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Genere e linguaggio

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Il linguaggio che ci ha consegnato la tradizione, caratterizzato dall’uso del genere grammaticale maschile, riflette e rivela il lungo periodo nel quale le donne non potevano avere il ruolo di soggetto attivo nella società. Oggi si richiede un linguaggio inclusivo, che riconosca e valorizzi le differenze, rappresentando tutti gli aspetti innovativi e peculiari che caratterizzano oggi il genere femminile.
Conoscere la funzione del linguaggio per la costruzione dell’identità di genere e acquisire le competenze che ne permettono un uso responsabile e consapevole si rivela indispensabile anche per la formazione di una cittadinanza democratica attraverso la formazione di uno spazio pubblico inclusivo, capace di accogliere le differenze di genere senza trasformarle in diversità.
Solo, in tempi recenti si è cominciato, dopo ampie discussioni di sociologi e glottologi, a porre il problema di un adeguamento di lessico e linguaggio della comunicazione alla presenza della donna nella società.
È un problema di mentalità e di cultura che si spinge e si deve spingere fino all’utilizzo linguistico. Utilizzare termini comunemente declinati al maschile anche nell’accezione femminile può essere la giusta spinta per una politica culturale di genere che favorisca la parità tra uomo e donna.

Fino a metà del secolo scorso, molte professioni erano precluse alle donne e ciò spiega perché molte professioni erano quasi sempre declinate al maschile (“dottore”, “medico”, “chirurgo”, “giudice”, “sindaco”, “assessore”).
Con l’ingresso, sempre più massiccio, delle donne in nuovi ambiti professionali, certe potenzialità grammaticali hanno aiutato, nel passato, la soluzione del problema: col suffisso “essa” (“professoressa”, “dottoressa”), col facile femminile della parola che è un participio passato (come “avvocata” e “deputata”) o delle parole col finale “era” (“infermiera”, “consigliera”).
In alcuni casi, erano proprio le donne che ricoprivano cariche tradizionalmente maschili a non volere l’appellativo declinato al femminile: Susanna Agnelli voleva essere chiamata senatore, Nilde Jotti “il presidente”.
Oggi, Laura Boldrini, presidente della Camera, da sempre attenta alla parità di genere, chiede di essere chiamata “la presidente”, sottolineando con l’uso corretto dell’articolo femminile sia il suo genere sia il suo ruolo.
La convinzione che l’adozione al maschile di una qualifica professionale sia una conquista femminista è un errore che sorprende. Significa infatti l’opposto, ovvero ritenere che una collocazione professionale sia importante solo se qualificata al maschile, quasi non riconoscendo ruolo ed autorità al genere femminile.
A favore di “architetta”, “avvocata”, “assessora”, “cancelliera”, “consigliera”, “ingegnera”, “magistrata”, “medica”, “ministra”, “notaia”, “prefetta”, “sindaca” si è espressa, negli ultimi anni varie volte, l’Accademia della Crusca, massima istituzione di verifica della correttezza del nostro linguaggio.
Ebbene, è stata proprio la Crusca a ricordarci che la declinazione femminile innovativa di molte professioni non solo è corretta linguisticamente, ma è positivamente sintomatica del mutamento di linguaggio a seguito del cambiamento della società e dei ruoli ricoperti da ciascun

Alternanza Scuola-lavoro con Positanonews, Marrone Gianluca classe IV B

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