Profondo Rosso: Caporetto sanitaria della penisola sorrentina

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Riceviamo e pubblichiamo dalla prof. Francesca Lauro

C’era una volta un presidio sanitario. C’era una volta il prof. Agostino Schisano, sindaco emerito di Sorrento, primario di chirurgia dell’Ospedale Pellegrini di Napoli e Presidente del Consiglio di Amministrazione della Casa di Cura Clinica San Michele. C’era una volta un legislatore che soppresse una miriade di Casse Mutue ed istituì il Servizio Sanitario Nazionale. C’erano medici in grado di fare diagnosi senza il supporto di una quantità abnorme di accertamenti diagnostici e di laboratorio e di consulti. C’erano internisti e chirurghi ai quali ci si poteva affidare e dei quali ci si poteva fidare. Ora alcune farmacie si sono trasformate in botteghe e alcuni operatori sanitari sono in combutta con gli informatori scientifici per incentivare la vendita di alcuni farmaci e fare incetta di doni, corsi di aggiornamento gratuiti e vacanze premio. Le attese per una visita specialistica e/o per un accertamento sono infinite onde costringere chi ne ha la possibilità di rivolgersi agli operatori esterni alla struttura sanitaria. Negli anni sessanta la Pirola pubblicò la mia tesi di laurea in economia e commercio frutto di una ricerca e del lavoro espletato presso la Clinica San Michele e l’Ospedale SS. Salvatore di Ristretta (Messina) “Gestione, organizzazione e contabilità degli ospedali e delle case di cura private”. In essa avevo messo in risalto che gli ospedali non funzionavano come avrebbero dovuto mentre le case di cura private ottenevano migliori risultati a costi più contenuti. Nel frattempo le cose sono peggiorate: i direttori sanitari ed amministrativi non hanno una preparazione specifica ma godono di appoggi politici; a volti i concorsi somigliano all’esame farsa del calciatore Suarez. Non a caso la mia domanda di partecipazione al concorso di direttore amministrativo dell’Ospedale di Sorrento si volatilizzò e non fui chiamata per sostenere le prove … ma quando decisero chi avrebbe dovuto vincere il concorso mi fu chiesto di dargli una mano d’aiuto.

L’ospedale di Sorrento potrebbe rinascere se l’assistenza notturna ai ricoverati non fosse affidata a parenti ed affini del degente o a personale medico interno od esterno pagato dalla famiglia del non assistito; se i farmaci acquistati in farmacia venissero realmente utilizzati per il paziente. Per mia madre avevamo infermiere private per l’assistenza notturna e nelle ore diurne ci alternavamo mia sorella Clorinda ed io. Per mia sorella Clorinda furono effettuati ricoveri brevi e provvidi personalmente. Per mia sorella Milvia ci affidammo a personale esterno e nelle ore diurne restavo fuori dalla sua camera di degenza sapendo che, se fosse uscita dal coma, non avrebbe gradito la mia presenza. La mia presenza era necessaria per autorizzare, sentito il suo medico di famiglia, alcune terapie e/o interventi d’urgenza chiesti dal personale sanitario. Nel corso di quei cinquanta giorni mi resi conto che il personale non usava la pomata da me fornita per evitare le piaghe da decubito, non la lavava bene tanto che emanava un cattivo odore e quando ne parlai alla direttrice dell’ASL che voleva il mio assenso per trasferirla in una struttura di lunga degenza, assenso che negai atteso che non avrei potuto più seguirne l’iter sanitario, negò di aver sentito il cattivo odore quando era andata a darle uno sguardo e non mosse ciglio quando le dissi che mia sorella era stata “impupazzata” per la sua visita. Purtroppo il giorno dopo, al mio rientro a Sorrento (dormivo a Meta per disguidi condominiali) il primario f.f. mi comunicò l’avvenuto decesso di mia sorella e mi disse che non era possibile lasciarla in camera in mia attesa e che l’avrei vista sul marmo della sala mortuaria. Andammo, il figlio dell’altra mia sorella ed io, nella sala mortuaria per organizzare il servizio funebre; andammo nella camera per recuperare tutto ciò che apparteneva a mia sorella e scoprimmo che il tubetto di crema che fino al giorno prima non era stato utilizzato per mia sorella era completamente vuoto! Il lavoro in Ospedale non può e non deve essere solo un’occasione per riscuotere uno stipendio, ma un luogo dove l’ammalato deve essere al centro dell’attenzione come tanti medici, in altri presidi sanitaria, hanno fatto e continuano a fare mettendo a rischio la loro vita ed a volte perdendola!

 

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