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8 marzo 2021. Il pregiudizio maschilista nella storia dell’umanità. Quando un premier donna nel nostro Paese?

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8 marzo 2021. Il pregiudizio maschilista e sessista nella storia dell’umanità, nella società contemporanea e nella politica. Quando un premier donna nel nostro paese? A cura di Raffaele Lauro.

1. IL PREGIUDIZIO MASCHILISTA E SESSISTA NELLA STORIA

Il pregiudizio maschilista e sessista, tranne qualche rarissima eccezione, peraltro spacciata come contingente fenomeno matriarcale, domina tutta la storia dell’umanità, le diverse civiltà delle origini, nessuna esclusa, lungo l’arco di secoli, pre e post cristiani, in Oriente e in Occidente. Non stupisce, quindi, che nessun sociologo della politica abbia approfondito le complesse ragioni culturali, religiose ed economiche, financo fisiologiche, che hanno consacrato e legittimato l’ostracismo maschilista nei confronti delle donne, nella presa e nell’esercizio del potere, al governo di popoli e di Stati. Senza andare troppo lontano, basterebbe rileggere, in questa ottica, la storia della repubblica e dell’impero romano, il medioevo cristiano, le monarchie assolute, la storia moderna e quella contemporanea, i regimi totalitari, comunisti e fascisti, ed anche le monarchie costituzionali e le democrazie parlamentari. Le donne sono state condannate ad essere ancelle, amanti, cortigiane, monache, streghe, spie e merce di scambio, in chiave dinastica e oggetto di supremazia sessuale. Decoro, appendice, cornice: le contour du pouvoir! Tra le poche che sono riuscite, per l’Astuzia della Ragione (List der Vernunft), a conquistare e ad esercitare il potere, nessuna è sfuggita, ad eccezione forse dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo, allo stigma della discriminazione sessista. Tutte sono state raccontate dagli storici contemporanei, quasi sempre maschilisti, come meretrici, cortigiane, puttane, manipolatrici, avvelenatrici e, non di rado, streghe. Le agrippine, le messaline, le marie, le elisabette e le caterine, sono state le vittime sacrificali dello stesso pregiudizio. Le donne, non dotate del simbolo fallico del potere, lo scettro, e senza gli attributi maschili per esercitarlo, perché giudicate troppo sensibili, incostanti, isteriche e incapaci di dominare le loro passioni, sono state così confinate nella riserva indiana dell’alcova e dell’harem, destinate solo a dare piacere, a procreare e ad allevare i figli. Inadatte del tutto alla politica e alle responsabilità di comando nelle istituzioni pubbliche. Non è un caso che, quando si vuole sottolineare un forte personalità femminile, si faccia ricorso, nel gergo volgare, all’espressione: “Quella ha gli attributi (maschili, of course)”!

2. LE BATTAGLIE DEL FEMMINISMO MILITANTE

Lo stesso pregiudizio maschilista ha pesato, e pesa tuttora, in tutti i campi dell’attività umana, nella cultura, nell’arte, nella scienza, nello sport, nello spettacolo, nel cinema, nella comunicazione, nei partiti politici, nelle professioni, negli apparati dirigenziali, pubblici e privati, nonché nel mondo imprenditoriale. Lo sanno bene quelle donne, che, di rado, sono riuscite ad abbattere quel pregiudizio e ad affermarsi, anche se la loro fatica é stata, e continua ad essere, doppia, estenuante e quotidiana, vittime di un’emarginazione, divenuta patologica. Un’emarginazione che investe, in termini di violenza, talvolta omicida, e di persecuzione, anche altre minoranze sessuali, condannate a nascondersi, a tacere e a vivere nell’inganno e nella paura, senza la dignità di persone. Anch’esse vittime dello stesso pregiudizio maschilista. Un tema troppo ampio questo, da trattare in breve, ma che viola i principi costituzionali e i diritti costituzionalmente garantiti. Bisogna riconoscere, tuttavia, che spesso le battaglie del femminismo militante, radicalizzate e ideologizzate, specie a sinistra, hanno arrecato più danni che vantaggi alla causa del rispetto della persona umana, al di là delle differenze di sesso, di razza, di lingua o di religione.

3. L’ART.3 DELLA COSTITUZIONE: IL PRINCIPIO DI UGUAGLIANZA INAPPLICATO

Molti principi della costituzione repubblicana del 1948, sulla quale si fonda la democrazia parlamentare italiana, ormai agonizzante, sono rimasti inattuati nella legislazione ordinaria. Il principio di uguaglianza, sancito nell’art. 3, è stato il più inapplicato di tutti. Persistono discriminazioni antifemminili nel nostro ordinamento e nella legislazione vigente, nel campo del diritto, penale e civile, nell’assistenza sociale, nel lavoro e nel welfare. E non solo. Le radici di questi ritardi sono da imputare, innanzitutto, ad un’arretratezza culturale e alla selezione-composizione delle classi dirigenti dei partiti politici, nessuno escluso, della prima, della seconda e della terza repubblica, a destra, al centro e a sinistra, Con particolare evidenza nel partito comunista, post comunista e, ora, para comunista. Tutti dominati da quell’antico pregiudizio maschilista che ha fatto, spesso, fatica ad accettare una donna come ministro, come ambasciatrice o come prefetto della Repubblica, e che ha celebrato, con un’enfasi eccessiva (alibi o riflesso di colpa?), l’ascesa di una donna ai vertici della Corte Costituzionale. Quando ciò dovrebbe essere la norma, non l’eccezione, da salutare ipocritamente come una sorta di vittoria. Complice, naturalmente, anche una stampa, anch’essa bacata dallo spesso pregiudizio. Non desti meraviglia, pertanto, che la sola idea che una donna possa diventerà presidente della Repubblica o premier turbi i sogni di molti dirigenti politici, democratici di facciata o consumati ipocriti, che si esercitano, in modo altalenante, a seconda delle appartenenze politiche, ad esprimere solidarietà nei confronti delle vittime di quel pregiudizio, pagato talvolta con la vita stessa. E neppure il governo Draghi è sfuggito a questo condizionamento, come testimonia la composizione del suo gabinetto e le reazioni della componente femminile nei partiti della maggioranza, in particolare nel partito democratico, causa ed effetto insieme del travaglio in atto in quel partito.

4. DALLA PARTE DELLE DONNE

Eppure, dal secondo dopoguerra, in alcune democrazie, sono arrivate, al vertice dei governi, donne politiche di rilievo, come Golda Meir, Margaret Thatcher e Angela Merkel, per citare le più significative, le quali hanno dimostrato lungimiranza, capacità, fermezza e determinazione nell’esercizio del potere. In Italia, al contrario, nonostante i conclamati principi costituzionali, nessuna donna è stata mai incaricata di formare un nuovo governo, con la conseguenza che la legislazione ordinaria, specie quella in materia sociale e del welfare, è rimasta indietro rispetto alla costituzione, quando non arriva ad essere discriminante e persecutoria nei confronti delle donne lavoratrici. L’effetto più devastante di questa atavica arretratezza dell’ordinamento e del nostro vivere comune si registra, quotidianamente, anche nella battaglia politica, con espressioni maschiliste e sessiste, dileggianti e gratuite, rivolte a donne impegnate nella vita pubblica. E non ci si riferisce solo alla “fogna del web”, dove il turpiloquio antifemminile ha superato tutti i livelli di guardia e minaccia la stessa sopravvivenza di questo strumento di democrazia diretta e di libertà. Riguarda la stessa politica, nella quale spesso il pregiudizio maschilista e sessista si associa a quello pseudo ideologico, di matrice fascista o comunista, come nei deprecati casi della Boldrini e della Melonie, . Non basta più esprimere pelose solidarietà, quasi rituali, che non assolvono nessuno. Per chi è stato sempre “dalla parte delle donne”, esiste un unico rimedio a questo gap di democrazia: applicare i principi costituzionali, prima che la nostra repubblica democratica, già affaticata, zoppicante e in ambasce, non venga definitivamente travolta da un virus ancora più letale di quello che sta travagliando il mondo da un anno. Un buon inizio potrebbe essere eleggere una donna alla presidenza della repubblica o, con l’aiuto delle urne, alla guida del governo, un premier don

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