IL CULTO E FESTA DI SAN SEBASTIANO IN PENISOLA SORRENTINA AMALFITANA 20 GENNAIO 2021

Il culto di San Sebastiano lo troviamo esteso da Massa Lubrense, ove in via Canale vi era una chiesa a lui dedicata, fino ad Agerola e Tramonti ,in Costiera amalfitna, dove tradizionalmente si riuniscono tutte le polizie municipali della Costa d’ Amalfi ,  e Gragnano, ove è santo Patrono. Le chiese sono un po tutte scomparse, è rimasta solo la grande festa di Gragnano. Il santo è legato alla peste , e la devozione si infervora in prossimità di questi maleventi a partire dal 1500. La vita del santo è riportata nella rubrica Il Santo del Giorno di Positanonews

Generico gennaio 2021

Proponiamo integratemele il racconto delle tradizioni gragnanesi  tratto da Genius Loci 2001 , diretto da Antonino De Angelis.

La festa di San Sebastiano  di Rosaria Iovine 

Tempo fa, a Gragnano, in occasione della ricorrenza di San Sebastiano, si usava andare in giro nelle campagne e nelle contrade alla ricerca di fascine, manucoli e sarmienti varie, che i contadini devoti del santo offrivano per il grande falò che rappresentava il momento più atteso della festa. Si accatastava il tutto nei pressi del campanile, dove si preparava una pira a forma di cono, inserendo tra la legna anche qualche botto. Si completava la scenografia rivestendo il falò con,; scoglio (carta e legno del presepe) e la  cardogna (erba pungente con ovatta che si mette sulla grotta de1 presepe) e un cartellone con l’immagine del santo e l’avviso che si sarebbe dato fuoco al falò alle ore 19:00, subito dopo la benedizione. Gli addetti alla cerimonia erano: Carmine Iovine e Achille Viesti. Dopo la  benedizione in chiesa, la gente si spostava nel largo adiacente il campanile, dove stava ‘o puosto di Manunela ‘e Meniello, la venditrice di castagne lesse, per assistere all’accensione del falò. Uno scampanio era il segnale d’inizio e uno della famiglia Iovine dava fuoco alla pira. Tuttora è tradizione che ogni anno, a turno, un  componente di questa famiglia ha l’onore di appiccare il fuoco al falò. I fedeli intorno cantavano la canzoncina di San Sebastiano e consumavano patate e salsiccia, arrostite sulla brace del falò. Una nonna raccontava alla nipotina che, ai tempi suoi, durante la festa mangiavano le caldarroste offerte da De Rosa, alias Castagnello,che aveva un deposito di castagne presso il Palazzo Garofano, in via Roma, l’attuale palazzo del Sale e Tabacchi, e si annaffiava il tutto con una bevuta del Gragnano asciutto.

Consumata la fiamma, le nonne raccoglievano la carbonella nei bracieri portandola a casa per devozione e protezione. La cenere ricavata serviva per la cura: i panni sporchi venivano portati giù ai lavatoi dopo che per una settimana venivano l’asciati coperti da strati di cenere e per farli profumare si usavano bucce di limone. Inoltre, la cenere, veniva anche usata per curare malesseri passeggeri, come il raffreddore e la vermenara.A proposito delle proprietà taumaturgiche Delle ceneri del falò si raccontano parecchie storie che di anno in anno vengono tramandate, forse un po’ gonfiate ma sempre molto affascinanti. In una di queste, spesso ricordata da nonna Carolina, si racconta di un bambino di circa quattro anni che da parecchi giorni aveva dei disturbi che facevano molto preoccupare la madre. Non dormiva tranquillo e se dormiva stava con gli occhi semiaperti, aveva scatti nervosi e piangeva senza motivo. Ormai le più anziane cominciavano ad insinuare che il bimbo fosse posseduto, visto che era stato se1npre un ba1nbino tranquillo. Ma poi per fortuna a qualcuno venne in mente di usare le ceneri di San Sebastiano e così la madre fece bere al piccolo Ciruzzo acqua e cenere e già quella notte riposò tranquillo come un angioletto. Il mattino dopo tutti i disturbi erano spariti e da allora quell’episodio viene portato ad esempio di come le ceneri del falò del Santo protettore abbaianola facoltà di curare alcuni mali. C’è ancora il caso di Vincenzino, un ragazzino che una sera aveva preso un grande spavento in seguito al quale lamentava forti dolori al ventre la mammana per farglieli passare, la sera preparò in un bicchiere un po’ d’acqua con un pizzico di cenere del falò.

La mattina seguente filtrò il tutto con un panno di lino e fece bere l’intruglio al figlio per calmare i vermi intestinali. Si usava anche mettere in una bacinella acqua calda con della cenere e immergevi i piedi per guarire l’influenza con tosse. Le nonne e le mamme, già dal mattino, preparavano il pane raffermo, i pinoli, le uova e la carne trita. Dopo l’impasto, friggevano le polpette e prima della processione i ragazzi ne mangiavano qualcuna bella calda. Durante la processione tutti si  affacciavano ai balconi mentre le nonne controllavano le polpette perché i piccoli non si abbuffassero e se ne mancava una esclamavano: “San Bastiano pé fora e Naso’ e Pippo pé dinto “. Un aneddoto smpatico che si racconta, parla di un personaggio chiamato Naso ‘e Pippo, costui, losco individuo, era un ladro di appartamentie, a quanto si dice, ma che molto abile, tanto da riuscire sempre a farla franca. Per sua sfortuna, però, venne un giorno che per troppa ingordigia finì i suoi giorni in galera: artefice della sua cattura, mentre tutti i compaesani erano alla processione del santo patrono, fu un gatto al quale pestò la coda, li gatto gli graffiò il viso e visto che era in bilico su una grondaia, finì per ruzzolare giù, proprio mentre passava la processione del Santo e in men che non si dica fu acchiappato. Da qui deriva il detto: “San Bastiano péfora e Naso ‘e Pippo pé dinto”. Le carbonelle del falò venivano poi date alle famiglie bisognose perché potessero riscaldarsi. Col passare del tempo i maestri di cerimonia sono diventati i fratelli di Carmine Iovine, Gaetano e Antonio, il figlio Ciro e il nipote Gaetano fino a quando non c’è stato il terremoto. Dopo di loro l’incarico è passato ai ragazzi della Conceria che, per il falò, hanno utilizzato lo spazio dell’ abbattuto Palazzo Montefusco per pochi anni, per passare poi davanti al sagrato della Chiesa del Corpus Domini. Le fascine se le facevano dare sempre dai contadini, ma col passare degli anni hanno deciso di comprarle fuori Gragnano. Il ”.focarazzo” nello stesso momento veniva acceso anche in altri  rioni della città come Aurano, Castello, Caprile, Piazzetta Incoronata, Vico Zuccaiiello, ecc …

Per la festa venivano organizzati, dal comitato per i festeggiamenti del Carmine, i fuochi d’artificio: ‘o ciuccio ‘efuoco, ‘ajattae ‘osorece e le batterie sul ponte. Si portava il Santo sul sagrato della chiesa e dopo lo sparo dei fuochi, in chiesa si baciava la reliquia.

Santini di pezza contro il malocchio a protezione della salute dei bambini. Fino al/a seconda metà del ‘900 le madri li facevano indossare ai bambini sotto i vestiti

 

Generico gennaio 2021

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