Ufficio Catechistico Diocesano Amalfi-Cava de’ Tirreni: “Purezza, umana bellezza”

Condividiamo il bellissimo post pubblicato su Facebook dall’Ufficio Catechistico Diocesano Amalfi-Cava de’ Tirreni: «Carissimi/e catechisti/e, fratelli e sorelle, oggi, a causa della pandemia, siamo molto attenti al concetto di sanità, non tanto a quello della purezza, desiderando custodire prudentemente la nostra salute; ma già in precedenza mi sembra che, come società, abbiamo ritenuto superato il valore della purezza religiosa, ritenendola ancorata a tabù retrogradi di epoche oscure e passate. Come suol dirsi però, alcuni principi che si cacciano dalla porta poi rientrano dalla finestra, per cui la purezza, religiosamente intesa, mi sembra che abbia trovato ai nostri tempi nella integrità fisica e mentale, nonché nella capacità di competenza e di prestanza i suoi degni (?) sostituti; carissimi e carissime, non sono preparato a tal punto da continuare in questo mini-tentativo di indagine sociologica, per cui continuo umilmente solo a commentare la Parola della sesta domenica del tempo ordinario, che, “da parte sua”, insiste su tale ideale.

Comincio con una provocazione: se, nei confronti della purezza religiosa, fosse stato operato dalla cultura moderna un processo sommario con sentenza di esclusione immediata dallo stile di vita comunitario in modo frettoloso e spregiudicato? Se la purezza, invece che con la chiusura, facesse “coppia perfetta” con la bellezza e l’armonia? E se, nonostante stia quasi all’ultimo respiro, avesse qualcosa di importante ancora da dire oggi, alle monache come ai manager e agli industriali di successo?

La Parola della sesta domenica senza mezzi termini ci descrive la situazione dolorosa nella quale erano “costretti” a vivere le persone colpite dalla piaga della lebbra: esclusi dalla vita sociale, gridando “impuro, impuro”, si aggiravano come fantasmi per le strade senza poter entrare in contatto con nessuno; alla loro sofferenza fisica e psicologica si aggiungeva quella morale, in quanto tutti ritenevano che la lebbra fosse una giusta punizione di Dio per loro, a causa dei peccati compiuti: quanta emarginazione! Quanta solitudine! Al limite del sopportabile! “Se questo è un uomo” (Primo Levi)! Se poi guarivano, il sacerdote, garante della sanità pubblica, doveva attestarlo, per reintegrarli nella vita comunitaria. “Un lebbroso venne da Gesù”, ci dice il Vangelo odierno e Gli chiede di tornare puro: in questa domanda come fare a non scorgere con acuta sensibilità dell’animo il desiderio struggente di ogni essere umano di tornare a vivere con dignità di persona, nonché ad essere conosciuto per quello che lui è veramente e perciò stimato ed apprezzato dagli altri? L’Uomo vero Gesù avverte nel lebbroso, inarrestabile, la nostalgia di spendere a vantaggio della comunità i suoi talenti per l’edificazione comunitaria e l’anelito irrefrenabile di tornare ad amare e dialogare con Dio e gli altri: quale bellezza! L’ “Ecce homo” vede con chiarezza in quegli occhi bassi tali puri sentimenti e “parte” con il Suo Cuore in un misto di indignazione per ogni condizione subumana e di condivisione profonda e sincera; quindi tende la mano, proprio come un ingegnere costruirebbe un ponte, ma questa volta gettato verso tutti i sofferenti, che da Gesù in poi potrà non interrompersi più; a noi suoi discepoli spetta non farlo crollare per essere ancora vicino ai nostri compagni, offesi nella dignità; a questo ponte poi Gesù mette le basi: tocca il lebbroso, rompendo schemi religiosi e sociali consolidati.

Che bello poter vedere in questa mano tesa di Gesù l’umanità della Chiesa che continua a compiere gli stessi gesti di prossimità! Tale ponte, cioè tale braccio, è certamente ancora la mano tesa del sacerdote verso il peccatore che, come questo uomo del Vangelo, desidera nostalgicamente la purezza e la bellezza di un ritorno all’armonia con il Creato, il Creatore e le Sue creature; verso di essi egli si è avvicinato con gli artigli dell’egoismo e dell’impurità negli sguardi, nelle parole e nei gesti e vuole essere purificato, elemosinando bellezze perdute! Quindi: se fosse vero che solo la Grazia “riconquistata” ci restituisce la purezza perduta di cuore, di labbra, di mani e di occhi? Può essere che quella del peccato sia semplicemente solo una vecchia favoletta (la mela?) adatta ai piccini? Vogliamo da subito allestire un bel processo culturale per giudicare sbagliato questo pensiero? Don Luigi, servo elemosinante purezza».

 

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