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Giornata Mondiale della Felicità con la Pandemia del Covid “E’ nell’apprezzare le piccole cose”

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    La psicologa Elena Marta su Repubblica fa una bella riflessione che vogliamo riportare anche perchè bisogna trasmettere un pò di ottimismo in questo momento . La prima cosa che l’utilissima bussola fornita dalla docente di psicologia sociale Elena Marta aiuta a trovare è il senso di una “Giornata mondiale della felicità”. L’esperta, che lavora anche nel Centro di ricerca sullo sviluppo di comunità e convivenza organizzativa (Cerisvico) che opera a Brescia all’interno dell’Università Cattolica di Milano, osserva infatti: “Penso che queste ricorrenze siano importanti, se si prova ad andare oltre la superficie, per cercare di vedere gli aspetti positivi di alcune situazioni, altrimenti siamo portati a vedere sempre ciò che non funziona”

    Elena Marta

    Professoressa, in un momento come quello che stiamo vivendo, come si può parlare di felicità in maniera non superficiale?

    “L’importante è fare una lettura equilibrata, valutare quali sono le criticità e i problemi ma vedere anche le risorse disponibili per superarle. Ciò che però credo sia fondamentale è la consapevolezza che la felicità è un bene comune: in altre parole, non si è felici da soli e questo non significa mortificare l’individualità, ma comprendere che c’è un’interdipendenza positiva. Inoltre, in questo momento parlare di felicità ha diverse valenze, serve ad aprire una parentesi di leggerezza in una situazione che leggera non è e aiuta a riflettere su cosa ci rende davvero felici. Al di là della situazione psicologica, fisica, economica difficile in cui la crisi ci ha costretto, credo che uno degli elementi che questa emergenza ha trascinato con sé sia la possibilità di riflettere sui valori della vita”.

    Secondo il World happiness report dell’Onu, la pandemia non ha diminuito la percezione di felicità. Come lo spiega?

    “È ancora presto per avere degli studi approfonditi, la pandemia è in corso, ma è possibile che questo momento ci abbia aiutato a renderci conto che la felicità non consiste nell’accumulare, nell’avere, ma nel costruire relazioni e nell’avere qualcuno con cui condividere qualcosa. Ci ha anche fornito una diversa cornice di senso, e ci siamo accorti che i momenti felici stanno nelle piccole cose, nello scambiarci un sorriso o aiutarci l’un l’altro. Ci ha dato la possibilità di riflettere su aspetti diversi e ponderare meglio le nostre scelte”.

    Il report indica anche che l’Italia in cinque anni è passata dal 50º al 25º posto, quali segnali di mutamento intravede?

    “Mi occupo molto di volontariato e di giovani e dal mio osservatorio mi sento di dire che ci sono movimenti reattivi e positivi poco visibili, che fanno meno rumore dei processi aggressivi violenti, ma sono tanti e interessanti. Nonostante continui una certa campagna di stereotipi negativi sui giovani, osserviamo che molti di loro si stanno impegnando nel sociale, basta pensare a quanti si sono dati da fare nella pandemia per assistere gli anziani. Nel mondo giovanile che conosco stiamo vedendo movimenti con modalità diverse da quelli tradizionali, ma c’è sviluppo del senso critico e un maggiore interesse del bene comune. Se una comunità è data dal fatto che tutte le sue parti si mettono in movimento, ci sarà una parte di giovani rassegnata, ma c’è un’ampia fetta che si è stancata di essere passiva e si sta riattivando in ogni campo, anche perché hanno avuto percezione molto chiara dell’interdipendenza del destino delle persone e delle disuguaglianze all’interno della società. I giovani hanno capito subito che non siamo tutti sulla stessa barca se non altro perché hanno toccato con mano che non tutti hanno un computer e il wifi per fare didattica a distanza, o la sicurezza di uno stipendio a fine mese”.

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    19 Marzo 2021

    C’è chi osserva che noi italiani diamo il meglio quando siamo in situazioni di emergenza.

    “È possibile ed è vero che nel periodo della pandemia abbiamo avuto tantissime persone mature che volevano impegnarsi per portare aiuto agli altri. Credo faccia parte della nostra natura di italiani, sarà interessante vedere come questa solidarietà e voglia di impegnarsi si stabilizzerà una volta finita la crisi e come il mondo del volontariato saprà valorizzare questa disponibilità su chiamate specifiche. Di sicuro ci sarà molto da studiare su come, al di là degli stereotipi, ci relazioniamo tra di noi. Per molti la molla è stata la condivisione di un momento e la percezione dell’interdipendenza del destino”.

    Crede che dopo l’emergenza ci sarà un momento di euforia?

    “Ci sarà un ritrovato ottimismo, ma il punto non è come ci sentiremo nell’immediato, se più felici o euforici, il punto è come rifletteremo su quanto è accaduto e cosa faremo per uscirne. Questi momenti, se non governati, rischiano di diventare un’occasione di cui soltanto pochi riescono ad accaparrarsi gli eventuali benefici”.

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