimo per la Patria, mentre il popolo continua a chiamarla Sott’o Suppuorteco, per la presenza di un voltone, un sottoportico alto, bello e suggestivo.

Volendo azzardare una ipotesi plausibile, bisogna ritenere che, almeno dalla seconda metà del Seicento, la stradina servisse a congiungere Via San Michele con Via Bagnulo, incrociando Via Santa Margherita e la Via Casa Rosa che un tempo era il centro amministrativo della comunità. È piuttosto evidente che il tracciato di Via Porzio e Via Casa Lauro fosse uno, almeno fino alla realizzazione di Piazza Cota, nella seconda metà dell’Ottocento.

Via Amedeo Porzio, per quanto breve, è molto suggestiva e si snoda tra vecchi fabbricati, ed il moderno parco giochi, in una delle zone più antiche di Carotto. Salvatore Inserra, che vi gestisce una ricca rivendita di frutta e verdura, racconta che un tempo il locale ospitava ‘a cravunara, una rivendita di carbone. Pendeva dal soffitto la fune alla quale era attaccata una grossa bilancia; la vecchietta raccoglieva il carbone con una pala di ferro e lo metteva su per pesarlo. Aspettando i clienti, rimaneva seduta sulla sedia di paglia, al centro dello stanzone, nero come la pece. Quando il padre di Salvatore acquistò la casa, nella parte superiore del fabbricato, fu necessario riadattarla per renderla abitabile, infatti era un insieme di camere non intercomunicanti che affacciavano tutte su un comune ballatoio. Si trattava di una pensione, collegata con la taverna sottostante, con ingresso dalla piazza. La locanda era frequentata da quelli che lavoravano nel mercato ortofrutticolo. I clienti abituali erano gli uomini che partivano nel cuore della notte dai loro paesi per arrivare a Carotto all’alba, i quali avevano bisogno di mangiare, di riposare e tante volte anche di dormirvi, quando per necessità non potevano rientrare nelle proprie case. Tornano immagini suggestive di tempi lontani, andirivieni di carri trainati dai cavalli, uomini di fatica, casse piene di frutta e verdura, animali, cani al seguito e la taverna illuminata da rustici candelabri, poi fumo e profumo di pietanze e botti di vino corposo.

Dove ora c’è il parrucchiere, c’era una cappella dedicata a Sant’Anna e nella ricorrenza della festa si raccoglievano offerte per celebrarvi messa; era la chiesetta del mercato. Nella calura estiva intorno al 26 di luglio maturava la prima uva, quella di Sant’Anna ed era pronto anche l’origano e tutto intorno si spandeva la voce del venditore: “Arecheta ‘e Sant’Anna!”. Nella tradizione napoletana Sant’Anna viene ricordata come colei che “all’urticiello jeva” cioè curava l’orticello, ma lo faceva con tristezza e malinconia, perché nel veder nascere la vita di piante, fiori ed animali, soffriva al pensiero di non aver potuto mettere al mondo dei figli, essendo sterile. Proprio nell’orto, un giorno alzando gli occhi al cielo, in una celeste visione, apprese che nella vecchiaia, avrebbe partorito Maria, la Madre di Dio: “ca sarrà Riggina d’’o cielo e d’’a terra!”. Mi pare di vederli quegli uomini lasciare il baraccone per raggiungere frettolosamente la cappella per accendere una candela alla nonna di Gesù.

Nella cameretta giusto sopra l’arco, c’era la sartoria Chiariello. Sotto la grande volta, per tanti anni ha avuto la sua rivendita di oggetti per la casa Fonzino, una icona carottese, caro a tutti perché sempre paziente, garbato e solerte. Aveva un forte legame con la strada, perché da bambino era stato adottato dalle Porzio, le Purzielle, quattro sorelle, rimaste sole dopo la prematura morte dell’unico fratello, Amedeo, caduto al fronte. Sull’altro lato del vicolo, dove oggi c’è il salone di Michael, c’era la falegnameria di Giuseppe Artese e del figlio Michele, grandi lavoratori che tanto ricordavano San Giuseppe ed il figlio Gesù in quella di Nazareth. Solo pochi metri di strada, tre nomi, un universo carico di storia e di ricordi».

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