Il Correale si racconta. Natale 2020

Prosegue questa rubrica di appuntamenti dal Museo Correale in tempo di emergenza sanitaria, e quindi di chiusura al pubblico, per tenere alta l’attenzione sul più importante ente culturale della Penisola Sorrentina. Nelle occasioni precedenti abbiamo parlato di varie opere e argomenti, in questa settimana di fine anno,apriamo con un grosso AUGURIO a tutti i dirigenti e dipendenti del museo, ai collaboratori e ai supporters e preannunciamo ai futuri visitatori grandi novità e nuovi spazi espositivi. Intanto nella  pagina odierna mi piace riprendere uno scritto di Stefano Causa, docente di Storia dell’Arte presso l’Università napoletana, ,apparso nella rivista KRONOS n°14. In un grande contenitore di arte c’è sempre da scoprire, cercare e presentare.

Generico dicembre 2020

E’forse sfuggito agli studiosi di cose seicentesche questo dipinto da stanza (cm. 73 x 46 senza cornice) con Pastori e mandriani ad una fonte ,appeso da tempo immemorabile, senza cartellino, nella biglietteria del Correale di Sorrento (agosto 2011). Su provenienza e spostamenti della tela, a quanto pare mai fotografata, non si sa nulla dipreciso. E allora, prima che spunti almeno una traccia dai registri delle raccolte, ne discuteremo brevemente un riferimento a Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro (1609/1610 – 1675), unpittore napoletano di cui già si ammira, al primo piano del museo, il celebre Porto di mare (inv. 2802). A paragone, certo, di quell’intelaiatura di piani luminosi (che merita di avviare il capitolo del paesismo meridionale di età romantica) parliamo, qui, d’una composizione meno ambiziosa; e però, altrettanto esigente sul piano della pittura e dell’indagine spaziale. La scena è innescata dal gesto del personaggio a sinistra cui si accompagna un cane; di lato, in secondo piano, stanno per far dissetare gli animali un pastore e tre mandriani, toccati da un pennello guizzante fino alla scostumatezza(si notino gli acciaccamenti bluastri sugli stivalacci del primo cavaliere). Lo strappo ocraceo del cielo cede, senza stacchi, alle sporcature degli alberi. Chiude la pagina il capriccio di un rudere con annesso mascherone – già usato come clausola in alcuni cicli della Chiesa della Certosa di San Martino (specie nella decorazione del Coro dei Fratelli Conversi, documentata dal 1640 al ‘42). Le allusioni ad alcuni dei protagonisti del neo-tizianismo a Napoli in quegli annisono, o dovrebbero essere scoperte; ma qui la rosa dei confronti va estesa ai maestri nordici, piccoli solo nel formato (un’indagine sulla pittura a figure terzine potrà dirci quanto, in questo quadro di stesura travagliata, Spadaro deferisca alle ricerche del coetaneo Johann Heinrich Schoenfeld giunto a Roma nel 1633 e presente a Napoli, per una decade, almeno dal ‘38). Con le cautele imposte da una cronologia accidentata: l’analisi dello stile suggerisce una data intorno al ‘50. È allora che, laureatosi miglior frescante su piazza, Gargiuloadegua in sedicesimo soluzioni già sperimentate nelle imprese mura liprovando a calibrarne di nuove nella più remunerativa, perché costante, produzione per le case dei ricchi. Chi sfogli la monografia dedicatagli ormai vent’anni fa (G. Sestieri – B. Daprà ,Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro. Paesaggista e “cronista” napoletano ,Milano 1994) vedrà come soprattutto le cose del decennio 1650-‘60 si prestino ad un confronto. Pensiamo al Paesaggio con torrente e viandanti che, nel catalogo della successiva monografica sta in maniera convincente a fianco del citato Porto di mare (Micco Spadaro. Napoli aitempi di Masaniello, a cura di B. Daprà, Napoli 2002, pp. 118-119, figg.46-47). Come altre prove mature da cabinet, la tela di Sorrento si rivelaper una finta semplice. Se una pulitura basterà a far riemergere quei valori di superficie che caratterizzano il fraseggio di Spadaro come unavariante, ricca di anacoluti e non ossequente, del vocabolario di Ribera; si rinnova, anche in un’occasione episodica come questa, l’ansia  sperimentale nell’adozione di tagli ripidissimi. Alla figura àrepoussoir, che cattura e pilota la nostra attenzione si affianca la sagoma nervosa di un bracco immaginato, in un primo tempo, più adestra: lo si rileva da un pentimento lasciato a vista come una ghosttrack e un indizio di metodo. Solo un occhio rapace, vero interprete dell’epopea dei picari, poteva immaginare così le disavventure di un cane di vita, sparito e ricomparso in un fiato. Ringrazio Laura Cuomo. Le fotografie sono di Carla Rossetti

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