Piano di Sorrento, il Prof. Ciro Ferrigno ci racconta la storia di “Ferdinando ‘O Faticone”

Piano di Sorrento. Riportiamo il consueto racconto del lunedì del Prof. Ciro Ferrigno che oggi ci parla di uno dei personaggi che fanno parte della storia carottese, ovvero Ferdinando O’ Faticone, un gran lavoratore ed una persona dal cuore buono.

Tra l’Agro Nocerino-Sarnese, ‘into Tierr ed il mercato ortofrutticolo di Carotto, ‘o Vallazzano, la distanza era tanta, molti i chilometri ed i cavalli, che portavano i traini pieni di frutta e verdura, arrivavano al ponte di Seiano già stremati. Ecco perché all’inizio della salita, all’incirca presso l’attuale stazione ferroviaria, si procedeva all’aggancio. Erano disponibili altri cavalli che trainavano i carri pesanti fino al termine della salita che corrisponde più o meno al punto panoramico, dove oggi sorge il ristorante Belmare; era lì che i trasportatori pagavano il prezzo pattuito per il servizio. Tra gli uomini che più volte la settimana facevano questo lungo tragitto, c’era Giuseppe Gambardella di Pagani, un uomo di fatica, un bel giovane che, proprio nel grande mercato del Vallazzano, conobbe quella che sarebbe diventata la donna della sua vita, che sposò pochi anni dopo, trasferendosi in penisola. E siamo a fine Ottocento!

Erano gli anni delle grandi migrazioni, in tanti partivano per l’America, tantissimi per l’Argentina, e la famiglia Gambardella contribuì largamente all’esodo, ma il figlio di Giuseppe, chiamato Ferdinando, ebbe una storia diversa perché il destino lo fece incontrare con una persona che avrebbe dato un indirizzo chiaro e preciso alla sua vita. Nella Pizzeria di Mastu Rocco a Sant’Agnello, il nostro conobbe Pascariello Inserra, abile pizzaiolo e costruttore di forni per le pizze. Il giovane Ferdinando mostrò ben presto l’attitudine ad imparare il duplice mestiere ed una grande vocazione al lavoro, così evidente e riconosciuta da meritare quel soprannome che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita: ‘o Faticone, che sarebbe passato alle generazioni future quale sigillo di garanzia per pizze di insuperabile bontà.

Sotto la guida del maestro imparò a costruire forni usando i mattoni refrattari di Maiano ed una malta di gesso e calce. Li sagomava con maestria, creando la difficile imboccatura ad arco. Un suo forno, forse il primo, forse il più importante, lo sistemò al Vallazzano, dove cominciò a cuocere pizze dall’irresistibile aroma che si mescolava a quella della frutta e alla verdura della sua terra d’origine. Poi maturò un’idea geniale: caricava su un carretto mattoni, malta, legna da ardere ed il necessario per le pizze e partiva per le feste paesane, dove rimaneva normalmente tre giorni. Allora fabbricava forni di effimera durata che funzionavano poco più de l’espace d’un matin!

Il profumo delle pizze saliva al cielo mescolandosi col profumo d’incenso e con quello acre dei botti ed era a gloria di tutti i nostri santi, in feste di paesi e frazioni. Il glorioso carretto lo tradì solo sulla strada per Positano, dove per colpa di un fosso si ruppe in mille pezzi, costringendolo ad un’immane fatica, portare tutto sulla schiena, con l’aiuto di qualche familiare. Fece fino in fondo il suo lavoro perché era pur sempre ‘o Faticone!

Ferdinando trasmise ai figli l’amore per il lavoro e la passione per la pizza. Peppe, il primogenito, lavorò in varie pizzerie della penisola, tra le quali la Tombola, la Ripetta e all’Antico Frantoio. Giovanni fu da don Pietro Cadolini, nel panificio, dove, assieme al pane, si specializzò nella produzione dei biscotti; la sorella Assunta lo affiancava, selezionandoli e deponendoli negli scatoli di latta. Lavorò pure come pizzaiolo alla Ripetta. Giovanni, ereditò la capacità paterna di costruire i forni e per anni gestì una gloriosa pizzeria a Piazza Cota. Antonietta, con la collaborazione della sorella Assunta, produceva e vendeva pizze in una baracca in Via Bagnulo ma pure alla fermata del tram. L’altro figlio, Michele, passò dalla Pizza al Kilo ad un locale in Piazza Mercato, poi al Condor, fino alla Stazione a Piano, diventando un magnifico e profumato biglietto da visita per il paese, per chiunque arrivasse in treno. Uomo buono e generoso, non ebbe mai il coraggio di buttar via un solo pezzo di impasto; a fine giornata, tutto l’invenduto andava alle suore del Monastero o ai vecchietti dell’Ospizio, tanto che quando il Signore se lo chiamò, fu celebrata una Messa di suffragio, voluta proprio da quelli che, tante volte, avevano beneficiato dei suoi gustosi omaggi.

Ancora oggi gli eredi di nonno Ferdinando gestiscono accorsate e rinomate pizzerie. Ferdinando, figlio di Giovanni è a Gottola, Raffaele a La Rosa, un omonimo nipote di Giovanni è pizzaiolo alla Trattoria Italia. Poi un altro Ferdinando, figlio di Assunta, vende fiori in Via delle Rose ed è il custode geloso delle memorie della famiglia, ascoltate con attenzione da zio Giovanni. È lui che mi parla dell’epopea del nonno e degli zii, ricomponendo fatti e aneddoti, ricordi e storie di vita altrimenti destinati all’oblio. Gli chiedo cosa rende così gustose queste pizze, qual è il segreto di tanta bontà. Forse la scrupolosa pulizia del forno, l’impasto, la sapiente cottura, gli elementi scelti sempre tra i migliori? Mi risponde che nell’impasto di ogni pizza c’è ancora l’amore, l’anima stessa di nonno Ferdinando ‘o Faticone!

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