La Festa di Sant’Antonino nei ricordi di Maria Teresa Fiorentino

Riprendiamo il post di Maria Teresa Fiorentino, non solo perché sorrentina doc, ma anche perchè figlia d’arte, come si suol dire. La copertina del volume che vediamo in foto, sintetizza il tutto. L’autore della Storia della Basilica di Sant’Antonino, è il canonico Francesco Saverio Fiorentino, maestro cantore e autore di tante musiche non solo da messa, nonchè prozio dell’autrice, e l’immagine intarsiata è quella del pulpito, eseguita dalla famiglia Fiorentino, tra cui il papà dell’autrice. Il racconto, attinge a ricordi biografici degli anni ’50-’60, e nel menù, molte sono quelle famiglie,  in cui si possono riconoscere.
Fra qualche giorno è Sant’Antonino . Ricordo che in casa mia era una grande festa. Non solo per il Santo patrono di Sorrento, ma perché il mio papà si chiamava Antonino. Mamma preparava il pranzo già dal giorno prima: la lasagna in una versione più semplice di quella che conosciamo : ricotta , mozzarella, qualche polpettina e molta salsa di pomodoro, di quella conserva fatta d’estate tutti insieme nel giardino, una spruzzata di parmigiano. Cotta al forno la mattina della festa. Poi la chicca era il piatto preferito da mio padre : la pizza rustica. La pasta mezza frolla, perché a noi bambini non piaceva il gusto dolce con il salato, ripiena di ricotta , mozzarella , uvetta , parmigiano amalgamato il tutto con uova sbattute. La mattina si componeva la pizza e si infornava prima della lasagna così prima di essere gustata si riposava ed era più buona. La mattina con papà noi bambini andavamo a messa e, dopo, il rituale giro delle bancarelle , tornavamo a casa ognuno di noi quattro con un giocattolo scelto accuratamente tra tutti quelli proposti dalle bancarelle disposte in piazza Sant’Antonino , sotto casa.
Arrivati , l’inevitabile sgridata di mamma , perché eravamo arrivati tardi e tutto si era raffreddato . Un po’ della nostra allegria si oscurava , ma una volta a tavola l’armonia si ritrovava con la vista della bella e squisita lasagna. Poi arrivava la pizza rustica. Gli occhi di mio padre si illuminavano , la guardava come un bambino guarda una cosa desiderata e finalmente eccola lì a portata di mano anzi di bocca.
Noi però eravamo restii ad assaggiare quella “delizia “. Dopo , però , le rassicurazioni di mamma che era tutta salata ne mangiavamo una fettina . Ma per papà non era sufficientemente dolce aggiungeva sulla superficie della sua fetta una abbondante cucchiaiata di zucchero.
A noi bambini , in seguito alle nostre espressioni inorriditi , raccontava che mangiata così gli ricordava quella che gli preparava la sua mamma da piccolo.
Ovviamente il pranzo della festa non poteva che finire se non con la pizza dolce, quella tradizionale di Sant’Antonino . Involucro di pasta frolla, crema bianca e crema al cioccolato, e tante tante amarene quarantine , che mamma preparava con lo zucchero , tenendole al sole per più di un mese , coperte con un velo .
Questa pandemia più volte mi ha portato con la mente ai ricordi del passato.
Forse perché per affrontare il futuro ho bisogno delle certezze del passato .
Generico febbraio 2021
dal libro FAMIGLIE DELL’800 di Nino Cuomo, un ritratto della famiglia Fiorentino, proprio di Maria Teresa.
Il poeta sorrentino Saltovar (Silvio Salvatore Gargiulo 1868-1944) chiamò “Nido di
Artisti” la famiglia Fiorentino e la descrisse in versi in un poemetto intitolato “Ritratti
a penna”. I primi versi sono dedicati al bisnonno Antonino ” … un baldo suonator di
contrabbasso e degno ed espressivo pittore:fa magro/in e di statura basso … ” . Stimato
da tutti per la sua arte pittorica, fu chiamato per decorare i soffitti dei più belli alberghi
di Sorrento dell’epoca: l’Hotel Sirene, l’Hotel Tramontano, l’Hotel Vittoria.
Abitava in Via Fuoro n.22 ( oggi 68) accanto alla chiesa della Santissima Annunziata,
devoto alla Madonna della Cintura, venerata nella chiesa, fu confratello della Arciconfraternita
di Santa Monica e tale devozione è stata trasmessa ai figli ed in seguito ai
nipoti e pronipoti.
Suo fratello Francesco Saverio, si distinse nell’arte della tarsia. Fu capomastro e
socio del Cav. Luigi Gargiulo ( 1806-1883), fondatore e ideatore dei molti oggetti da
scrittoio e cassettini intarsiati, a mosaico e con figure. Così è citato nella “Guida alla
città di Sorrento” di Carlo Merlo del 1857.
Del prozio Francesco abbiamo ereditato due magnifici cassettoni di radica di noce
intarsiati in stile impero. Egli, però, desideroso di allargare i propri orizzonti lavorativi,
decise, sulla scia della moda del momento, di andare in America, così da far conoscere
anche aldilà dell’oceano le sue qualità artistiche. Si stabilì a Chicago, distrutta dal grande
incendio, e lì impiantò un laboratorio artigianale per la lavorazione del legno. li I 5
marzo 1888 scriveva al fratello Antonino che il lavoro andava bene e gli chiedeva, fra
l’altro, di essere raggiunto dai nipoti per impiegarli nella sua attività. Essi non accettarono,
per nostra fortuna, e rimasero a Sorrento.
Antonino sposò Maria Luigia Gargiulo di Sant’Agnello e abitò nella vecchia casa
di Via Fuoro. Ebbe sei figli Elisa, Rachele, Antonino, Francesco Saverio, Salvatore,
Giuseppe. Elisa morì in giovane età, Rachele rimase in famiglia ad accudire gli anziani genitori
ed i fratelli.
L’infanzia e l’adolescenza dei ragazzi fu serena e laboriosa. Nel sonetto a loro dedicato,
Saltovar ne descrive le doti artistiche: “Il primo fiore.fii Rachele, un altro Antonuccio
(1864) dolce e sincero amico del mio cuore e del! ‘ozio nemico e del corruccio.
Con Euterpe dormì sotto il cuscino ed ebbe in sogno Giotto e Raffaello, giorno e notte
suonava il mandolino per poi riprendere subito il pennello. Amò le selve, i fiori e la
campagna, la musica divina e il disegno ad ambedue ci si rese degno: ebbe solo la
Fede per compagna.”
Antonino ( 1864-1946) si distinse per le sue doti artistiche divenendo il Direttore del
laboratorio di Michele Grandville. Dei quattro fratelli è quello che più si dedicò alla
famiglia … “non amò le vette ma l’angusto fare, la Pace, la Sapienza ed il Difetto e volle
farsi sempre più perfètto al l ‘ombra del modesto casolare” scrive ancora di lui Saltovar.
La sua vita era famiglia, lavoro e il suo mandolino e se gli altri fratelli poterono realizzare
i loro desideri di vita certamente è a lui che devono essere grati.
Il più ecclettico dei fratelli, fu Francesco Saverio, nato nel 1865. Qualsiasi attività
intraprendesse era un successo. Bravo disegnatore e ideatore di oggetti in legno, sua è
la cornice “porta fotografie” intagliata nel legno di olivo, con due antine, sempre traforate,
che schermano la foto. Anch’egli portato per la musica, bravissimo pianista, si
diplomò al Conservatorio di musica .
A vent’anni manifestò il desiderio di diventare sacerdote e il I ottobre 1885, entrò
in Seminario. Al termine dei suoi studi, il novello Sacerdote il 20 marzo 1890, ebbe
la Cappellania della chiesa del Rosario e il 16 agosto del 1894 fu nominato membro della Commissione Sacra e, nel 1898, fu incaricato da l!’ Arcivescovo Giustiniani di
interessarsi della costruzione dell’organo della Cattedrale di Sorrento, incarico molto
importante e di grande responsabilità. Naturalmente anche la cantoria dovette essere
costruita e del progetto fu incaricato il prof. Antonino Esposito, insegnante della Regia
Scuola d ‘Arte di Sorrento. A lavoro finito, l’Arcivescovo Giustiniani volle incaricare i
suoi fratelli, Antonino, Salvatore e Giuseppe, validi artigiani, di completare l ;opera con
decorazioni artistiche e questi progettarono una decorazione originale tutta scolpita nel
legno, che piacque al Vescovo che la benedisse e diede il consenso a montarla; il che
avvenne dopo la ricostruzione in seguito al terribile terremoto della notte fra il 23 e 24
agosto 1904. Quando ormai mancava solo l’angelo da porre al centro dell’organo, i
Fiorentino furono fermati dal Vescovo che riteneva l’angelo troppo scandaloso a causa
delle sue vesti troppo aderenti. Ci fu un “incontro di fuoco” tra mio nonno Salvatore
ed il Vescovo in pieno contrasto, ma alla fine fu deciso di chiamare degli esperti per far
giudicare il lavoro così come aveva chiesto il nonno. Furono interpellati per il nonno il
Professore Francesco Grandi Direttore e fondatore della Regia Scuola d ‘arte di Sorrento
e Almerigo Gargiulo per il vescovo. I due giudicarono l’angelo un capolavoro ed era
stato un delitto avvilire così due giovani artisti, così l’angelo rimase al suo posto, dove
ancora oggi lo si può ammirare in tutto il suo splendore.
Intanto Don Francesco, il primo luglio 1901 ebbe la nomina come organista del
Duomo di Sorrento, direttore della musica Sacra, Maestro di canto corale in Seminario
e fu invitato a dare lezioni di canto gregoriano ai Sacerdoti . Il 6 giugno 1908 fu invitato
a comporre le musiche per la ricorrenza del giubileo dell’Arcivescovo Giustiniani ed
il 4 maggio dell’anno successivo fu nominato Canonico del Capitolo Metropolitano e,
l’Arcivescovo, in segno di stima e di amicizia, si tolse l’anello pastorale e glielo donò
per suo ricordo. Sono da ricordare i due inni dedicati a Sant’ Antonino: il primo, su versi
del Can. D. Salvatore De Angelis ed il secondo, su versi dell’amico e poeta Saltovar,
ancora oggi, entrambi, sono eseguiti durante le celebrazioni in onore del nostro Patrono
il 14 febbraio. Con l’amico Saltovar ebbe più occasioni di scrivere musica per i suoi
versi: “Gli sposi di Venezia” e “Carnevale a Sorrento” e l’ inno alla Beata Vergine della
Cintura, venerata nella chiesa dell’Annunziata, molto cara alla famiglia.
Il 4 dicembre 1920 fu nominato Padre Spirituale della Arciconfraternita di Santa
Monica, nomina che mantenne fino alla morte avvenuta il 7 dicembre 1946. Fino a
detta data molti altri inni e canzoni furono frutto del genio musicale del can. Francesco
Saverio Fiorentino.
Il Canonico, ottimo ed apprezzato maestro di musica, fu chiamato ad insegnare
musica e pianoforte anche a Flora e Giulia figlie del Commendatore Tramontano,
proprietario dell’omonimo albergo e, frequentando la loro casa ebbe l’ opportunità di
conoscere nel 1899, il poeta inglese Thomas Kay, il quale volle lasciare, in ricordo
della bellezza goduta, dei versi, che trasformò in sei canzoni pubblicate in un album,
delle quali la prima, “The Ships Sail By” ebbero la mirabile musica del Canonico
Fiorentino.
Contemporaneamente nacque l’ amicizia con Giovan Battista De Curtis, conosciuto
in tutto il mondo per la famosa canzone “Torna a Surriento”, valente pittore oltre che
affermato poeta e musicista, per il quale, da esperto compositore musicale, trascriveva
la melodie sul pentagramma adattando il testo musicale ad ogni strumento, ottenendo
spartiti per un ‘intera orchestra, per coro di fanciu lli ed altre voci. Dall ‘ amichevole collaborazione
sono testimonianza lettere contenenti versi di canzoni che il poeta, tra il 13
giugno 1900 e il 27 gennaio 1903, inviò al canonico affinché vi adattasse le musiche,
forse in precedenza concordate. Tali manoscritti 01iginali sono in nostro possesso e tra
essi vi è anche quello della famosa canzone “Carmela” attribuita al De Curtis per i versi
oltre che per la musica.
Una testimonianza certa ci viene dall’anziana signorina Giulia Tramontano, ultima
figlia del comm. Guglielmo, la quale riferì a mia madre che la canzone “A picciotta
” nacque da una felice collaborazione a tre: i versi erano del De Curtis, la musica del
canonico, l’immagine sulla copertina dello spartito era stata dipinta da lei stessa. A
conferma di ciò abbiamo avuto la testimonianza del tenore Umberto Davide, allievo
avviato al canto proprio dal canonico.
La signorina Giulia aveva promesso a mia madre che le avrebbe regalato lo spartito
originale, ma, purtroppo, lasciò questa te1Ta senza aver avuto l’opportunità di farlo.
Non si può omettere di aggiungere, infine, che il canonico Fiorentino fu anche uno
dei primi fotografi di SotTento, dedicandosi anche allo sviluppo dei negativi su vetro. I
suoi soggetti preferiti erano i volti. A noi restano alcuni negativi su vetro e tre immagini
di piazza Sant’ Antonino e della proprietà acquistata dal fratello Salvatore.
Nel 1870, il 5 agosto, nacque mio nonno Salvatore, terzo dei fratelli e l’anno successivo
il più piccolo Giuseppe. Egli e suo fratello Giuseppe furono più vicini nel percorso
di vita sia per età che per foITnazione professionale. Il nonno fu il vero imprenditore della
famiglia, di larghe vedute. Ha avuto il coraggio nella sua vita di affrontare mille peripezie
pur di portare a termine i suoi progetti. Aveva una sua filosofia racchiusa in queste
massune: “Aiutati, che Dio ti aiuta” e “Quello che pensi, quello riesce”. Massime che
ripeteva sempre a noi bambini affinché ne facessimo tesoro e, da un diario scritto all’età
di 86 anni abbiamo potuto leggere le tante pe1ipezie a cui è andato incontro per affermarsi
nel mondo lavorativo insieme al fratello.
Lo ricordo bene: un uomo attivo e vispo, sempre con la mente occupata a pensare, a
progettare ed a realizzare qualcosa. L’unico dei fratelli ad aver raggiunto l’età di 98 anni
e già si stava preparando la festa dei cento! Ogni giorno alle 9,00 in punto scendeva da
casa per andare in Chiesa a Sant’ Antonino per ascoltare la Messa con qualunque tempo:
pioggia, vento, freddo o sole. Poi si fermava nella piazza, per fare due chiacchiere (si fa
per dire), “catturando” qualche conoscente (con lui si sapeva quando si cominciava, ma
non quando si finiva). Ogni tanto si lisciava quei lunghi baffi bianchi appuntiti, rivolti
all’insù, alla moda del primo ‘900, che curava meticolosamente ogni sera.
Leggendo il suo diario mi è sembrato ascoltarlo nel raccontare di quegli anni a cavallo
del novecento. Bambino vivace e sveglio fu presto avviato all’apprendimento di
un mestiere. È interessante vedere come riaffiorano tanti nomi di personaggi che appartengono
alla storia della tarsia sorrentina. All’età di otto anni incominciò l’apprendistato
presso il laboratorio di Grandville, nel reparto traforatori. Gli fu persino cosh”Uito un
banchetto adatto alla sua altezza e ben presto si fece voler bene da tutti i sessanta operai
della bottega. Era alla dipendenza di tre o quattro traforatori: Antonino ‘o scartellato,
organista della chiesa dell’Annunziata, Ciccillo ‘o scatruobole, ilfimgimasto (il capomasto)
Vincenzo De Gregorio, padre di Valentino, ed altri.
L’anno successivo, trovò lavoro presso il laboratorio di Baldassarre Gargiulo di
fronte alla chiesa del Rosario. Così scrive il nonno: “Sotto quell’artista cominciò la
mia carriera di tra/oratore e solo lui riconosco come mio maestro” e vi rimase fino
all’età di 14 anni. L’anima inquieta del nonno, alla ricerca di impieghi più qualificanti
lo portò a 16 anni a cambiare ancora e trovò impiego presso il laboratorio di Gargiulo
detto ” Perciatore” (Padrino dei Rinaldi). Finalmente ebbe l’incarico di disegnatore,
ricacciatore e traforatore. L’anno successivo, a 17 anni, cambiò ancora e trovò lavoro
presso Michele Milano che lo chiamava Professore, perché frequentava la Regia Scuola
d’Arte, lo pose a capo dei suoi sei operai. Finalmente fu riconosciuto il suo valore
artistico e presso il Milano restò fino all ‘età di 23 anni, allorché, insieme al fratello Peppino,
decisero di mettersi in proprio e presero in fitto una proprietà dei Falangola in Via
Duomo (Corso Italia, angolo Cattedrale), dove poter esporre i loro lavori. Riuscì, però,
a completare solo l’esterno, con vetrina e porta di entrata tutta di vetro, ma non riuscì
ad arredare l’ interno perché il fratello Peppino fu chiamato per il militare. Si dedicò al
completamento del negozio, arredandolo alla megli o: erano finiti i fondi ed espose su
tavole poggiate su cassette, serie di tavolini intarsiati e qualche oggetto fa tto alla Scuola
d’Arte dal fratello in legno di ebano ed avorio inciso a bulino. Aprì nel marzo 1894,
affidandosi alla provvidenza di Dio e, dopo 20 giorni, arrivò il primo acquirente che si
innamorò di un letto lavorato in ebano e avorio eseguito dal fratello e ne ordinò uno,
pagandolo ben 500 lire. Le sue preghiere furono esaudite: quella cifra gli permise di
completare l’anedamento del negozio e di avere un po’ di serenità.
Nel 1895, ci fu grande festa per il centenario di Torquato Tasso, intervenne la Regina
Madre del Re Vittorio Emanuele per l’inaugurazione della mostra dei lavori d’intarsio,
allestita nell ‘ antico Convento dei Teatini in piazza Sant’Antonino (attuale sala
del Consiglio Comunale). Anche il nonno partecipò presentando un primo lavoro del
fratello Peppino, un baldacchino tutto intagliato e dorato, che oggi si trova nella chiesa
del Capo di Sorrento. Ebbe l’onore di essere premiato con diploma e medaglia d’oro
dalla Regina Madre e dal Sindaco Luigi De Maio. Per ritirare il premio cbe coronava
le sue doti artistiche, a Peppino fu concessa una licenza di I O giorni Quando Peppino
ritornò dal servizio mili tare, con il fratello Salvatore, si dedicò in particolare alla realizzazione
di mobili, sfruttando gli insegnamenti appresi alla scuola D’Alie, dove aveva
appreso, soprattutto, l’arte dell’intaglio dal Professore Arturo Guidi di Siena. Aprirono
una fabbrica di mobili in un te1Taneo di loro proprietà a Via Fuoro impiegando diversi
operai ed i loro mobili arredarono case in tutto il mondo, in modo speciale a Son-ento.
Dopo qualche anno si rese disponibile una proprietà, una casa diruta, in Piazza
Sant’ Antonino: il pian teneno era pressoché inutilizzabile, così come il primo piano.
La proprietà era stata messa all ‘asta ed era accanto al giardino appartenuto al Monastero
di Santa Maria delle Grazie. Ancora una volta il nonno dovette far fronte a molteplici
ostacoli, perché la proprietà faceva gola a molti, vista la posizione. Non fu facile
affrontare l’asta, ma, con la volontà di Dio e l’ intercessione di Sant’ Antonino, riuscì ad
aggiudicarsi la proprietà, lui piccolo “masterasciello” contro avvocati, notai e imprenditori,
certamente più esperti di lui.
Così la Ditta Fratelli Fiorentino, con I’ ingresso del fratello Antonino aptì una nuova
fabbrica di mobili, con moderni macchinari in Piazza Sant’ Antonino, formando tanti
operai, tra i quali i fratelli Galano: Pasqualino, Vincenzo ed Ettorino, che hanno affiancato
il nonno fino agli ultimi anni. La proprietà, con ingresso da Via Luigi De Maio, aveva
anche un giardino con un altro accesso da via San Cesareo e altri ruderi. T lavori di ristmtturazione
proseguirono e fu ripristinato l’originale ingresso da Via San Cesareo.
TI nonno, all ‘età di 39 anni realizzò il desiderio di formarsi una famiglia, conobbe
una bella giovane di Sant’ Agata: Teresa Gargiulo, gli piacque e ben presto si dichiarò
ai genitori. Racconta: “Ci sposammo il 9 maggio 1912. La mia Teresina aveva 35 anni,
era bella, alta, istruita e virtuosa in tutte le attività domestiche. Una donna mandata da
Dio, perché un giorno avrebbe dovuto accudire non solo me, ma anche i miei tre fratelli.
Mi diede tre.figli: Gina (sposala con Salvatore Foggiano, ha avuto due figli Antonino e
Francesco Saverio)) Antonino (sposato con Titina Alfaro) Maria (sposata con Pio De
Nicola ha avuto tre figli: Lucio, Gabriella, Pierangelo) e mi è stata vicina per 41 anni”.
li nonno nella sua lunga vita è riuscito a realizzare molti desideri di vita affidandosi
sempre alla provvidenza di Dio e alla sua caparbietà, ora non gli restava che realizzare
un suo sogno: vedere tre portoni vicini per le abitazioni dei suoi tre figli. Dopo
aver riparato il vecchio rudere, costruì il palazzetto di due piani con ampio terraneo
su piazza Sant’ Antonino, dove trasferì l’esposizione dei suoi mobili; sopraelevò con
un secondo p iano l’appartamento esistente, dividendo i due corpi di fa bbrica: uno con
l’ingresso dal portone di Piazza Sant’Antonino e l’altro con l’ ingresso dal vecchio
portone di via Luigi De Maio. Destinò alla figlia Gina il palazzotto originario e quello
di Piazza Sant’ Antonin o, dove mio padre aveva lo studio di arch itetto, alla figlia
Maria; lasciando in ered ità ad Antonino, i I resto della proprietà. Quando mio padre
costruì, nel 1956, l’altro palazzo, con un altro portone da Piazza Sant’ Antonino, realizzò
in pieno il suo sogno.
11 nonno racconta:” A!!’età di 86 anni ancora c’era un vuoto da colmare. Quando
andai a Napoli per/ ‘acquisto del terreno di “Chianuchianillo “feci un voto a Sani ‘Antonino:
gli promisi che avrei intagliato una sua <:4/fige e l ‘avrei sistemata sul portone della
prima casa che avrei costruito. Vero è che, con i miei fratelli nel I 925, gli avevamo già
donato il pulpito intarsialo ed intagliato e posto nella Basilica a Lui dedicata, ma ancora
non ritengo soddisfatta la mia promessa. Perciò è giunto il momento di provvedere”.
li fratello Peppino, a suo tempo, aveva preparato un bozzetto in creta del miracolo
di Sant’Antonino che salva il bambino dalle acque, per poi adeguarlo a grandezza naturale
e porlo sul portone della prima casa. Ma purtroppo il buon Peppino non fece in
tempo a realizzarlo e perciò il nonno decise, anche su consiglio di mio padre, di realizzarne
lui stesso un dipinto. Il l O febbraio 1962, all’età di 92 anni, finalmente pose sul
portone il dipinto come aveva sempre desiderato. Il nonno morì il 29 febbra io del 1968.
Fino a quel giorno era uscito tutte le mattine come sempre per recarsi a Messa. Aveva
un rituale che applicava ogni anno: appena arrivava marzo, salutava i suoi amici e si
rintanava in casa e ne usciva i I 1 aprile. Diceva che “scampai’ marz ‘camp ‘nat ‘anno”.
Marzo era un mese ingannatore, il tempo non era stabile e un vecchio doveva riguardarsi
e che le cose di cui bisognava avere paura ad una certa età erano le tre “c”: catano,
cadute e cacarella. L’anno in cui è morto era bisestile, perciò marzo è iniziato con un
giorno di ritardo e lui, non pensandoci, non si rintanò in tempo.
Ricordiamo anche altri lavori realizzati dai fratelli Fiorentino: il coro .ligneo in noce
del Caucaso, della Cattedra le di S01Tento realizzato nel 1938; il Bambinello della chiesa
di San Francesco, il leggio conservato nella vetrinetta della sagrestia della Cattedrale
con intarsiato San Giuseppe; i mobili intagliati cbe fanno bella mostra nella sala interna
del ristorante “Antico Francischiello” .
Mio padre, Antonino, ha ereditato le qualità a1tistiche dal padre e dagli zii. Nato il 6
gennaio 1915, da parto gemellare prematuro, sopravvissuto per miracolo al fratello, è
stato sempre oggetto di molte attenzione da parte di tutti i vecchi zii. Appena nato, pensando
che anche lui fosse nato mo1to, fu messo da parte e, quando sentirono il suo vagito,
zio Peppino esclamò: “È pure nu cristianie/lo”. Lo avvolsero subito nella ” bambagia”
(cotone idroforo), gli zii lo accudirono notte e giorno, sostituendogli le bottiglie di acqua
calda, alimentandolo con il contagocce. Raggiunto il peso giusto fu dato, a balia, ad una
famiglia di contadini di Monticchio. Rimase ll fino ad un anno di età e finalmente giunse
il momento di rientrare a casa, atteso con trepidazione da tutti, soprattutto dagli z ii. Era
cresciuto, si era irrobustito, ma aveva acquisito le abitudini della famiglia della sua balia,
infatti arrivato a casa si guardava spaurito e, non sapendo cosa fare per metterlo a suo
agio, gli diedero da bere l’acqua in un bicchiere di vetro normale. A quel punto non potendone
più scoppiò a piangere, non si sapeva come consolarlo finché a zio Peppino venne in
mente di prendere la “giarretta” di creta che aveva e lo fece bere, così si placò e a poco a
poco si inserì di nuovo nella sua famiglia, coccolato da tutti i suoi numerosi componenti.
Da bambino, vivendo tra esempi e racconti delle grandi doti artistiche degli insegnanti
della Scuola D’Arte, si fece strada in lui il desiderio di intraprendere gli studi
di architettura e dopo il liceo si scrisse ad architettw:a a Napoli, alla Federico ll. Gli
ultimi anni di università furono i più difficili, c’era la guerra, i bombardamenti, le comunicazioni
precarie, poco cibo, ma c ‘era la gioventù e perciò si affrontava la vita con
la speranza di un futuro migliore.
Gli mancavano due esami alla seduta di laurea, quando il 21 gennaio 1941 fu chiamato
per il servizio militare, quindi attese per concludere gli studi a guerra finita. Si laureò il 28
febbraio del 1944 a pieni voti e, in attesa che decollasse la sua attività di architetto, pensò
di riaprire la fabbrica di mobili dei Fratelli Fiorentino e formò una società con l’amico,
Oreste Attardi. Anche se la guerra era finita, aveva lasciato strascichi di miseria e poca
sicurezza nel futuro e la presenza dei soldati americani a Sorrento aveva fatto 1ifiorire l’ indust1ia
dell ‘ intarsio e causato una leggera iipresa nell ‘economia. Di quel periodo sono il
portasigarette tascabile in olivo e i cassettini portasigarette ideati e disegnati da mio padre.
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