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Oggi si festeggia San Giuseppe: origini e tradizioni

SAN GIUSEPPE: ORIGINE E SIGNIFICATO

Oggi si festeggia San Giuseppe: tra origini e tradizioni. La data attribuita alla festività di San Giuseppe non sembra sia casuale, ma ha un profondo significato perché pare sia legato alla sua morte, che avvenne esattamente il 19 marzo del I secolo d. C. a Nazareth. I primi a celebrare la festa di San Giuseppe furono i monaci benedettini nel 1030, seguiti dai “Servi di Maria” nel 1324 e dai francescani nel 1399, la festa divenne canonica per la Chiesa nel 1621 grazie a Papa Gregorio XV. Molti non lo ricorderanno, ma la giornata dedicata a San Giuseppe fino al 1977 veniva considerata “festiva”, tornò ad essere un giorno feriale con la legge n.54 del 5 marzo del 1977. Ben si sa quanto questa ricorrenza religiosa abbia la sua importanza nel ricordare una figura d’uomo che rappresentò una presenza determinante per la Vergine Maria. Giuseppe venne definito un uomo “giusto”, poiché disponibile a svolgere con determinazione la volontà divina. Egli, con piena obbedienza, quasi “consegna” la sua vita che avrà prospettive inaspettate, ma con la scoperta di essere un ottimo sposo e padre. Rimarrà accanto alla sua donna e sarà figura paterna per quel bimbo che nascerà. In questo senso Giuseppe emerge proprio come padre, colui che protegge e custodisce, che sa affrontare le difficoltà quando queste prenderanno il sopravvento. Sarà dunque per Maria e Gesù quel porto sicuro dove ripararsi e la sua figura, nel tempo, diventerà simbolo di “paternità” e “laboriosità”.

SAN GIUSEPPE: TRADIZIONI DELLA FESTA

La tradizione vuole che nel giorno in cui viene celebrato San Giuseppe venga associata la ricorrenza della festa del papà. Ogni paese ha la sua tradizione ove s’inserisce la parte “laica” di questa festività, il “papà” sarà comunque il protagonista del giorno e questa usanza permane oramai da tempo. Tuttavia, in questa particolare atmosfera, si ritrovano alcune singolari tradizioni popolari. E così anche a Catanzaro si usava organizzare, proprio in onore del Santo, ‘u cumbìtu (il convito) o ‘a tavulata di San Giuseppe, ovvero una numerosa tavolata con bambini o con i “bisognosi” del luogo, tradizione che viene ritrovata anche in altri centri della regione e ancora oggi realizzata. La pietanza che viene preparata è “’a pasta e ciciari” (pasta e ceci), un piatto povero, ma diventato una sorta di tradizione per le massaie che realizzano anche la pasta fatta a mano. Dunque, il “pranzo di San Giuseppe”, allorquando veniva organizzato, era una sorta di “distribuzione pubblica” di cibo, a volte anche con tavolate imbandite per le strade o luoghi pubblici. C’è da dire che questa usanza viene oggi mantenuta anche da chi prepara il pranzo solo per la propria famiglia, alle volte da condividere con il vicinato. Ma, la “pasta e ceci”, non è la sola pietanza che viene preparata, sulla tavola non deve mancare nemmeno il baccalà in umido, vino, lupini, frutta secca e le immancabili “zeppole di San Giuseppe”.

Questa parte “conviviale” della festa ha certamente un significato che ci riporta a molti anni or sono quando si seguivano alcune tradizioni rurali che consistevano nel bruciare i residui del raccolto e consumare per l’appunto dei legumi. Giorni in cui si svolgevano i “baccanali” in nome della “fertilità” dei campi o per festeggiare la fine dell’inverno. Il 19 marzo venne quindi indicato come giorno dedicato ai poveri e ai viandanti, nel ricordo di quell’umile e onesto falegname costretto più volte a fuggire, eletto poi protettore dei poveri e degli artigiani. Quest’anno, ancora una volta la festività di San Giuseppe è purtroppo segnata dal Covid – 19, le classiche funzioni religiose saranno permesse sempre seguendo le norme emergenziali, ma, la tradizione potrà continuare nella “personale” preghiera e nella ricorrente “festa del papà” che, in un momento temporale particolare, possa essere continuamente vista nella sua bella espressività.

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