Teatro. Intervista all’attore e regista Nello Mascia, a cura di Maurizio Vitiello. foto

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Intervista di Maurizio Vitiello – Risponde l’attore e regista Nello Mascia.

 

Nello Mascia, all’anagrafe Aniello Mascia (Sala Consilina, 28.12.1946), è attore e regista.

Ha iniziato l’attività di attore in compagnie dirette da Mico Galdieri al fianco di grandi attori come Ugo D’Alessio, Pupella Maggio, Giustino Durano.

Dopo lavora con Eduardo De Filippo in “Il sindaco del rione Sanità”, “Gli esami non finiscono mai”, “Uomo e galantuomo”,

Nel 1972 fonda la Cooperativa Teatrale “Gli Ipocriti”, che dirige e di cui è l’animatore principale per circa 25 anni.

Nel 1980 interpreta il personaggio del sagrestano Pacebbene in Uscita di emergenza di Manlio Santanelli in coppia prima con Bruno Cirino; poi, alla morte di questi, con Sergio Fantoni.

E’ al Piccolo Teatro (1983-4) dove interpreta Trinculo nell’allestimento de La Tempesta di Shakespeare curato da Strehler che inaugura il “Teatro D’Europa” all’Odeon di Parigi.

Dà il via, dal 1986, a un progetto artistico incentrato sulla divulgazione e sulla valorizzazione dell’opera di Vivian; dell’autore, nativo di Castellammare di Stabia, allestisce una serie di spettacoli: L’ultimo scugnizzo con regia di Gregoretti, Fatto di Cronaca con regia di Scaparro, Guappo di Cartone con regia di Pugliese, Musica dei Ciechi con regia di Calenda.

Nel 2001 porta in scena e, dopo, in televisione Fango, scritto da Gelardi, racconto delle frane del 1998, a Sarno, che provocarono la morte di 160 persone.

E’ coprotagonista, nel 2002, a fianco di Carlo Giuffrè in Miseria e nobiltà; nel 2006 entra nell’organico artistico del Teatro Stabile di Palermo diretto da Pietro Carriglio e ci lavora sette anni.

Nel 2007 è protagonista-mattatore di Il re muore di Ionesco per la regia di Carriglio.

Sensibile alle tematiche sociali, riduce per la scena il saggio di Tommaso Sodano e Nello Trocchia “La peste”.

Nel 2011 porta in scena – sempre sotto l’egida dello Stabile di Palermo – Natale in Casa Cupiello di Eduardo, allestimento che lo vede impegnato come protagonista, Luca Cupiello, che come regista.

Nel 2016 fonda la compagnia teatrale Attori Indipendenti.

Nel 2019 assume l’incarico di realizzare un Progetto Triennale sull’Opera di Raffaele Viviani presso il Teatro Trianon – Viviani di Napoli.

In televisione nel 1979 è l’operaio Marco, protagonista dello sceneggiato in quattro puntate Tre operai, dal romanzo di Bernari per la regia di Maselli.

Nel 1983 è protagonista del Carmagnola, libero adattamento di Gregoretti dalla tragedia di Manzoni. Nel 1997 è il crudele Ferdinand nel Conto Montecristo, singolare versione di Gregoretti dal romanzo di Dumas.

Nel 2006 è fra i protagonisti della serie TV Capri, interpretando il personaggio di Domenico Scapece.

Nel cinema è fra gli interpreti di Morte di un matematico napoletano di Martone.

Dopo, è protagonista di diversi altri films, fra cui Pacco, doppio pacco e contropaccotto di Loy, Sono pazzo di Iris Blond di Verdone e L’uomo in più di Sorrentino.

Nel 1998 è tra i protagonisti de La cena di Scola, film che gli vale il Nastro d’Argento come Migliore attore non protagonista.

 

Ed ecco l’intervista:

 

D – Puoi segnalare il tuo percorso di studi?

R – RAGIONIERE.

 

D – Puoi raccontare i desideri iniziali e i sentieri che avevi intenzione di seguire? Sono stati passi difficili?

R – Mio padre era un poeta.

Un latinista e un grecista, amante di cose belle, di pittura, di letteratura, di teatro.

All’età di tre anni (sapevo già leggere e scrivere perfettamente) già recitavo a memoria alcune poesie di Pascoli, di Gozzano, di Carducci.

Ma il mio cavallo di battaglia era “Il prode Anselmo” di Giovanni Visconti Venosta.

Avevo già il mio piccolo repertorio. Che sciorinavo nel corso della mia quotidiana tournée, quando con mia madre nel fare la spesa, si sostava ora dal macellaio (“Oh Valentino vestito di nuovo…), ora dal fruttivendolo (“Signorina Felicita, a quest’ora, scende la sera…”), ora dal giornalaio (“Pollicino morta mamma, non sa più di che mangiare…”).

E avevo già il mio pubblico, che era quello delle massaie del mercato.

Ero, insomma, un enfant prodige in miniatura.

A scuola, ovviamente, ero una celebrità.

Le maestre letteralmente mi contendevano per avermi nelle loro classi a recitare
poesie, ad una platea di compagni di scuola entusiasti – se non altro – di evitare così un’interrogazione.

All’età di sette anni, idolo ormai indiscusso del paese (vivevamo a Gragnano, un paese dell’entroterra campano famoso per la pasta e il buon vino), il parroco mi aveva dato l’incarico di imparare una lunga orrenda poesiola scritta da lui, da dire sul palco della piazza principale in occasione della Festa della Madonna del Carmine.

La piazza era gremita.

Tutta la cittadinanza era presente.

Salgo sul palco. Il parroco mi presenta alla folla plaudente. Una marea immensa.

Io avanzo al centro del palcoscenico. Sono davanti al microfono.

Si fa improvvisamente silenzio. Tutti pendono dalle mie labbra. Io mi guardo intorno. Il parroco dalle quinte mi incita a iniziare.

Ed io … Scappo via.

Fuggo, scappo a più non posso, come un forsennato.

Giù per le scale del palco.

Via! Giù, lungo la discesa. Col fiato in gola.

Via!

Dopo quell’episodio la mia vita cambiò.

Mai più recite improvvisate. Mai più poesie. Più nulla.

 

D – Quando è iniziata la voglia di “essere attore”?

R – A tredici anni mio padre volle portarmi a Napoli al Mercadante. Si dava una commedia di cui non ricordo il nome. Quello che ricordo è che eravamo cinque spettatori. Compresi io e mio padre. Ci sistemammo in poltrona. Si fece buio. E dal sipario chiuso uscì fuori un vecchietto. Molto simpatico e dal fare molto autorevole.

Disse più o meno così: “Questa sera, secondo una consuetudine teatrale, essendo gli spettatori in sala inferiori per numero agli attori in palcoscenico, potremmo non fare lo spettacolo, e potremmo restituirvi il costo del biglietto. Ma non lo faremo. Noi questa sera faremo un’altra cosa. Faremo per voi il più bello spettacolo della nostra vita.“.

Ecco.

Quel vecchietto era Sergio Tofano.

Se qualcuno mi chiedesse quando ho deciso di fare l’attore, credo che risponderei: in quella magica affascinante memorabile sera del Mercadante.

 

D – Mi puoi indicare gli artisti bravi che hai conosciuto e con cui hai operato da giovane e sino a oggi?

R – Ho avuto la fortuna di incontrare i due più grandi rappresentanti del teatro italiano del Dopoguerra. Eduardo e Strehler. In pochi possono vantarsi di una fortuna del genere.

Da Strehler fui chiamato nel 1983 a interpretare Trinculo ne “La tempesta” di William Shakespeare per l’inaugurazione del Teatro d’Europa all’Odeon di Parigi.

Indimenticabile esperienza.
Eduardo e Strehler. Due uomini un po’ diversi come specifico poetico. Ma accomunati dallo stesso obiettivo artistico. L’assoluto. La perfezione.

 

D – Quali sono le tue “prove” d’artista da ricordare?

R – A parte l’esperienza con Eduardo e Strehler una tappa davvero importante fu la prima di “USCITA DI EMERGENZA” di Manlio Santanelli al San Ferdinando nel 1980 in coppia con Bruno Cirino. Memorabile. E chi se la scorda più.

Io non ero nessuno. Bruno era un famoso attore di fiction, inoltre molto attivo politicamente, una sorta di calamita per noi giovani. Lui accettò con generosità di dividere la scena con me che non ero nessuno in quell’opera meravigliosa di Manlio di cui si parlava tanto nell’ambiente e che faceva gola a tanti attori più autorevoli di me. Non lo ringrazierò mai abbastanza, Bruno amico mio dolcissimo.

Alla prova generale Bruno, mio fratello maggiore, che curava anche la regia, avvilito, scontento per tante cose che secondo lui non andavano, mi disse: ”Nello, So che tu ci tieni tanto a questo spettacolo. Ma scusami, ho sbagliato. Ho fatto una regia di merda”.

Alla prima quando si chiuse il sipario. Ci fu qualche secondo interminabile di silenzio. Poi il boato. Un successo memorabile. Eravamo increduli tutti. Fu lo spettacolo che mi segnalò per la prima volta all’attenzione nazionale.

D – Qual è la tua percezione di Napoli, ma quanto e perché?

R – Napoli la vivo con distacco. Ma con l’orgoglio del napoletano.

 

D – Hai seguito più Viviani o de Filippo; quali le differenze tra questi due “animali da palcoscenico”?

R – Da fare un saggio. Riassumo. Viviani è il poeta del popolo. Eduardo è il poeta della piccola borghesia.

 

D – Quali “piste” di maestri hai seguito?

R – Eduardo e Viviani. Ma credo di essere più vivianesco. Non saprei.

 

D – Quali linee operative teatrali pensi di tracciare nell’immediato futuro?

R – Cioè cosa farò domani? Ho lasciato a metà tante cose. THE RED LIONS di Marber al Piccolo di Milano. VIVIANI PER STRADA al Trianon. Un progetto su CAROSONE. Spero di riprenderli.

 

D – I “social” t’appoggiano, ne fai uso?

R – Cmq ne faccio uso.

 

D – Con chi ti farebbe piacere collaborare scegliendo tra i nomi “sacri” per metter su uno spettacolo?

R – Robert De Niro e Al Pacino.

 

D – Perché il pubblico dovrebbe ricordarsi dei tuoi impegni teatrali?

R – Potrebbe anche non farlo, va bene lo stesso.

 

D – Pensi che sia giusto avvicinare i giovani e presentare l’arte teatrale in ambito scolastico, accademico, universitario e con quali metodi educativi esemplari?

R – Fondamentale.

 

D – Prossime mosse?

R – Scacco al re.

 

D – Che futuro si prevede post-Covid-19?

R – Faticoso.

 

NB: 1 – FOTO LE PERA – Nello Mascia

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