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Piano di Sorrento, il racconto del Prof. Ciro Ferrigno: “La pietra rattosa”

Piano di Sorrento. Pubblichiamo il consueto racconto del lunedì del Prof. Ciro Ferrigno: “La pietra rattosa”.

Nella calura dell’estate del 1993 eravamo in viaggio, in visita ai tesori della Grecia Classica. Quella sera del 24 luglio avevamo accettato di buon grado il suggerimento della nostra guida, che ci consigliava di salire sulla collina del Licabetto per godere di una visione unica sulla città di Atene al tramonto e del graduale accendersi di tutte le luci, con il sopraggiungere delle tenebre.

Chi non ha mai sperimentato il fascino della notte di Atene, certo si è perso molto della vita. In particolare quando si sentono chiare nell’aria le note di un Sirtaki, o ancora di più quelle della Danza di Zorba di Theodorakis, provenire da qualche locale della Plaka, da un giardino, dove un musicista solitario suona il bouzouki o forse, da qualche parte, dove danzano in gruppo. Di fronte l’Acropoli ed il Partenone sono una sola massa bianca, un altare che si innalza verso il firmamento stellato. È una sensazione bellissima, un’emozione profonda e trascendente che richiama alla vita, ad una ad una, strappandole al sonno del mito, tutte le divinità dell’Olimpo.

Fu davvero emozionante ed indimenticabile quella veduta sulla città bianca, man mano che con le ombre della notte, cominciava una gradevole frescura, rara e preziosa in Grecia, nei mesi estivi. Eravamo saliti in funivia, ora la difficoltà sarebbe stata quella di scendere a piedi dalla collina, perché la stradina era piuttosto ripida e non si vedeva bene il piano di calpestio. I lampioncini erano semicoperti dai rami pieni di foglie degli alberi ed eravamo nella penombra. Pur essendo passata la mezzanotte non avevamo fretta e saremmo scesi lentamente, evitando di cadere e di farci male. Ci organizzammo a coppie e sotto braccio ebbi la signora Giannina Irolla.

Avevamo percorso un bel pezzo di strada, quando ad un certo punto, nel silenzio più assoluto e profondo, quando tutti eravamo intenti a scendere col massimo dell’attenzione, la signora Giannina esclamò a gran voce: “Meno male ca so’ rattos!”. Sentirono tutti e ci fu una risata generale, qualcuno a crepapelle, tanto che ci fermammo per ridere meglio, alche chiesi scherzando: “Veramente, signora Giannina, siete rattosa? Non lo sapevamo!” La signora si affrettò a chiarire: “No io, le pietre! So’ rattose, ruvide, nun ce fanno sciulià!” – “ma perché? Che vuol dire che uno è rattoso?” –“Signora Giannina, ma veramente non lo sapete?” La risposta fu un deciso no, al che mi parve opportuno di darle la spiegazione.

“Il termine rattuso, si usa normalmente al maschile, anche se non è escluso che pure una donna possa essere rattosa, ma è piuttosto raro. Il rattuso è un uomo che, avendo una certa età, non potendo realizzare niente di meglio, trova piacere a palpare le parti intime di una donna, come il seno, il sedere, le cosce. Lo fa in maniera furtiva, carpendo l’attimo più propizio. Cerca l’oscurità e la folla per passare inosservato, agisce in un mezzo di trasporto come un tram, un pullman, il treno affollati nell’ora di punta, in un ascensore o in occasione di una festa di piazza. Quando viene sgamato si scusa, dicendo che non l’ha fatto apposta, quando non riceve un solenne schiaffone o una borsetta in faccia!”

Nel mentre spiegavo, la signora, di animo religioso e di immensa simpatia, continuava a ripetere: “Giesù. Giesù! Che schifo, e chi ‘o ssapeva? So’ arrevata a chest’età, e chi ‘o ssapeva? Pe’ mme rattosa vuleva dicere ruvida e basta!… Comunque io nun so’ rattosa!” – Seguirono altre risate a crepapelle e riprendemmo la discesa, trovando giovamento nel fatto che le pietre fossero, fino a giù, tutte ruvide o rattose, comunque anti scivolo. Sono passati quasi trent’anni e, ogni qualvolta mi torna alla mente questo simpatico episodio, non posso fare a meno di ridere di cuore!

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