Concessioni demaniali, per la Commissione europea i comuni devono astenersi dal concedere proroghe al 2033. foto

Secondo Bruxelles, con l’estensione al 2033, si approva una norma in contrasto col diritto europeo. Pertanto le autorità locali hanno il dovere di rifiutarsi di rinnovare le concessioni in linea con l’obbligo, che incombe a tutte le autorità nazionali, di adoperarsi al massimo per dare attuazione al diritto dell’Ue. La reiterata proroga della durata delle concessioni balneari compromette gravemente la certezza del diritto a danno di tutti gli operatori in Italia, compresi gli attuali concessionari, che non possono contare sulla validità delle loro concessioni esistenti. La legislazione italiana,in tal modo, impedisce, tra l’altro, alle comunità locali  di ottenere un congruo corrispettivo per il reddito generato sul suolo pubblico a vantaggio delle cittadinaze, in un momento in cui l’Italia prevede di utilizzare ingenti fondi dell’Ue per sostenere il settore del turismo e le comunità locali che spesso dipendono da esso.

“La lettera di messa in mora inviata lo scorso 3 dicembre dalla Commissione europea al Ministro degli Esteri Luigi Di Maio è un’analisi fredda e articolata che non risparmia nessuna delle tante leggi approvate negli ultimi quattro anni in materia di demanio marittimo, dalla “salva-spiagge” voluta dai deputati Tiziano Arlotti e Sergio Pizzolante subito dopo la sentenza della Corte di Giustizia Europea “Promoimpresa”, che il 14 luglio 2016 ha dichiarato illegittime le proroghe automatiche delle concessioni balneari, passando per la 145/2018 che ha disposto il prolungamento di 15 anni, fino ad arrivare alla 77/2020 che puntava a blindare l’estensione legandola all’emergenza Covid.” E’ quanto evidenzia Mondo Balneare  il portale specializzato appunto in turismo balneare. La Commissione UE, nella lettera inviata all’Italia a seguito dell’apertura della procedura di infrazione, condanna, ancora una volta, in maniera netta ed incontrovertibile la normativa italiana in materia di concessione demaniali marittime.

Dodici pagine dedicate a smontare l’intero impianto normativo delle proroghe sulle concessioni balneari, invitando il Governo italiano a istituire le immediate evidenze pubbliche. La Commissione Europea afferma senza mezzi termini come “a causa dell’illegalità del quadro normativo italiano, le concessioni prorogate dalla legislazione italiana sono impugnabili e soggette ad annullamento da parte dei tribunali”. Secondo Bruxelles “le autorità locali hanno il dovere di rifiutarsi di rinnovare le concessioni in linea con l’obbligo, che incombe a tutte le autorità nazionali, di adoperarsi al massimo per dare attuazione al diritto dell’UE”. Si ribadisce inoltre l’applicabilità non solo della Bolkestein ma anche dell’Art. 49 TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea) circa la libertà di stabilimento (divieto di restrizioni alla libertà di stabilimento dei cittadini di uno Stato membro nel territorio di un altro Stato). Come ribadito il Governo italiano ha tempo fino al 2 febbraio per rispondere alle osservazioni della Commissione. Se l’Ue riterrà insoddisfacente la replica, potrà avviare la procedura di infrazione con conseguente sanzione pecuniaria, finché l’Italia non avrà approvato una riforma delle concessioni demaniali marittime compatibile con le direttive europee. Secondo Mondo Balneare è bene che gli imprenditori del settore siano informati circa il contenuto della lettera di Bruxelles e delle pesanti questioni in ballo.  Il comunicato stampa con cui la Commissione europea ha annunciato la messa in mora, infatti, è nulla in confronto alla lettera vera e propria, firmata dal commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton. Il quale, con toni glaciali entra nel merito della gestione italiana delle concessioni balneari, fino ad affermare che “la reiterata proroga della durata delle concessioni balneari compromette gravemente la certezza del diritto a danno di tutti gli operatori in Italia, compresi gli attuali concessionari, che non possono contare sulla validità delle loro concessioni esistenti. Inoltre secondo Bruxelles, una tale  “situazione di incertezza giuridica  costituisce una minaccia reale per gli attuali concessionari nello svolgimento delle loro attività e ha gravi implicazioni, portando a un aumento del contenzioso e del malcontento nelle comunità locali. La reiterata proroga della durata delle concessioni balneari prevista dalla legislazione italiana scoraggia inoltre gli investimenti in un settore chiave per l’economia italiana e che sta già risentendo in maniera acuta dell’impatto della pandemia da Covid-19. Scoraggiando gli investimenti nei servizi ricreativi e di turismo balneare, l’attuale legislazione italiana impedisce, piuttosto che incoraggiare, la modernizzazione di questa parte importante del settore turistico italiano. La modernizzazione è ulteriormente ostacolata dal fatto che la legislazione italiana rende di fatto impossibile l’ingresso sul mercato di nuovi e innovatori fornitori di servizi. Inoltre, la legislazione italiana impedisce alle comunità locali italiane di ottenere un congruo corrispettivo per il reddito generato sul suolo pubblico, corrispettivo che le autorità locali non hanno di conseguenza a disposizione per investire in servizi per le comunità locali e a vantaggio dei loro cittadini. L’impatto negativo diretto sui bilanci pubblici della vigente legislazione italiana in violazione del diritto dell’Ue pone interrogativi importanti in un momento in cui l’Italia prevede di utilizzare ingenti fondi dell’Ue per sostenere il settore del turismo e le comunità locali che spesso dipendono da esso.” La direzione da seguire, evidenzia Mondo Balneare , secondo la Commissione Europea, è una soltanto: “La direttiva sui servizi (la cosiddetta Bolkestein) e i trattati europei forniscono non solo un quadro per la parità di trattamento dei prestatori di servizi, ma in aggiunta promuovono l’innovazione e la concorrenza leale, a vantaggio dei consumatori e delle imprese italiane ed europee. La necessità di applicare una procedura di selezione aperta, a evidenza pubblica e basata su criteri non discriminatori, trasparenti e oggettivi offre a tutti i prestatori di servizi interessati – attuali e futuri – la possibilità di competere per l’accesso a risorse limitate necessarie per la fornitura di un servizio, proteggendo al contempo i cittadini dal rischio di monopolizzazione di tali risorse pubbliche. È pertanto nell’interesse dei cittadini italiani, delle comunità locali italiane e dello stesso settore del turismo balneare che la legislazione italiana si conformi senza indugio alle norme europee che hanno come obiettivo la tutela dell’interesse pubblico e del benessere di tutti i cittadini europei» In particolare, la commissione Europea, evidenzia  l’articolo 12 della direttiva Bolkestein e sulla già citata sentenza “Promoimpresa” della Corte Ue, che afferma l’invalidità delle proroghe automatiche a favore delle procedure selettive. Al contrario, evidenzia la lettera della Commissione, l’Italia con l’estensione al 2033 avrebbe approvato una norma in contrasto col diritto europeo, con l’ulteriore aggravante della successiva legge 77/2020 che, «vietando esplicitamente alle autorità di avviare o proseguire procedimenti pubblici aperti di selezione per l’assegnazione di concessioni scadute (o in scadenza), impone espressamente alle autorità locali di astenersi dall’applicare i principi di trasparenza, imparzialità e pubblicità alle procedure di assegnazione delle concessioni, in palese violazione del diritto dell’Ue». La lettera di messa in mora arriva persino a intaccare i principi del dpcm per la riforma del demanio marittimo, contenuti nella stessa legge 145/2020. Secondo la Commissione, infatti, «il dpcm è tecnicamente inidoneo a modificare sia il quadro normativo (primario) vigente stabilito dal Codice della navigazione e/o dal decreto-legge 5 ottobre 1993, n. 400, la cui modifica richiede un atto normativo di rango primario (legge, decreto-legge o decreto legislativo), sia il regolamento di esecuzione del 1952, adottato con decreto del Presidente della Repubblica; per tale motivo il dpcm in questione può avere, tutt’al più, unicamente un effetto limitato per quanto riguarda la definizione e/o l’interpretazione di tali norme». E cosa ancora più preoccupante, nella conclusione del documento si smonta una delle tesi portate avanti negli ultimi anni dalle associazioni di categoria dei balneari, quella della “scarsità delle risorse” che sulle spiagge italiane non esisterebbe, rendendo possibile una sorta di “doppio binario” con le gare solo sulle spiagge libere e il proseguimento degli attuali titolari sulle concessioni già assegnate. Una strada impraticabile secondo Bruxelles, poiché «per i limitati casi ipotetici in cui si possa ritenere che l’articolo 12 della direttiva servizi non sia applicabile in quanto viene meno il requisito della scarsità delle risorse, è necessario prendere in considerazione l’articolo 49 TFUE», che prevede le gare sulle concessioni pubbliche con ancora meno tutele rispetto a quelle previste dalla Bolkestein. A questa serie di puntuali argomentazioni, conclude l’articolo di Mondo Balneare, il Governo è chiamato a rispondere entro il 2 febbraio e il compito non sarà affatto facile. – 30 dicembre 2020

Fonte: MondoBalneare.com

 

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