Il Correale si racconta. «Kindertypus Napoli» foto

L’appuntamento odierno è dedicato ad una statua di marmo, della collezione Archeologica del Museo Correale di Terranova. Si tratta di una opera acefala, piccola , forse di un bambino, che nelle grembo di un largo vestito porta dei frutti. Da sempre attira l’attenzione dei visitatori curiosi e attenti. Il prof Armando Cristilli, tra i vari studiosi che si sono interessati, ne fa un attento esame che riportiamo ,  esso è pubblicato sulla rivista OEBALUS  STUDI SULLA CAMPANIA NELL’ANTICHITà 2011, diretta da Felice Senatore, edita da SCIENZE E LETTERE DAL 1919 S.r.l. UNIPERSONALE già Bardi
Editore, Via Piave, 7 – 00187 Roma.

Si tratta di un torso di bambino stante sulla gamba destra e con la sinistra appena avanzata e scartata leggermente all’esterno; il braccio destro è piegato sul pettorale relativo, mentre l’altro è abbassato a squadro; le spalle non si allineano sul medesimo piano, essendo quella destra inclinata diagonalmente verso l’alto. La figura indossa una pesante tunica a maniche corte, senza cuciture e allungata fin poco sopra le ginocchia, laddove posteriormente doveva raggiungere la parte inferiore dei bicipiti femorali. L’ampio scollo della vestina è scivolato vistosamente verso sinistra a causa della forte inclinazione della spalla relativa, cosicché forza il deltoide e il pettorale dello stesso lato a restare scoperti. Con la perduta mano sinistra, inoltre, il bambino trattiene il lembo inferiore della vestina, mentre quello superiore è fermato in un grosso viluppo sotto l’ascella corrispondente: in questo modo si viene a creare un ampio sinus, dove sono raccolti alcuni frutti autunnali (fig. 22) resi schematicamente (vi si riconoscono una pera, una grossa noce, un 56 melograno) . Il gesto così ricostruito origina un insieme di pieghe dall’animato effetto coloristico, specie nella parte inferiore della tunica, oltre a scoprire il quadricipite sinistro, ben descritto e dalla superficie marmorea ancora integra. Sotto la pesante stoffa dell’abito, poi, si intuiscono le masse infantili del pettorale destro e il rigonfiamento del ventre. Il fianco sinistro della tunica è contrassegnato da un insieme assai movimentato di profonde pieghe, che dovevano contribuire al generale gioco di luci e ombre (benché oggi non apprezzabile in pieno) derivato dal contrasto con le parti nude del bimbo; invece, più lineare appare il lato destro, dove la stoffa scende assai morbida a formare tre ampie pieghe oblique. Dall’orlo inferiore, poi, sono visibili le cosce, rese da masse dense e compatte per descriverne la giovanissima età, ma con un rilievo dettagliato riservato quasi unicamente alle ginocchia: di esse quello destro reca ancora la traccia del ponticello di collegamento con il lembo anteriore della tunichetta, dallo spessore assai sottile. Nella visione posteriore il rilievo si appiattisce notevolmente, per quanto il disegno delle increspature resti organico. Tuttavia, va notato che la veste aderisce con un certo plasticismo solo ai glutei e al quadricipite destro, esprimendo appieno lo sforzo di sostegno del peso del corpo. Lo stato di conservazione non autorizza a rilevare esclusivi particolari tecnici della scultura o determinarne il livello qualitativo e artistico. Eppure, come sembrano dimostrare una certa modulazione delle superfici, percepibile ancora in alcuni punti (per esempio, nella gamba sinistra), e il generale sviluppo volumetrico, a dispetto delle forme appesantite e della realizzazione alquanto meccanica, il frammento rivendica un’indiscussa autonomia artistica. Dal punto di vista dell’esecuzione, è importante osservare come la superficie dell’incavo per l’alloggiamento della testa e della spalla sinistra (lavorate a piecing) sia stata preparata con una serie di fitte picchiettature profonde, funzionale a una perfetta aderenza della parte di completamento della scultura con l’ausilio di collanti . Un’altra particolarità da registrare, infine, sono le pieghe distinte con nette scalpellature terminanti a V, particolare che ritorna con uguale caratteristica sia nelle pieghe del sinus sia in quelle del resto della veste, come anche nel Bausch sotto l’ascella sinistra, tanto da porre almeno in essere la possibilità che possa trattarsi di un elemento-firma della bottega di produzione (figg. 23-24).

È facile riconoscere in questa scultura una replica del «Kindertypus Napoli», una tipologia statuaria assai fortunata a Roma a partire dall’età augustea e fino 58 all’avanzato III sec. d.C. come decorazione di contesti tanto privati quanto 59 pubblici e derivata da un originale greco di III sec. a.C. , forse una rielaborazione 60 61 di effigi di Horus-Harpokrates o di Hermes infante , finendo per rappresentare nel mondo romano generici genietti di stagioni. Di recente è stato evidenziato un suo utilizzo anche nella decorazione dei pulpita dei teatri, come quelli pubblici di 62 Trieste e Verona o come l’Odeion privato della Villa Pausilypon a Napoli . Il sistema delle pieghe, la ponderazione e l’impostazione complessiva pongono la versione Sorrento accanto a tutte le altre copie del tipo, nella sua variante con fiori e frutti trattenuti nell’ampio rimbocco della tunica, così come la statuetta del Museo 63 64 Chiaramonti o quella di Tripoli . Ma, nell’ampio panorama di queste statuine, tutte accomunate dalle piccole dimensioni (siamo intorno al metro di altezza), la replica sorrentina, non solo arricchisce la lista degli esemplari noti, ma, al tempo stesso, mostra uno sviluppo molto più autonomo dello schema di base: se, infatti, molti caratteri peculiari del tipo restano inalterati, come la posizione delle braccia, l’atteggiamento del corpo, il drappeggio della tunica e la grinza che delimita la parte superiore destra del ventre, per il resto lo scalpellino ha provveduto in modo originale a sopprimerne altri, vale a dire il sistema di increspature diagonali sul petto (tra la spalla destra e il fianco sinistro), mentre ha realizzato un nuovo impianto di pieghe relative al sinus e allo sbuffo sotto l’ascella sinistra, 65 66 quest’ultimo condiviso anche dalle repliche Albani e Monaco . La copia Sorrento è opera di apprezzabile fattura, dotata di una certa organicità dal punto di vista compositivo, con una resa morbida delle superfici, che esalta tutta la vivace freschezza del fanciullo. La figurina è ben individuata plasticamente, con un uso forte del trapano e dello scalpello solo nel solco tra le cosce, nelle pieghe interne del lato sinistro della tunica e nell’impianto di increspature del sinus, così da infonderle un riuscito effetto pittorico,senza indugiare sul contrasto tra piani lisci e rilevati, ma giocando con i volumi della composizione. Coerentemente con l’età del personaggio, i muscoli si avvalgono di un modellato delicato, capace di rendere le forme paffute di un bambino, come stanno chiaramente a indicare il trattamento delle parti nude (l’unica scalpellatura è data nella piega tra braccio e avambraccio sinistro) e della curva del ventre intuito sotto lo spessore della stoffa. Tuttavia, pur trovandoci in presenza di un pezzo garbato, alcuni particolari appaiono risolti in modo troppo rapido, come il bordo della veste ricadente sull’orlo della manica sinistra, che, al contrario, si segnala come tratto di raffinata esecuzione in gran parte 67 delle versioni conosciute, a partire da quella eponima . La stessa resa dei frutti nel 68 rimbocco della veste, che rimandano all’autunno , sono caratterizzati da un rilievo corsivo, in cui le forme vegetali si intuiscono a stento. Il frammento è attribuibile a una officina che realizza prodotti artisticamente riusciti, in virtù di un discreto senso artistico e di una sensibilità attenta alla delicatezza delle superfici e alla visione d’insieme, non senza essere scevra dalle influenze dello Zeitstil imperante. Gli espedienti tecnico-stilistici adottati candidano la scultura sorrentina alla metà del II sec. d.C. come orizzonte cronologico: infatti, se già i passaggi per piani serrati e le solide forme del corpo ricordano coeve esperienze artistiche, è, in particolare, il rendimento morbido e coloristico delle superfici, con la presenza delle profonde scalpellature delle pieghe, che trova agevoli confronti in opere riconducibili espressamente all’età degli Antonini. Concludendo, più che ragionevole sembra la proposta del secondo o terzo quarto del II sec. d.C. come data per la realizzazione della nostra scultura.

 

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