L’autobiografia di Moscato, il grande attore premiato al Positano Teatro Festival

L’autobiografia di Moscato, il grande attore premiato al Positano Teatro Festival, lo scrive Luciano Giannini.
Un «piccolo gentiluomo, per quanto nato e senza vergogna in un plebeo basso»; «vendicativo sbandato, coriaceo e felice delinquente». Più esatto sarebbe dire diplomato a pieni voti nell’arte stradale della scugnizzeria, libero e anarchico, con una vocazione per i filoni scolastici, «perché certe materie, matematica, geometria e fisica, non erano per me». Insomma, «un’infanzia di gioia e avventure, divisa tra scuola e vicoli… oggi i bambini li tengono chiusi tra mille paure». Ecco, in sintesi, il ritratto fanciullo di Enzo Moscato, napoletano nel dna, tra i maggiori drammaturghi italiani, presente nelle librerie natalizie con due opere: Tà-kài-Tà (Editoria&Spettacolo), con la versione integrale dell’omonimo testo teatrale; e, quel che più qui interessa, Archeologia del sangue (1948-1961) (Cronopio), autobiografia, che è antologia di racconti e anche antropologia storica della terra natia, i Quartieri Spagnoli.
Enzo, com’è nata l’idea di questo libro?
«Da quattro, cinque anni, annotavo frammenti. Un tracciato di vita bisogna pur lasciarlo. L’ho scritto in forma particolare, che lo rende autobiografia, ma anche testo estetico, da cui traspare il piacere della scrittura».
Perché si è fermato al 1961?
«Fu l’anno in cui la famiglia lasciò il quartiere Montecalvario per trasferirsi a Fuorigrotta. Avevo 13 anni. Papà era morto da poco. A 48 anni. Si chiudeva un ciclo».
In genere, scrivendo di sé si racconta anche degli altri; lei, invece, adotta il processo creativo opposto: narrando degli altri, parla di sé.
«Non l’ho fatto di proposito. Il flusso è stato spontaneo. Ho lasciato libertà di manifestarsi alla psiche del ragazzino che ero. Montecalvario mi ha dato tanto. E non mi riferisco soltanto ai suoi teatri, il Nuovo, la Galleria Toledo (l’ex cinema Cristallo); ma all’identità della sua gente. Non ho voluto raccontare la mia biografia; o, meglio, ho preferito farlo scegliendo di descrivere, a mo’ di racconti autonomi, episodi e tipi umani che mi sono rimasti nell’anima. Perciò, i miei sono fogli di sanguinea e forse insulsa, personale/collettiva autobiografia, ma anche letteratura».
Ecco, allora, i ritratti.
«Delle insegnanti; delle ragazze da marito che cercavano di leggere il futuro nelle forme del piombo liquefatto; dell’odiatissima matrigna di mia madre; della guerra fredda tra Sant’Antonio e San Vincenzo; delle nozze americane di Fortunella, la figlia di Pappariello; della donna-maschio Maria c”a barba; del solaio crollato sulle nostre teste; e del primo libro che mi capitò tra le mani, Il Medioevo barbarico in Italia, di Gabriele Pepe, che mio fratello netturbino raccolse dalla spazzatura, portò a casa, e che io, anni dopo, avrei studiato all’università. Una premonizione. Sono l’unico, tra sette fratelli, che si è laureato».
Famiglia povera la sua?
«Non ricca, ma il piatto a tavola non è mai mancato. Mamma era sarta; papà chaffeur. Accompagnava, con la sua Fiat 1400 decapottabile, i fedeli del quartiere da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo, Pompei e Montervegine».
E il teatro? Com’è entrato nella sua vita?
«Non lo so. Mai frequentato corsi di recitazione o di scrittura. Un bel giorno, nel 1980, nacque Carcioffolà».
Com’erano, e come sono cambiati, i Quartieri Spagnoli in questo mezzo secolo?
«Quelli furono anni brillanti… ricordo la Piedigrotta, le bancarelle e la giostra in piazzetta Montecalvario, una città più saggia, bella, ordinata. Forse è soltanto nostalgia. Capitare durante un filone davanti al Museo nazionale, entrare nella Galleria Umberto… aveva il segno della stupefazione. Nei Quartieri c’era più luce. Sì, di Napoli ho una memoria abbagliante. Come me, Patroni Griffi, La Capria, la Ortese… Napoli bellissima anche sotto i bombardamenti. Napoli mitica, che ti ferisce nel bene e nel male. Santa Lucia e il mare immersi nel sole. Anche nello sconquasso, la sua bellezza era devastante. Ma oggi?».

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