Pasolini, sempre vivo a 45 anni dalla morte

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Pasolini, sempre vivo a 45 anni dalla morte. ”Raccogliersi in sé e pensare” è un verso da ”La meglio gioventù” dei primi anni ’50 di Pier Paolo Pasolini e oggi, a 45 anni dalla sua morte, dal suo assassinio il 2 novembre 1975, a mancarci è proprio il poeta riflessivo che dà vita all’intellettuale corsaro che attacca il conformismo dei benpensanti, le idee e l’essere della piccola borghesia dominante e il potere dei Palazzi che sono è l’espressione. ”Contro tutto questo non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare”, come recita uno dei suoi ultimissimi scritti, preparato per un intervento al congresso del Partito Radicale, che non potette più tenere.
E’ anche questo suo modo d’essere, il suo aver dato scandalo con le idee come con la sua vita e la sua omosessualità, assieme alle sue poesie, i suoi romanzi, i suoi film e soprattutto gli innumerevoli scritti critici, teorici, civili sulle arti e sulla società, che l’hanno trasformato in una presenza costante, quasi sempre in crescita, del dibattito culturale non solo italiano, un punto di riferimento e una presenza sempre viva tra studiosi e studenti proprio mentre ci si lamenta di come sia colpevolmente dimenticata la gran parte della cultura letteraria del secondo Novecento.
I tantissimi e diversi scritti, raccolti in dieci volumi dei Meridiani Mondadori, di questo ”poeta, filologo e sciamano, pedagogo socratico e martire nel senso letterale del termine (ovvero ‘testimone’)”, come lo definisce sinteticamente Valerio Magrelli, morto a 53 anni continuano a suscitare letture e interpretazioni, accostamenti e approfondimenti che mostrano la forza e l’incandescente nucleo universale in questo nostro mondo delle sue visioni, delle sue idee, delle sue profonde analisi rivelatesi quasi profezie sulla società industriale che ancora ci parlano nella nostra civiltà elettronica. Per questo sono semplificazioni inaccettabili limitarsi, come spesso accade, a alcune idee e affermazioni estremamente riduttive che hanno avuto grande fortuna, dalla osservazione sull’assenza delle lucciole in una natura depredata dall’uomo al celebre ”Io so, ma non ho le prove” circa le trame dietro i fatti di quei tragici anni. Senza contare che circa quelle prove, circa il suo ”sapere”, si è discusso legandolo alla ragioni della sua morte. E ancora si discute, se è appena edito da Ponte alle Grazie ”L’inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini” di Simona Zecchi che ha per sottotitolo ”Stragi, Vaticano, DC: quel che il poeta sapeva e perché fu ucciso” che si lega in particolare a quanto scritto e progettato di scrivere sull’Eni nel romanzo incompiuto e uscito postumo ”Petrolio” e a un dossier che lo scrittore avrebbe avuto da uno dei protagonisti di destra della strategia della tensione. Così, se nel 1995 Marco Tullio Giordana firmò il film ”Pasolini, un delitto italiano”, sceneggiato come un’inchiesta sull’assassinio e nel 2014 Abel Ferrara ricostruì a suo modo l’ultima giornata e la morte nel film ”Pasolini” con Willem Dafoe, ora è in uscita (online per il Covid) il documentario ”In un futuro aprile – Il giovane Pasolini” di Francesco Costabile e Federico Savonitto che ne narra gli anni giovanili friulani, a dimostrare quanto sia ancor oggi personaggio pubblico che affascina anche le nuove generazioni.
Nato a Bologna il 5 marzo 1922, visse negli anni 40 a Casarsa in Friuli con la amatissima madre e il fratello (morto partigiano) e se ne andò nel 1950 a Roma per sfuggire allo scandalo provocato dalla pubblica denuncia di ”corruzione di minori” legata alla sua omosessualità e la sua professione di insegnante, che gli costò anche l’espulsione dal Pci. Nella capitale sempre più, col passare degli anni, la sua vicenda biografica si identifica con quella spesso agitata dello scrittore, dell’artista, dello studioso e dell’intellettuale impegnato a testimoniare e a difendere, anche in sede giudiziaria, la propria radicale diversità, fino appunto alla morte nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 all’idroscalo di Ostia, materialmente ucciso da uno o più dei suoi ”ragazzi di vita”.
Uomo apparentemente chiuso, friulano appunto, preso dal suo pensare, poeta e scrittore chiuso nel suo studio, autore di molte raccolte di versi (riunite poi sotto il titolo ”Bestemmie”), di romanzi come ”Ragazzi di vita” e ”Il sogno di una cosa”, di tesi teatrali, da ”Porcile” a ”Affabulazione”, divenne anche regista di film di successo, da ”Accattone” a ”Mamma Roma”, da ”Uccellacci e uccellini” a ”Medea”, da Il Vangelo secondo Matteo” a ”Salò e le 120 giornate di Sodoma” che ne fecero personaggio pubblico da rotocalchi, che sfruttarono anche lo scandalo dei suoi vari processi per ”oscenità” o ”apologia di reato” e del suo sentirsi ”inorganico” e ”disomogeneo” al mondo in cui operava con quella sua ”retorica della provocazione”, lucido strumento stilistico demistificatorio di analisi delle ideologie e comportamenti della cultura e della violenza della società neocapitalista. (ANSA)

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