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Che cos’è la sindrome NIMBY?

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    Che cos’è la sindrome NIMBY?

    La sindrome NIMBY (acronimo di “not in my back yard”, “non nel mio cortile”) è uno dei nodi principali del conflitto politico-sociale in relazione alle problematiche ecologiche. Coniata negli anni ’80 dall’American Nuclear Society, probabilmente con accezione spregiativa e derisoria, la sindrome NIMBY identifica l’opposizione dei membri di una data comunità locale ad ospitare opere di interesse generale, di rilevanza pubblica o di profitto economico sul proprio territorio, per il timore, fondato o meno, di effetti negativi sulla propria residenza. Ma si tratta di una materia estremamente divisiva: se i teorici dello sviluppo progressivo e della cosiddetta shock economy sottolineano quanto la pervicacia della cultura NIMBY causino un’allocazione delle risorse fondata sull’emotività piuttosto che sulla razionalità, paralizzando la crescita economica e frenando gli investimenti, l’assunto di base di chi si protesta è invece che le grandi opere conducono alla devastazione ambientale, alla perdita di identità culturale, alla corruzione ed allo sperpero di risorse pubbliche. Motivazioni che spesso inaspriscono, legittimamente, il conflitto tra sviluppismo affarista ed irrazionale e comunità locali, depositarie solitamente di modelli socio-economici maggiormente ispirati alla sostenibilità. In entrambi i casi, si tratta di rappresentazioni semplicistiche che non raccontano appieno la realtà: innanzitutto, quando si parla di sindrome di NIMBY è necessario considerare anche la propensione all’egoismo sociale di talune comunità, secondo il quale ci si oppone alla realizzazione di un’opera pubblica sul proprio territorio ma non all’opera in sé, da un punto di vista ideale e sistemico, la quale deve essere semplicemente realizzata altrove: un pericolosa tendenza anti-politica, che finisce per intrecciarsi con la disgregazione del concetto di bene comune ampiamente inteso e con la reazione a qualsiasi forma di progresso.

    D’altra parte, indubbiamente numerosi sono stati i disastri socio-ecologici connessi a grandi opere o progetti energetici, ed al cosiddetto PIMPY (“please in my back yard”, una sorta di contrappasso inverso): l’esempio più immediato, tra i tanti, è quello del fenomeno del fracking negli Stati Uniti. Tutto ciò ha altrettanto dimostrato quanto spesso le popolazioni residenti, organizzate nei cosiddetti grass-roots movements, si sono rivelate le più attente alla tutela ambientale e paesaggistica, nonché più efficienti dal punto di vista della protezione sociale, rispetto alle autorità o alle imprese. Invece, soprattutto nel caso delle strutture olimpiche, anche i sospirati vantaggi occupazionali e le ricadute economiche sono state clamorosamente disattese.

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