Scuola, braccio di ferro. Le Regioni in allarme ma il governo non cede

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Scuola, braccio di ferro. Le Regioni in allarme ma il governo non cede. Per il momento «tutto confermato»: dal 7 gennaio le scuole italiane riapriranno. Al di là dei dubbi di esperti, presidi e governatori (che chiedono un incontro all’esecutivo), e nonostante i contagi stiano continuando la loro risalita, il governo non sembra aver intenzione di rivedere la propria decisione.
Stando a quanto si apprende da diverse fonti autorevoli all’interno dell’esecutivo da giovedì prossimo le aule della Penisola torneranno a riempirsi, anche se solo per metà. Il rientro infatti sarà parziale con la didattica a distanza al 50% ovunque e orari d’ingresso scaglionati, ma solo in 11 Regioni (il cosiddetto doppio turno, con ingressi alle 8 e alle 10 e lezioni da 45 minuti).
«Arretrare sulla scuola, significa rinunciare a un pezzo significativo del nostro avvenire. Per questo non lo faremo» ha scritto ieri la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina nella lettera che ha inviato al Consiglio superiore della Pubblica istruzione la cui componente designata è scaduta nei giorni scorsi e che le aveva inviato una missiva con alcune riflessioni sul presente e sul futuro della scuola.
Il governo in pratica, come preannunciato anche dal premier Giuseppe Conte nel corso della tradizionale conferenza stampa di fine anno a Villa Madama («Auspico che il 7 gennaio le scuole secondarie di secondo grado possano ripartire»), non sembra intenzionato a cedere ai diversi fronti aperti dagli oppositori. Almeno fino ad oggi infatti, anche tra chi non è d’accordo con il rientro, sono state adottate strategie diverse. Niente ad esempio, è ancora arrivato sul tavolo della Conferenza Stato-Regioni anche se ieri sera, il presidente delle Regioni e governatore dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini si è detto pronto ad accogliere i timori dei suoi colleghi e ad un confronto con il governo: «Io credo sarebbe giusto che il governo nelle prossime ore ci riconvocasse e insieme prendessimo una decisione, in maniera molto laica».
OPPOSIZIONI Alla costante opposizione campana infatti, con Vincenzo De Luca che ha già lanciato un calendario scolastico alternativo per gli studenti della sua Regione (il 7 gennaio riprenderanno le prime e le seconde elementari, l’11 la scuola primaria, il 18 le tre classi della secondaria di primo grado e il 25 la secondaria di secondo grado), si sono già aggiunti altri governatori che stanno chiedendo all’esecutivo di rimodulare la ripartenza o quantomeno di non intestardirsi sulle date senza aver prima visto i numeri dei nuovi monitoraggi del contagio dopo le feste. Il motivo? Evitare che diventi necessario chiudere ancora qualche giorno dopo la riapertura.
Lo ha spiegato il veneto Luca Zaia, che in un’intervista a Repubblica ieri ha ricordato come ci siano «molte perplessità», ormai «è assodato che le curve dei contagi siano collegate ovunque alla ripresa della scuola» e ancora «Un’aula scolastica rischia di essere il terreno di coltura per il virus che poi si propaga sui bus e fuori dall’istituto», annunciando di inoltre riservarsi un’azione individuale: «ho chiesto al dipartimento di prevenzione di elaborare delle valutazioni sul da farsi. Decideremo di conseguenza».
Un’autonomia che se da un lato è stata in qualche modo rifiutata dalla Regione Lazio (con l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato che ieri ha chiesto proprio dalle pagine del Messaggero di intervenire all’esecutivo senza però puntare alla rottura), è già rivendicata anche dalla Puglia di Michele Emiliano. La Regione intende infatti continuare a dare la possibilità agli studenti delle scuole pugliesi di ogni ordine e grado (dalle elementari alle superiori), e alle loro famiglie, di scegliere la didattica a distanza anche dal 7 gennaio.
I PRESIDI Tra i più dubbiosi sulla strategia adottata dal governo ci sono i dirigenti scolastici che ormai da settimane, sia con le loro associazioni nazionali che quelle locali, stanno mettendo in luce tutte le criticità da loro riscontrate.
Tra i punti più criticati, come sottolineato da Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale Presidi, l’inizio della giornata scolastica alle 10: «La metà degli studenti italiani delle scuole superiori frequenta un istituto tecnico o un professionale: sono almeno 6 ore al giorno. L’organizzazione della loro vita sarà sconvolta. Escono alle 16.30, senza aver mangiato, prendono un bus o un treno, arrivano a casa affamati alle sei di sera. A che ora faranno i compiti? Alle 21».

Fonte Il Mattino

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