Piano di Sorrento, il professor Ciro Ferrigno ci parla dell’artistico pavimento del Monastero delle Agostiniane

Piano di Sorrento. Riportiamo il racconto del lunedì del professor Ciro Ferrigno che ci guida alla conoscenza dell’artistico pavimento della chiesa annessa al Monastero della Agostiniane, a pochi metri dalla Basilica di San Michele Arcangelo. Un vero gioiello dell’arte che purtroppo in molti non conoscono e che rappresenta uno dei tesori carottesi. Ma leggiamo il racconto di Ferrigno.

«La chiesa, annessa al Monastero delle Agostiniane, fu fondata nella seconda metà del XVIII secolo. Di magnifica architettura rococò, contiene notevoli opere d’arte come il pulpito ligneo, i bianchi coretti e la tela dell’altare maggiore di Giuseppe Bonito, allievo di Francesco Solimena. Ma ciò che incanta maggiormente è il pavimento di riggiole, combinate ad arte, come un ricco tappeto orientale.

I tre fratelli Massa, “mastri riggiolari”, ovvero Giuseppe, Donato e Gaetano, erano nati a Pietrastornina, località in provincia di Avellino, non lontana dal Monte Partenio, dove biancheggia il Santuario di Montevergine. Lasciarono da bambini il paese natio e si trasferirono a Napoli dove appresero l’arte della ceramica. La famiglia al completo era in città al Borgo Loreto nel 1695.

Nel 1740, sotto la guida di Domenico Antonio Vaccaro, i fratelli Giuseppe e Donato portarono a termine un capolavoro, il rivestimento del Chiostro di Santa Chiara. Per realizzare i disegni dello stesso Vaccaro, Giuseppe si occupò della decorazione delle colonne e dei sedili, comprese le spalliere e tutte le parti di forma curva. Il fratello fece il resto.

Solo più tardi, nel 1759 Giuseppe Massa giunse a Carotto per realizzare il pavimento in cotto e maiolica, nella nuova chiesa di S. Maria della Misericordia delle Suore Agostiniane. Lo stemma dell’Ordine, figura al centro, tra elementi naturalistici, di raffinata bellezza. Non è da escludere che tra i mastri riggiolari e la nobile famiglia dei Massa di Piano, ci potesse essere un qualche grado di parentela, pure perché tra i beni dei nostri conterranei figuravano laboratori per la lavorazione della ceramica. La frequentazione della chiesetta dovette essere così intensa, o forse contribuì in larga misura l’umidità, certo è che il pavimento andò in rovina, al punto che fu necessario rifarlo quasi del tutto e, quello che oggi ammiriamo, è una copia conforme, che risale al 1892.

Le riggiole sono un tipo di mattonella in ceramica, spesso maiolicata e decorata a mano, arte che fu introdotta a Napoli nel 1450, da Alfonso il Magnanimo, primo re degli Aragonesi. Da quel momento in poi la città si arricchì di splendide opere che andarono ad abbellire chiese e cappelle rinascimentali, chiostri e cortili, fontane, cupole, cuspidi e bulbi di campanili. L’Università del Piano, proprietaria del complesso monastico, decise di assegnare al Mastro riggiolaro più famoso del Regno, la realizzazione di un pavimento in cotto e maiolica, che fosse di grande pregio. Chi, se non Giuseppe Massa che aveva contribuito a creare in Santa Chiara a Napoli il trionfo della bellezza? In quegli anni a Carotto non si badava a spese, era rinata, dopo i danni del terremoto del 1688 la vicina chiesa di san Michele, diventata anche un eccezionale contenitore d’arte.

Mentre piovevano offerte e contributi, le buone suore non rimasero a guardare inerti, si rimboccarono le maniche e cominciarono a realizzare dolci in quantità, da vendere, utilizzando principalmente la frutta dei loro terreni. Fu un’impresa assai fortunata, perché tutti bussavano alla clausura per acquistare quelle squisitezze, che passavano ai clienti in un’apposita ruota. La bontà dei dolci aveva il suo modo di reclamizzarsi, era quel profumo straordinario che inondava tutta via San Michele. Assieme al mirabile pavimento, nasceva, senza volerlo, la prima pasticceria del Piano, che sarebbe durata fino agli inizi della Prima Guerra Mondiale.

La riggiola napoletana, mattonella in cotto, maiolicata, era rivestita da smalto stannifero e solo successivamente veniva decorata con colori minerali, ovvero l’ossido di cobalto per l’azzurro ed il blu, l’ossido di cromo o di rame per il verde e l’ossido di ferro per il giallo ed il rosso. Giuseppe Massa si portava dentro i ricordi ed i colori dell’infanzia. Creava l’azzurro ed il blu del cielo terso dell’Irpinia, il verde dei boschi del sacro Partenio, quel giallo ed il rosso delle foglie d’autunno che incendiano i fianchi della montagna, come sacra lampada accesa dinanzi all’Immagine della Mamma Schiavona. L’Artista trasferiva nelle riggiole del pavimento i suoi sentimenti e quel grande amore per Madre Natura.

Ancora oggi, le Suore Agostiniane custodiscono il Monastero e la preziosa cappella con cura scrupolosa; la Madre Superiora, Suor Angela, donna di grande intelligenza e sensibilità artistica, mostra con orgoglio a tutti questo prezioso gioiello che l’antichità rende delicato e sempre più bisognoso di attenzione e ancor più di amorevole cura».

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