Sigismondo Nastri: “Angelo Di Salvio, il poeta del quale Amalfi ha perso la memoria”

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ANGELO DI SALVIO, IL POETA DEL QUALE AMALFI HA PERSO LA MEMORIA
Nato ad Amalfi il 2 gennaio 1898, Angelo di Salvio frequentò il liceo classico a Salerno. Conseguito il diploma di maturità, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza a Napoli, ma dovette sospendere gli studi per motivi di salute. Tornato nella sua città, trovò occupazione in una tipografia, quindi ottenne l’incarico di segretario presso il ginnasio, istituito nel 1932. Questi impegni non gli impedirono, tuttavia, di dedicarsi all’attività giornalistica e letteraria, che più di ogni altra lo interessava. Collaborò col Roma, con Il Mattino, col Giornale d’Italia. Pubblicò racconti su riviste e periodici, che gli valsero la simpatia e la benevolenza di personaggi autorevoli del mondo della cultura, quali Alfredo Baccelli e Francesco Cangiullo. Fu amico di un poeta giapponese, Harukichi Shimoi.
Una sua novella meritò il primo premio a un concorso letterario nazionale organizzato dalla rivista Il Garda. Tra i componenti della giuria c’era Renato Simoni. Nel 1933, finalmente, diede alle stampe “La sfinge senza volto” (Andrea De Luca editore, Amalfi): venticinque deliziosi racconti, in uno stile colto ed elegante, per lo più a sfondo autobiografico. Tema ricorrente, insieme con l’amore, la felicità, definita “sfinge senza volto” o, sia pure in forma interrogativa, “un sogno doloroso”. Nel “preambolo”, Francesco Cangiullo, il pittore-scrittore padre del futurismo a Napoli, descriveva l’autore come un «giovane trasognato, dalle lunghe palpebre sullo sguardo miope… Se egli vivesse più liberamente in città – osservava Cangiullo –, invece di trascorrere il tempo ad Amalfi, impegnato in un lavoro di routine monotono e stressante, avrebbe sicuramente un nome: piccolo o grande, decadente o crepuscolare, non importa: avrebbe un nome».
Angelo di Salvio, provato da amarezze e delusioni, che se lo avevano irrobustito nello spirito, stimolando la sua creatività, lo avevano però fiaccato inesorabilmente nel fisico gracile e delicato, si spense il 22 giugno 1935, a soli trentasette anni.
Il rammarico che mi accompagna da oltre mezzo secolo è quello di non essere riuscito a salvare dall’oblio, e forse dalla distruzione, i suoi scritti inediti: una raccolta di liriche ed un saggio, “Amalfi, cenni di storia e di bellezze”. Per la pubblicazione di quest’ultima opera, nel 1954, lanciai un appello alle autorità, ampiamente ripreso dai mezzi d’informazione ma rimasto, ahimé, inascoltato. Tre anni dopo mi feci promotore di un comitato, per organizzare una cerimonia commemorativa, ritenendo che egli non poteva essere cancellato dalla memoria collettiva della città. Le prime adesioni mi giunsero da Gaetano Afeltra, allora redattore capo del Corriere d’Informazione: «L’idea mi commuove in modo particolare perché Egli fu il mio primo Maestro, del quale conservo nel cuore la più affettuosa, devota e profonda gratitudine»; da Ugo Fruscione, responsabile della redazione salernitana de Il Mattino: «Certamente quanti ricordano il giovane strappato così immaturamente alla vita fisica e intellettiva non potranno che plaudire»; da Maria Casaburi, una gentile professoressa di Cava de’ Tirreni, che era stata la sua musa ispiratrice; dal Cavaliere Nicola Milano, l’indimenticato “cartaro” e storico della carta: «Mi piace sommamente che la gentile figura di Angelo di Salvio sia ricordata, meglio ancora con una sua opera inedita»; dal giornalista Mimì Scannapieco. Non si riuscì ad andare al di là dei buoni propositi.
Il fratello di Angelo di Salvio, Alfonso, un signore di antico stampo, impiegato al Comune di Amalfi, attivissimo nonostante una disabilità che gli rendeva difficile la deambulazione, ne custodiva gelosamente i ricordi in una cassapanca: rotoli, pacchi, legati con nastrini azzurri, contenenti manoscritti, appunti, lettere, articoli. Morto lui, non s’è più saputo dove sia andato a finire questo materiale. Fa tristezza pensare che si sia persa l’intera produzione lirica di Angelo di Salvio, che era poeta di raffinata sensibilità, come documentano i versi che seguono – tratti da “La sfinge senza volto” –, ispirati da due elementi tipici del paesaggio amalfitano: «La torre antica grigia guarda il mare / il mare che ha il colore dell’opale / nel silenzio che vigila e sa dare / una dolcezza che non ha l’eguale. // Quanta tristezza antica celi, o quale / orgoglio celi? – dice piano il mare – / voglio salire a te su per le scale / di questi scogli duri e vo’ ascoltare. // Bacia il sole la torre e bacia il mare, / già sorride la torre nell’orgoglio / antico che s’umilia e che scompare. // Vieni – gli dice – monta sullo scoglio… / coi ricami di spuma che sai dare / avvolgimi, distruggimi, lo voglio!…».
Ad Angelo di Salvio va riconosciuto, ancora, il merito di un’impresa pressoché inimmaginabile a quell’epoca in Costiera: aver coagulato le migliori intelligenze giovanili per dare vita a Sirenide, rivista mensile, stampata anch’essa nella tipografia di Andrea De Luca. Il primo numero – rimasto l’unico, per il venir meno degli aiuti economici promessi – uscì nel gennaio del 1929. Vi collaboravano, tra gli altri, un giornalista affermato, Cesare Afeltra, poi approdato al Corriere della Sera, la citata Maria Casaburi, Raffaele Camera d’Afflitto e Alfonso Iovane, incamminati verso una brillante professione forense, e, per le illustrazioni, il pittore Ignazio Lucibello. L’obiettivo era ambizioso: la diffusione della cultura, un’azione quotidiana a favore del territorio, con un odio dichiarato per il “campanile”. «Se ce ne sarà ancora qualcuno – si legge nell’editoriale –, residuo di vecchio mondo, di nefasta sorpassata vita provinciale, non esisteremo a demolirlo con i modi più spietati». Impegno che mi sentirei di sottoscrivere anche oggi.

di Sigismondo Nastri

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