Il racconto del lunedi di Ciro Ferrigno. Le divisioni politiche e amministrative della penisola

Il racconto di questa settimana, seppur vestito da fattariello storico, con tanto di fonti precise e ricercate, ci mostra come e perchè, non potremo mai avere un comune unico, un assetto amministrativo che supera il campanile, sempre più necessario e impellente in particolar modo in questi mal frangenti di emergenza sociale.
“Con provvedimento in data 19 dicembre 1542 il Viceré reggente Loffredo concedeva che il Piano per l’accresciuta popolazione ed importanza amministrativa potesse costruirsi un governo speciale composto da un sindaco, cinque eletti e ventiquattro consiglieri, con facoltà di riunirsi nella chiesa di San Michele Arcangelo, al suono della campana. I cinque terzieri o rioni, che formavano un tempo l’Università del Piano, sono i seguenti: Carotto, Meta, Sant’Agostino, Maiano (o Forma) e Gangaro (Angri); insieme con i casali di Trasaella, dei Conti e di Fontanella. Da un documento del 1734, conservato nell’Archivio della Parrocchia di San Michele, risulta che i cinque terzieri avevano una popolazione complessiva di 13mila anime, ed erano governati «sotto una cassa e borza dal Magistrato della Suddetta Università, cioè da un Sindaco e cinque eletti ». Il Sindaco amministrava come capo di tutta l’Università, e gli Eletti ciascuno il suo Terziere, secondo veniva stabilito dallo stesso Sindaco e del Parlamento, che si componeva dal Sindaco, degli Eletti e di 24 Deputati. Ogni anno, e precisamente nel mese di Agosto, l’Università si radunava «al suono della campana dell’insigne Collegiata e Parrocchiale chiesa di San Michele Arcangelo» congregandosi «davanti il largo di detta collegiata» ed ivi procedeva all’elezione del Sindaco, degli Eletti, di un Cassiere, di un Cancelliere, di un Grasciero (addetto all’annonna) e degli altri amministratori”. Tratto da: “Memorie storiche della chiesa di San Michele Arcangelo in Piano di Sorrento” di Francesco De Angelis e Tommaso Maresca, Casa Editrice D’Onofrio, Sorrento.
Le Università del nostro antico Sud somigliano molto agli attuali Comuni, ma non sono la stessa cosa. Infatti l’Università del Piano, pur nella sua autonomia amministrativa, rimaneva in una condizione di sudditanza nei confronti di Sorrento, perché legata a questa da una serie di vincoli, sul piano contributivo fiscale e per un certo numero di oneri dovuti, come fornire uomini armati per la vigilanza sulle mura, operai per giornate di lavoro gratuito ed altro. Proprio questa parziale sudditanza generò nei secoli successivi liti e contenziosi continui, con ricorsi al Re ed al Papa. Liti su tutto, rapporti esacerbati dal fatto che le famiglie nobili sorrentine avevano forti interessi nella piana, con estese proprietà fondiarie, terreni coltivati, ville e case coloniche e mal sopportavano di dover pagare tributi al di fuori del proprio ambito. Sorrento, in realtà, non riconobbe mai l’esistenza di un’altra Università fuori dalle sue mura, impegnandosi in ondate di ricorsi ai sovrani, dai quali otteneva solidarietà, in cambio di una completa sudditanza, di obbedienza e devozione.
L’intolleranza di Sorrento verso l’Università del Piano aumentò costantemente negli anni e nei decenni successivi, fino ad esplodere. Infatti nel 1647-48 ci fu una rivolta armata degli abitanti del Piano e Massa, che portò all’assedio di Sorrento, un atto di guerra vero e proprio, che i sorrentini si affrettarono subito a bollare come “la rivolta dei cafoni”. Da allora la convivenza, da difficile, diventò impossibile.
Per meglio esemplificare la condizione dei rapporti esistenti, riporto solo alcuni fatti particolarmente significativi. Già in occasione del devastante assedio a Sorrento da parte dei turchi nel 1558, prima ancora di capire che era stato un servo moro dei Correale ad aprire la porta di Marina Grande alle orde barbariche, i sorrentini sostenevano che erano stati quelli del Piano, mossi dall’odio. Nel 1588 gli stessi si resero conto che il campanile di Santa Maria del Lauro era più alto di quello della loro Cattedrale e diedero inizio a ricorsi e liti che durarono decenni. Un altro fatto si svolse all’interno della Cattedrale, dove un ignaro predicatore, aveva salutato i rappresentanti dell’Università del Piano, intervenuti ad una cerimonia liturgica. Per aver usato le parole “Università del Piano” ci fu un ricorso al Papa, che diede vita ad un contenzioso che durò più di dieci anni. Ed infine, il fatto dello sgabello. Nel Settecento, quando si riuniva il Parlamento a Sorrento, doveva partecipare anche il Sindaco del Piano, orbene a questi era riservato uno sgabello più basso che stava ad indicare la sua inferiorità rispetto ai rappresentanti della Città, che ne avevano di lussuosi, con decori ad intarsio, cuscini e stoffe pregiate. Ogni volta erano proteste e scambi di insulti, ogni volta il Sindaco del Piano rimaneva in piedi per rivendicare la dignità sua e del popolo che rappresentava.
Quello dello sgabello fu il canto del cigno morente della nobiltà sorrentina, che vedeva il progressivo decadimento e la perdita delle sue prerogative, di fronte alla gente della Forania che si arricchiva a dismisura. Infatti erano fiorenti i cantieri di Alimuri e Cassano, la produzione della seta del Piano era considerata la più pregiata del Regno, il commercio marittimo dei prodotti della terra, avveniva a livello mondiale. Canto del cigno per una Città che, solo con lo smantellamento delle mura e la fine del predominio di quella casta chiusa, litigiosa ed obsoleta, si sarebbe aperta al mondo, con tutta la sua penisola, come uno dei paradisi del turismo internazionale.
Il racconto del lunedì di Ciro Ferrigno

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