OGGI FESTA DI SAN RENATO. IL CULTO IN PENISOLA SORRENTINA

Auguri a tutti i Renato e Renata!

Dire San Renato, oggi, a Sorrento, si pensa immediatamente alla località in prossimità del cimitero, ad uno dei quattro santi patroni della città insieme a Sant’Antonino a San Baccolo e Sant’Attanasio, ai ruderi del  monastero di San Renato o al santo patrono della frazione di Vico Equense ,Moiano.

La più antica iscrizione dedicata a San Renato è quella longobarda incastrata nella colonna sotto al Campaniele della Cattedrale di Sorrento.

Come Santo Parono, lo troviamo sia dipinto al soffitto della Chiesa di Sant’Antonino che nella cripta dipinto da Carlo Amalfi.

I ruderi del Monastero li troviamo tra gli acquerelli di Pompeo Correale esposti al Museo omonimo.

La storia la ricaviamo da vari libri di Ferraiulo, di Trombetta, di cui ne riportiamo di seguito vari

stralci.

LA CHIESA SORRENTINA E I SUOI PASTORI DI PASQUALE FERRAIUOLO

SAN RENATO  425 – 450?

La pia tradizione vuole che San Renato sia stato un eremita che viveva

in una grotta tufacea fuori dell’insediamento urbano. Amato e conosciuto dai

Sorrentini per le sue molteplici penitenze e virtù , fu quasi naturale che alla

morte del vescovo sorrentino, la comunità cristiana lo designasse , suo

malgrado , quale proprio pastore, nell ‘anno 425 circa, sotto il pontificato di

Celestino I, mentre Valentiniano III era Imperatore d’Occidente.

Gli antichi Uffici della chiesa sorrentina ci dicono che San Renato governò

con umiltà , prudenza e zelo pastorale , confortando ed ammonendo con

l’esempio e la parola i uoi cristiani per venticinque anni .

Carico di meriti e di anni , si addormentò nel Signore il 6 ottobre 450 , come

riportano ia il calendario marmoreo napoletano che l’antico ufficio della

Chiesa sorrentina (Capasso B. 1854).

I sorrentini che tanto l’avevano amato in vita , composero le sue spoglie in

un sepolcreto marmoreo presso la chiesetta di San Severo, poco distante dalla

grotta dove per tanti anni era vissuto da povero eremita , venerando lo quale

santo patrono della città per i numerosi miracoli ottenuti per sua intercessione,

solennizzando la sua festa sia a Sorrento che nel napoletano , il sei ottobre ,

anniversario della sua morte.

Ruderi dell’antica Cattedrale di San Renato , ancora esi tenti nel 1875 prima di essere

distrutti per far po to al nuovo Campo anto cittadino.

Dopo alcuni anni , il luogo dove riposavano le sue spoglie, venne affidato

alle cure dei monaci Benedettini Cassinesi.

ella vita di San Mauro , scritta da un certo Gordiano in epoca alquanto

remota , si racconta come il senatore Equizio avesse tra l’altro donato a San

Benedetto un fondo con la chiesa di San Severo in Sorrento. (Mobillon – Acta

SS.Ordini S.Ben. pag . 49)

L’abate Tosti cita un diploma del 77 8 esistente a Montecassino in cui Carlo

Magno conferma ai detti padri tale possedimento . (G~ttola – 1st. Ca s. pag.

115 – Tosti – St. di Mont. pag. 93)

In seguito anche Giovanni console e duca di apoli, nel 939 donava ad

Adelperto Abate di Montecassino altri fondi circostanti la “Cellam San Severi

in Surrento “.

Sulla primitiva chiesetta , a causa dei molti prodigi operati dal Santo ,

i Padri Benedettini ere sero un tempio più grande e splendido dedicandolo

al ve covo sorrentino , nome che poi prenderà anche il Cenobio .

Tale tempio fu anche la Cattedrale della città fino al secolo XII quando la

Sede Ve covile venne tra ferita più a valle e preci amente nella chiesa dei anti

Felice e Bacolo.

In ricordo dell’antica sede, ogni anno il capitolo della Cattedraly si recava

proces ionalmente nel giorno della festa di San Renato, ad officiarvi le sacre

.funzioni , ed in quella circo tanza , l’abate ed i monaci , erano tenuti a

preparare un convito non olo per i canonici , ma per tutto il clero cittadino

che vi interveniva.

Il culto di San Renato fiorì non soltanto in penisola , ma nella città di

. apoli e dintorni , a Montecassino ed in altri cenobi benedettini del meridione ,

ove e i tevano anche molt chiese dedicate a tale santo.

Quando nel 1600 i monaci ricostruirono ex novo il convento e la chie a,

che in parte era incavata nella montagna tufacea , rinvennero in due cassette

di piombo, sotto una lastra marmorea dell’altare maggiore , i corpi dei santi

Renato e Valerio e si accertò così quello che da sempre la tradizione aveva

affermato .

Il nuovo tempio venne solennemente consacrato il 14 novembre 1603 dal

cardinale Alessandro Fiorentino che ricollocò sotto il nuovo altare maggiore

le ceneri dei anti ve covi.

A eguito della cacciata dei padri Benedettini ad opera del re di apoli

Gioacchino Murat avvenuta nel 1812, la bella chiesa ed il convento di

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San Renato caddero in completo abbandono, subendo spoliazioni vandaliche

d’ogni genere. Oggi i suoi splendidi reperti marmorei medievali, sono dispersi

nei maggiori musei del mondo.

el 1821 , per volere dell’arcivescovo Michele Spinelli, le venerate reliquie

furono traslate nell’attuale cattedrale e sistemate nella crociera di sinistra,

dove, in seguito, nel 1898 mons. Giuseppe Giustiniani eresse una cappe lla in

onore dei quattro santi vescovi sorrentini con una bella pala del pittore

Augusto Moriani dove sotto l’altarino di marmi policromi, sono visibili

attraverso una grata , le loro reliquie, a cui vennero aggiunte alcune di

Sant’ Attanasio e San Bacolo appositamente prelevate dalla chiesa del Santissimo

Rosario .

Il monastero e la chiesa di San Renato vennero completamente distrutti

nel 187 6 con u’na discutibile delibera del consiglio comunale per far posto al

cimitero cittadino, cance llando così un patrimonio inestimabile di fede e di

arte. Unico avanzo sup ers!ite fu una piccola grotta che ancora conservava,

agli .inizi del 1900 , alcune pitture rupestri anche queste oggi andate

definitivamente perdute.

Per molti anni la figura di San Renato si è confusa tra storia e leggenda ,

infatti erroneamente si fece l’ipot esi che San Renato fosse d’origine francese ,

approdato prodigiosamente ai nostri lidi.

La leggenda narra che San Renato nacque in condizioni prodigiose per la

lunga sterilità della madre nella città di Angers a circa _trecentoventi chilom etri

da Pari gi.

Appena adolescente morì improvvisamente a causa di un grave morbo.

I suoi genitori disperati ricorsero al santo vescovo Maurilio che miracolosamente

lo richiamò in vita restituendolo ai suoi cari che lo chiamarono

Renato p·erché “nato di nuovo “. E Renato , avviatosi al sacerdoz io quasi per.

sciogliere un voto , alla morte di Maurilio venne eletto a succederg li

sulla cattedra episcopale di Angers, carica che ricusò, fuggendo dalla sua

patria e per la Pannonia entrò in Italia fermandosi per un certo periodo

a Roma. Dopo qualche anno giunse finalmente nelle nostre contrade,

scegliendo di vivere da eremita tra le tranquille ed allore selvagge

borgate sorrentine, presso una casupola alquanto distante dalle mura

cittadine .

Per la fama della sua santità, alla morte del vescovo di Sorrento, venne

scelto quale suo successore . (Capa sso B. 1854)

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Certamente tale leggenda viene dalla Provenza.

Infatti , lo storico Domenico Arnbrasi, parlando del nostro Santo dice che:

” … il leggenda rio vescovo franc ese, mai esistito, andò confuso ed identificato

con l ‘ant ico eremita di Sorrento, Renato, che il calendario liturgico di marmo,

fatto incidere dal vescovo di Napoli Giovanni I V, detto lo Scriba, (842-849),

celebrava il 6 ottobre”.

Tale calendario liturgico in cui sono riportate le varie festività ed i nomi

dei Santi , che ebbero culto nella chiesa napoletana è unico nel suo genere ,

perché altri consimi li sono andati tutti perduti.

oto col nome di “Calenda rio Marmoreo”, esso fu scoperto fortunosamente

nel 17 42 nella chiesa di San Giovanni Maggiore, nello spostare due

grandi lastre marmoree murate ove erano scolpiti leoni alati , pegasi ed

ippogrifi. Inoltre , in tale circostanza , si notò che le facce interne erano

interamente incise con lettere fittissime.

Secondo il Mallardo , tale calendario sarebbe stato inciso fra 1’84 7 e 1’87_7.

( icola Cilento : La Chiesa di Napoli nell’alto Medioevo, pag. 689)

“Quindi il fenomeno di tale equivoco,pa re trovi qualche spiegazione nella

simpatia e nella leggenda, che avvolsero la.figura di Renato d’Angiò”. (Storia

di apoli, Vol. 3°_pag. 553)

A conferma di quanto detto, anche la Sacra Congregazione dei Riti,

nell ‘aggiornamento d~l Calendario liturgico promulgato il 21 marzo 1969 , ha

ribadito , dopo ampio esame dei documenti antichi , che San Renato era un

sorrentino votato alla contemp lazione e conduceva vita eremitica; per le sue

preclari virtù, venne scelto, dalla comunità cristiana sorrentina , quale proprio

vescovo.

Frammento di epigrafe in caratteri longobardi , che ricorda un’antica chiesa dedicata a

San Renato , nascosta da una delle colonne che sorreggono l’arco del campanile della

Cattedrale .

Il chiostro di San Renato . (da un disegno di Duclère 1864)

 

POMPEO CORREALE  COLLEZIONISTA  MECENATE  E ARTISTA

Risale al 1859 il primo acquerello di Pompeo, firmato e datato, che rivela magistralmente

la guida esperta del Duclère. Si tratta di una Veduta cli fiwitoio (cat. n. 39) nella quale è raffigurato

un ambiente adattalo alla vinificazione, identificabile nel chiostro seicentesco del

convento di San Renato dove al centro dei sottarchi dell’edificio antico s’intravede una contadina

assisa, disegnata con un tratteggio triangolare nella sagoma della figura, tipico delle

popolane note attraverso i repertori a stampa di carattere folclorico, eseguite dal Duclère, per

la serie degli Usi e Costumi di Francesco de Bourcard18

 

 

 

Chiesa di S. Renato  DAL LIBRO MOIANO DI VICO EQUENSE  DI TROMBETTA

Iniziando a parlare di questa chiesa e delle sue vicende anzitutto premettiamo che il san Renato, al quale essa è dedicata, non ha niente a che vedere con il fantomatico S. Renato d’Angers, che le relazioni nei secoli XIII- XV della Francia con l’Italia meridionale fecero confondere col nostro (2), che fu il primo o uno dei primi vescovi della diocesi di Sorrento, e visse verso il V secolo d. C. H suo culto, come si deduce dalle chiese e cappelle elevate in suo onore, fu assai diffuso in tutta la Campania, ed ebbe, per quanto ci è dato di sapere, nella nostra penisola due luoghi a lui dedicati: cioè un altare, sia pure associato agli altri tre santi vescovi della stessa diocesi, nella cattedrale di Sorrento e questa chiesa nel nostro paese.

Quanto poi al motivo o ai motivi, che mossero i nostri lontani compaesani a dedicare a lui questa chiesa, come pure

 

ad eleggerlo patrono del loro villaggio, non ne sappiamo proprio nulla, né (possiamo argomentarlo con ragionamento, essendo innumerevoli i motivi da cui poterono essere spinti a quell’atto di devozione. Solo a titolo di pura curiosità ricordiamo la leggenda, che a questo riguardo tanti anni fa raccontava a me ed ai miei compagni di scuola la nostra prima maestra, che si chiamava Vincenza De Martino e della quale si parlerà ancora più avanti. Dunque secondo quella leggenda, S. Renato divenne titolare di questa chiesa e patrono del nostro casale per un suo miracoloso intervento a favore di un cavaliere sorrentino, che un giorno, attraversando il vicino rivo della Fontana, fu assalito da un gigantesco drago. Pertanto nell’imminenza del pericolo di morte, in cui si venne a trovare, fece il voto di far costruire lì vicino una chiesa a lui dedicata, se fosse riuscito ad uccidere quel mostro. Ed infatti, colpitolo con un dardo nella bocca spalancata, la vittoria fu sua, e la chiesa fu costruita (3).

Ciò detto, e ritornando all’argomento, ricordiamo che la più antica notizia che ne abbiamo risale al 1340. Di essa invero si faceva un accenno in un istrumento di quell’anno, ricordato da mons. Sacra al fol. 21t e fol. 22 della sua s. Visita del 1577, ma già allora esisteva da tempo. Quando però prima di quella data era stata costruita, nessun documento lo dice. Quale poi sia il nostro pensiero in proposito, l’abbiamo già accennato, e l’esporremo più diffusamente tra qualche riga. Quello che per prima cosa vogliamo affermare sulla sua origine, è che essa fu voluta e fatta costruire dagli abitanti del luogo in cui sorse: lo deduciamo invero dalla sua qualifica di chiesa estauritica, cioè di chiesa appartenente ad una estaurita, come è stata di frequente indicata fino ai nostri giorni. Rimandando per le questioni che riguardano le estaurite in generale a ciò che ne dicemmo nella nostra storia di Vico Equense e del suo territorio, qui ci limitiamo solo a precisare che esse erano delle istituzioni pie, sorte nei nostri paesi a co-minciare dall’alto medioevo, per provvedere anzitutto al mantenimento della chiesa o cappella, in cui avevano la sede, ed alle spese -per il culto, che vi si faceva, e, secondariamente, anche per compiere speciali opere di beneficenza. Fondatori ne erano gli abitanti di un determinato luogo, ordinariamente un centro agricolo, i quali, ad un certo momento, stanchi di essere costretti a fare lunghi percorsi per compiere i loro doveri religiosi, si accordavano tra di loro per costruirsi nel luogo, dove abitavano, la propria chiesa o chiesetta, e chiamavano un sacerdote a celebrarvi le sacre funzioni. E fu cosi che anche il nostro casale, come diversi altri del nostro comune e della nostra penisola, e non soltanto di essa, ebbe la propria chiesa o chiesina, fatta costruire dai suoi abitanti nel luogo, abbastanza centrale rispetto alla sua estensione, detto forse già in quei lontani tempi, oppure successivamente, « la Scanna », ed amministrata a loro nome e per loro incarico da speciali delegati, che nei documenti che ne parlano, erano chiamati maestri o mastri ed anche economi, che venivano rinnovati, salvo il caso di conferma, ogni anno a voti segreti dagli abitanti dello stesso casale.

Circa poi il tempo in cui i Moianesi presero la decisione di costruirsi questa chiesa, manca, come già abbiamo detto, ogni documento per precisarlo. Pertanto per questa via cj troviamo in un vicolo cieco, che non ci permette di giungere non dico ad una determinazione temporale certa, ma neanche probabile. Se poi teniamo presente l’arcaicità fonetica del nome della piazza sul quale si affaccia e si affacciava questa chiesa, che è, ed era chiamata « Scanna » e le spiegazioni, che al riguardo di quel nome abbiamo dato più indietro, al capitolo III, possiamo ragionevolmente concludere che quell’opera dovette essere realizzata verso gli ultimi secoli dell’alto medioevo, quando la desinenza del nominativo plurale dei nomi neutri latini non si era ancora evoluto nella vocale i. Più in là non possiamo andare per precisare meglio il tempo di quella fondazione, perché ci manca ogni qualsiasi altro punto a cui aggrapparci per individuarlo.

Anche quanto alPampiezza originaria di questa nostra chiesa siamo nell’ignoranza più completa. Al riguardo pos-siamo dire solo, senza pericolo di sbagliare, che in origine fu una costruzione di modeste dimensioni, e nulla più. Con l’arrivo invece del secolo XVI le nostre conoscenze su di essa si allargarono notevolmente, grazie all’esistenza di vari documenti di quel tempo, che ne parlano, ed infatti dalla s. Visita del 1541 di mons. Si cardi siamo informati che allora quella chiesa era la sede della parrocchia del nostro casale ed aveva cinque altari, cioè il maggiore, dedicato al santo da cui prende il nome, e quattro laterali dedicati rispettivamente alla Madonna del Soccorso, alla Madonna del Carmine, a S. Giovanni evangelista ed al Salvatore, che era l’altare dell’estau- rita. Da quella poi di mons. Sacra del 1577, quindi di circa un quarantennio dopo, si rileva che gli altari di S. Giovanni evangelista e del Salvatore erano stati distrutti per dare una nuova sistemazione alla chiesa, e che gli obblighi ad essi legati erano stati uniti all’altare maggiore. In seguito pertanto a quei lavori di rinnovamento, che, per quanto si può dedurre dalla data 1585, esistente fino alla fine del secolo scorso sulla sua facciata (4), terminarono in quell’anno, questa chiesa, come ricordava la s. Visita di mons. Regio del 1602 (5), risultò lunga 18 m e larga 10, ed ebbe anche un imponente campanile, nella cui base fu fatta la sagrestia, nella parte mediana si fecero due stanze, usate prima come casa parrocchiale, e poi come casa per il sagrestano, e nella parte alta la cella per le campane, delle quali ve ne furono collocate due: una più grande e l’altra più piccola, e nell’interno della chiesa, così rinnovata, vi furono eretti sei altari: il maggiore, dedicato a S. Renato ed alla Madonna del Rosario, che era la titolare della confraternita dello stesso nome, che, come diremo nel capitolo seguente, era stata fondata nel nostro casale poco più di un ventennio prima, e cinque laterali, che erano rispettivamente dedicati al Crocefìsso, alla Madonna del Soccorso, alla Madonna del Carmine, alla Madonna detta di Loreto, ed all’Annunziata. Pochi anni dopo questa chiesa ebbe anche la

 

cupola, che tuttora vi si trova: sappiamo infatti che nel 1608 mons. De Franchis ordinava che se ne affrettassero i lavori di costruzione, perché il vento e l’acqua, entrando liberamente per l’apertura praticata nella volta, disturbavano le sacre funzioni (6).

Dopo di allora, per più di un secolo questa chiesa non subì innovazioni di rilievo, e solo verso la fine degli anni trenta del secolo successivo l’estaurita, che ne era la proprietaria, ne rifece il pavimento, che era roso dall’umidità e dall’uso, ed in quella circostanza ne levò le tombe e le fosse comuni, che vi si trovavano, e le trasferì sotto di esso, creandovi un nuovo cimitero, che ebbe l’entrata dalla sagrestia, che allora era al piano terreno dei campanile qui sopra ricordato. La nuova terra santa — così in quei tempi erano chiamati i luoghi di sepoltura fatti sotto od anche intorno ad una chiesa — oltre alle tre tradizionali fosse o tombe comuni, delle quali una era per gli uomini, un’altra per le donne e la terza per i bambini, ebbe anche delle sepolture particolari, ed una di esse fu assegnata in proprietà alla famiglia Cavolini, in cambio di quella, che essa possedeva da tempo immemorabile nel vecchio pavimento, dietro la porta, a mano sinistra, entrando. Questa convenzione però, che era stata fatta con un istrumento del 6 novembre del 1642 del notaio Gioacchino Talamo, fu di breve durata, perché quattro anni dopo, cioè nel 1646, tra quell’estaurita e la famiglia Camolini intervenne un nuovo accordo, in forza del quale i Cavolini rinunziavano alla sepoltura, che era stata loro assegnata nel nuovo, presso la gradinata, che dalla sacrestia scendeva in essa, e che era lunga 2 metri e larga 1,30, e ricevettero in sostituzione, per lo stesso scopo, un luogo vicino all’altare maggiore a corau epistola©, rispondente all’attuale spazio, che è davanti all’altare dell’Addolorata, e furono autorizzati a porvi le loro armi (il loro stemma) ed un’iscrizione, che sintetizzasse le vicende qui sopra esposte, e che è la seguente: << D.O.M. Antiquum Caolinae gentis sepulcrum prope ianuam diu positum, curatorum tem- oliata Iabilito Joachlm Talamo firmatimi est, Vili idus no- f i 1742 S. C. Berardinus Caulini eiusque fraties de

vrtiibHfi li’*** < . i • i •

Kntaurlta bonomoflti, renunciato sepulcn loco, in communi . Ilprii designato, hic novum sua impensa instaurandum cu- mwìv, ubi fuit Candida germana soror humata XI nov. 1744, rtc’lrtll» suac antiorum 48, et ita fuit conclusimi» (7).

NHIWingiiersi poi al principo del secolo scorso quella tomiulia nella persona del celebre naturalista Filippo Cavoh- nl cittadino napoletano da diverse generazioni, e nato in quella città l’8 aprile del 1756 ed ivi morto, celibe, il 15 marzo del 1810 (8), quella sepoltura, insieme agli altri beni, che quella famiglia possedeva nel nostro casale, passò per linea materna a quella del De Meìlis, anch’essa ora estinta, che, in conseguenza di quella successione, divenne anche patrona del detto altare ‘dell’Addolorata, che per quanto si può dedurre da un istrumento del 23 febbraio del 1751 dello stesso notalo Talamo, era stato costruito dai Cavolini sulla loro tomba.

Intanto nello stesso 1746 la medesima estaurita fece costruire dal marmoraro Orazio Pa&samonte di Napoli l’altare maggiore con il tronetto, che vi è sopra, anch’esso di marmo, per l’esposizione del SS.mo, spendendo 220 ducati (9), e cinque anni dopo spendendone altri 131 gliene fece fare altri due: l’uno per la Madonna delle Grazie e l’altro per le anime dei Purgatorio, ossia, a nostro avviso, per la Madonna del Carmine, a cui, come si sa, è legato il privilegio detto sabatino in vantaggio delle anime del Purgatorio, ed entrambi dovevano essere simili a quello dell’Addolorata, che il medesimo marmoraro aveva realizzato quasi un decennio prima nella stessa chiesa (10). In conseguenza di quelle commissioni

 

la nostra chiesa parrocchiale possiede sicuramente quattro altari di quell’artista, cioè il maggiore e gli altri tre ora ricordati, e dei quali il maggiore e quello dell’Addolorata sono rimasti nel medesimo luogo, dove furono collocati al momento della costruzione, salvo solo piccoli spostamenti, di cui parleremo più avanti, mentre gli altri due, posti in origine nella navata principale, che allora era anche l’unica, passarono nella navata secondaria di destra, entrando, verso la metà del secolo passato, e sistemati, come li vediamo ora, al principio del presente. Stando però allo stile, bisogna convenire che dello stesso periodo sono pure gli altari di questa nostra chiesa dedicati rispettivamente alla Madonna del Rosario, all’Immacolata Concezione, a S. Giuseppe ed a S. Anna. Quanto poi alla loro costruzione c’è da dire che quella del primo di essi, ossia di quello della Madonna del Rosario, avvenne in seguito alle vicende, che intercorsero poco dopo la metà del *700 tra la confraternita del Rosario, che aveva la sua sede in questa chiesa e la locale estaurita, le quali indussero la prima a prendere la decisione, come si dirà più diffusamente nel capitolo seguente, di costruirsi un oratorio proprio fuori di questa chiesa, e di poi ad accordarsi con la medesima estauri- ta per costruire insieme nella medesima chiesa o, meglio, appoggiata ad essa, un cappellone, ossia, come dice la parola stessa, una grande cappella, perché servisse anche come sala di riunione per gli ascritti a quella confraternita e per le riunioni degli estauritari. Ed in quell’accordo si stabilì pure che ciascuna parte sostenesse d 50% delle spese per la sua realizzazione, e lo stesso rapporto fu pure deciso per le spese da affrontare per fare il quadro della Madonna del Rosario da collocare sull’altare del detto cappellone (11). Chi però furono gli artisti, che fecero rispettivamente quel quadro e quell’altare, non siamo in grado di dime proprio nulla, perché nessun documento, a nostra conoscenza, ne parla. Possiamo però affermare che quei quadro e quell’altare esistono ancora : — 97 —

 

trasferiti infatti nella navata destra di questa chiesa, costruita» come diremo tra poche righe, verso il 1840, vi si trovavano ancora 40 anni dopo, come ci assicura la s. Visita di mons. Giustiniani del 1888-92, voi. IV, fol. 373. Con la costruzione invece della cappella del nostro cimitero, inaugurata nel 1901, il detto quadro fu collocato sul suo altare, dove tuttora si trova, mentre l’altare rimase al suo posto, e nella nicchia, che vi è al di sopra, si pose la statua della Madonna del medesimo titola

Ciò detto e ritornando all’argomento, bisogna ricordare che, per mancanza di documenti al riguardo, neanche possiamo affermare qualcosa sull’autore o sugli autori degli altri tre altari, qui sopra nominati, cioè dell’Immacolata, di S. Giuseppe e di S. Anna, che al tempo della loro costruzione ebbero altri titolari. Al riguardo possiamo asserire solo che anche per la loro costruzione la spesa fu sostenuta dalla nostra estaurita, e possiamo anche aggiungere che queste furono le ultime manifestazioni del periodo aureo di questo genere di istituzioni pie, che allora fiorivano nel nostro comune ed in molti altri dell’Italia meridionale, perché al principio del secolo seguente, col passaggio del regno di Napoli nelle mani di governanti francesi, il loro patrimonio fu colpito da gravis

 

sima crisi e la loro costituzione subì un radicale mutamento: infatti l’eiezione dei loro dirigenti fu tolta agli estauritari, ossia agli abitanti del luogo, dove esse si trovano, ed affidata al consiglio dei decurioni del rispettivo comune. Coll’incorporazione poi, nel 1860, del regno di Napoli in quello d’Italia, quel mutamento divenne ancora più radicale, sia perché il numero dei deputati di ciascuna estaurita, da più che erano, fu ridotto ad uno solo, che ebbe il pomposo titolo di governatore e la durata in carica per tre anni, e sia soprattutto, perché la sua attività fu ridotta quasi a nulla, poiché ebbe soltanto il semplice compito di amministrare le poche rendite rimaste a ciascuna di esse, una volta proprietarie di vasti patrimoni, e pagare con esse lo stipendio al sagrestano, al campanaro, al regolatore del pubblico orologio, e provvedere, nel imite degli spiccioli rimasti, Poocorrente per il culto.— 98 —

 

 

In questa situazione anche l’inizUUva del mantenin*^ di questa nostra chiesa nella sua consistenza materiale e «Z gii eventuali miglioramenti passò, in pratica, ai parroci, ri* di tempo in tempo vi si succedettero. Ed il primo dì essi, ri* v’intraprese imponenti lavori di ampliamento, fu don Matte* Cannavaie, che negli anni *40 del secolo scorso fece costruir* la navata laterale destra, entrando, e l’attuale sagrestia, conre si presentava fin verso gli anni trenta del nostro secolo, quan do una delle due stanze, di cui si componeva, e cioè quella* che ora si trova al piano stesso della chiesa, e che già ìmpic elofita al principio di questo secolo per far posto alla piccoli gradinata per scendere a quel piano, fu allargata ed abbassata, come ora si vede. Intanto, quasi un cinquantennio dopo le realizzazioni operate dal parroco Cannavaie, mentre eri economo curato di questa chiesa don Antonino Di Palma, die sostituiva nella cura pastorale il parroco del tempo, che era lì suo zio materno don Matteo Vanacore, infermo di mente, per l’iniziativa del sig. Luigi Trombetta, di cui parlaremo anche più avanti nel capitolo Vili, e che allora amministrava le poche rendite della nostra estaurita, fu aggiunto il cappellone, posto in comu evangelii dell’altare maggiore, per dedicarlo al la Madonna della Cintura. La nuova costruzione, che costà circa due mila lire d’allora, e che furono quasi tutte offerte dai fedeli, fu consacrata il 1° giugno del 1887 da mons. Giustiniani (12), da pochi mesi arcivescovo di Sorrento, ed 8 anni dopo, sempre per iniziativa del detto Trombetta, vi fu fatta l’attuale abside con la nicchia per la statuta di S. Renato (13), in sostituzione del quadro in cui era dipinto quel santo insieme a S. Nicola ed all’assunzione In cielo dèlia beata Vergine (14).

 

(12) Cfr. i Visita del 1888-92 di moni. Giustiniani, voi. IV, folti Jll e Iti

(13) & baldacchino, che vi è avanti, fu aggiunto invece nel 19)2, in occhióne della ricoloratura di tutto Tintemo di questa chiesa, ed in quelli drcoMaór* fu pure fatta la statua murale di S. Gerardo Maiella, il pulpito e li balausta davanti all’altare maggiore, poi distrutta in seguito alla riforma liturgici del \Hi

Quel quadro, come ricorda la s. Visita di mons. Giustiniani del IMI 1892, voi. IV, foL 373, all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scotto m ancora sull altare maggiore di questa chiesa, e solo pochissimi anni dopo fu tosti-

Divenuto intanto al principio del 1896 parroco del nostro casale don Raffaele Vanacore, egli trovò questa chiesa bisognosa di molti restauri e troppo piccola rispetto alla popolazione a cui doveva servire. Perciò si rivolse subito ad un esperto in materia per avere i necessari lumi sul da farsi, e la sua scelta cadde sulTing. F. Ernesto D’Amore di Napoli, che era ben conosciuto nel nostro paese, dato che la sua famiglia vi possedeva diverse proprietà terriere. Alla sua richiesta dunque il D’Amore rispose con una particolareggiata relazione, che trascriviamo qui, perchè ci si possa veramente rendere conto dello stato in cui la detta chiesa allora si trovava. Essa pertanto inizia così: « In risposta all’imvito da voi ricevuto, vi rimetto la presente mia relazione allo scopo di esaminare lo stato in cui si trova questa chiesa parrocchiale ed indicare i lavori più urgenti da eseguirsi, nonché, tenendo presente che rampiezza di questa chiesa non corrisponde ai bisogni del paese, fare conoscere quale sarebbe il preventivo per la costruzione dell’altra navata a sinistra e sistemare il tutto con quella decenza necessaria -per le funzioni del culto. A me pare che prima d’interessarmi dei lavori di decorazione ed abbellimento debba esporvi lo stato deplorevole ed abbandonato in cui si trova attualmente la suddetta chiesa, e l’abitazione (15), la quale dovrebbe servire per uso della Rev. V., che richiedono urgenti lavori di riparazione.

 

tuito dalla statua di S. Renato, che ora vi si trova, e la sua sostituzione, secondo la testimonianza dei nostri vecchi, che allora erano giovani, avvenne perché l’opera di restauro di quel quadro richiedeva una spesa molto superiore a quella necessaria per l’acquisto della detta statua.

(15) Quest’abitazione, che era chiamata «le cammarelle», ossia le piccole camere, si trovava accanto alla gradinata, sulla destra, salendo, che porta al piano di questa chiesa, ed era composta da una cisterna e da due stanze al livello della piazza, e di altre due stanze ed una piccola cucina al piano superiore con accanto un piccolo orto coltivato a viti, ora distrutto ed il suo suolo in parte occupato da una specie di casamatta adibita a poliambulatorio medico. Quando la detta abitazione fu fatta, non sappiamo. Di certo però nel ‘700 già esisteva, ed anche allora era di proprietà della parrocchia ed usata per casa parrocchiale. E’ stata distrutta circa trent’anni fa, in seguito ad un accordo tra U parroco del tempo e la presidenza della Provincia di Napoli, per abbassare al piano stradale la piazza che le era davanti, ricevendone in cambio un contributo pecumano per la costruzione di un salone per la parrocchia dietro l’attuale campami©, e deUa casa parrocchiale che vi e stata elevata sopra.— 100 —

Quello che più d’ogni altra cosa fa impressione è il ca^. panile, il quale è un pesantissimo corpo di fabbrica addossa’ to alla chiesa e privo di fondazione. Attualmente si vede cri. vellato da lesioni, e, quello che è peggio, per il cedimento del suolo su cui è poggiato, ha danneggiato anche la .parte centrale della chiesa, producendo sulla volta che la copre una lunga lesione. Quindi è assolutamente indispensabile che il detto campanile venga demolito.

La ricostruzione di questo campanile si dovrebbe eseguire isolatamente dalla chiesa, sia perché in questo modo il movimento delle campane non avrebbe alcun effetto su di essa, sia perché qualunque danno, per qualsiasi possibile causa impreveduta, potesse al campanile stesso accadere, questo resterebbe isolato su se stesso.

E tenendo presente che la popolazione della borgata di Moiano è di circa 1700 abitanti e che all’infuon della parrocchia non vi è altra chiesa dove si eseguono tutte le funzioni del culto, riesce indispensabile la costruzione della navata a sinistra in modo eguale e simmetrico di quella che trovasi già costruita alla destra della navata principale, ed in questo modo si avrebbe ad assicurare la parte centrale della chiesa, la quale, come si è detto, presenta la volta lesionata longitudinalmente. Tutto questo costituisce la parte essenziale della mia relazione sulla quale voi avete chiesto il mio parere, perché è assolutamente impossibile che possiate perdurare più a lungo senza invocare l’aiuto del Governo nell’interesse della .pubblica salute e della vita di tante anime che a voi sono affidate.

Assieme alla presente riceverete il progetto del campanile, sia come prospetto che come pianta, nonché la pianta della chiesa e della nuova navata da costruirsi, e dai miei calcoli, abbastanza dettagliati, che potrei esibirvi, risulta che l’importo di questi lavori è di lire ventimila.

Ma per la decenza ed il decoro del culto è necessario che si eseguiscano anche altri lavori, i quali, quantunque di minore urgenza di quelli innanzi descritti, non sono meno necessari degli altri. Il presbiterio e la navata laterale esistente hanno un pavimento di quadrateli d’argilla marciti e ridotti— 101 —

in frantumi ed è assolutamente necessario eseguire la pavimentazione, la quale dovrebbe farsi in marmo, tenendo presente, che così è stata di recente eseguita la parte centrale. Le finestre da cui la chiesa piglia luce sono del tutto marcite fino al punto che non possono più reggere i vetri. Le lesioni esistenti debbono essere scalpellate e sarcite con mattoni e gesso.

Tanto nella chiesa che nella sagrestia si debbono eseguire tutti i diversi pezzi d’intonaco che attualmente mancano. L’importo di questi altri lavori è di lire cinquemila cinquecento.

In ultimo dovrebbero eseguirsi i lavori di decorazione, cioè: rifare gli stucchi, che mancano nella chiesa e quelli che si trovano in stato pericolante, perché, distaccandosi, potrebbero arrecare gravi danni ai fedeli che si troverebbero in chiesa, restando V. R. responsabile delle conseguenze. Restaurare la facciata e fare tutti i lavori di attintatura sia all’in- temo della chiesa sia sulla facciata. L’importo di questi lavori è di lire cinquemila.

Mi sono in ultimo recato ad osservare i locali destinati per vostra abitazione e da voi giustamente rifiutati perché del tutto inabitabili. Il tetto deve rifarsi tutto a nuovo perché il legname è interamente marcito e le tegole sono in tal modo consumate dal gelo che non è possibile riadoperarle. I telai delle tre finestre e porta d’ingresso debbono essere rifatte a nuovo. L’abitazione del custode si trova ancora in peggiori condizioni. E’ necessario ricovrire l’astrico con aspaldo, fare il pavimento con rapillo battuto, sarcire le lesioni alle mura, abbozzare ed intonacare le pareti e sostituire due porte nuove a quelle tuttora esistenti. L’importo di questi altri lavori è di lire duemila ottocento.

In conclusione l’importo complessivo dei suddetti lavori è di lire trentacinquemila trecento, e questa cifra è il risultato di lunga e precisa calcolazione, tenendo anche presente la posizione della chiesa ed i materiali da costruzione del luogo; e se V. R. interessa tener presente questo mio lavoro, potrò farvelo tenere. Ho voluto dividere in gruppi i diversi lavori, così potete meglio decidervi quale di essi principiare.— 102

 

 

Ho dovuto, come sapete, procedere subito alla puntellatura del campanile perché in stato pericolante, ed io sono d’avviso che V. R. dia ordine di non fare più suonare le campane allo scopo di evitare una disgrazia » (16).

Davanti a questa tragica situazione della nostra chiesa e dei locali ad essa annessi il detto parroco per evitare il peggio, si rivolse al popolo di Moiano, perché ciascuno, secondo le proprie possibilità, concorresse ai necessari restauri; ed allora tutto il paese, come dicevano i nostri vecchi, rispose generosamente sia con l’opera delle proprie braccia che con le offerte del proprio denaro. E così dopo un decennio di intensi lavori, diretti dal già nominato ingegnere e che durarono dal 1898 al 1908, questa chiesa acquistò l’aspetto, che ha al presente, che è quello di una chiesa rinascimentale. In quella restaurazione anzitutto fu abbattuto il vecchio campanile e costruito l’attuale, che misura una trentina di metri in altezza, ed ha nella cella campanaria due campane, delle quali la maggiore pesa 7 quintali e 65 chili, e sullo spazio, che occupava quel campanile e sulle sue immediate adiacenze fu impiantata la nuova navata, che è quella di sinistra, entrando, e di questa chiesa fu pure abbassato di un buon metro il suo pavimento: cosa che comportò la distruzione della sottostante terra santa o cimitero, allora non più in uso, come pure della sepoltura, che un tempo era riservata al clero, e che si trovava presso l’altare maggiore, in comu evangelii, e la sistemazione, in un piano più basso, di quella che era stata dei Cavolini, e che allora era della famiglia De Mellis, non che degli altari che erano nella navata secondaria di destra e dello stesso altare maggiore, e la messa a stucco di tutto l’intemo della stessa chiesa, ed affrescata la volta della sua navata centrale per mano del pittore napoletano A. Asciane, il quale, diviso lo spazio da dipingere in tre riquadri, e seguendo la vita del leggendario S. Renato di Angers allora ancora identificato con il nostro, raffigurò nel F la madre di S. Renato con in

 

(16) Il testo originale dì questa Relazione dell’ingegnere F. Ernesto D’Amore è conservato nell’archivio parrocchiale di questa stessa chiesa.— 103

braccio il figlio morto allora fanciullo, che ricorre al vescovo S. Maurilio, e questi con le sue preghiere lo risuscita, donde poi gli sarebbe venuto il nome di Renato, quasi nato per la seconda volta, e nel 3° lo stesso S. Renato in abito da eremita (sembra quasi S. Francesco), che, lasciata la sede episcopale d’Angers, faceva penitenza in un luogo solitario sui monti sorrentini, donde poi sarebbe stato chiamato dagli abitanti di Sorrento a fare il vescovo della loro città, nel quadro media* no invece, che è di dimensioni maggiori degli altri due, e che è diviso in due zone, raffigurò in basso la nuova facciata della nostra chiesa, e davanti ad essa un gruppo di moianesi con alla loro testa il parroco don R. Vanacore, che aveva preso l’iniziativa ed aveva portato a termine l’opera, che possiamo dire quasi colossale, del rinnovo del complesso parrocchiale del nostro casale, ed in alto S. Renato in gloria.

Pochi anni dopo, e precisamente nel 1913, vi fu aggiunta la cantoria, che si stende sull’entrata della navata centrale, ed il magnifico organo della ditta Franceschi ni di Crema, che riempie ancora di meravigliose armonie, se suonato da mani maestre, tutta la chiesa e le sue immediate adiacenze.

Intanto in questa chiesa, cosi rinnovata ed ingrandita, e che risultò lunga 27 m, e larga, nel transetto, 18, ed alta, nella navata principale 14, trovarono posto 11 altari, i cui titolari furono: S. Renato per l’altare maggiore, il Sacro Cuore per l’altare di fondo della navata di sinistra e l’Addolorata per quello di fondo della navata di destra, e per quelli sistemati nella stessa navata, in ordine discendente verso la porta furono la Madonna del Rosario, l’Immacolata, la Madonna delle Grazie e S. Antonio, mentre per quelli posti nella navata di sinistra, cioè in quella che fu costruita all’inizio del nostro secolo, andando dall’efntrata verso il fondo, furono e sono, S. Alfonso, S. Giuseppe, S. Anna e la Madonna della Cintura. Di tutti questi titolari S. Antonio, S. Alfonso ed il Sacro Cuore entrarono in questa chiesa con la ristrutturazione fatta al principio di questo secolo, S. Anna e l’Immacolata verso la metà del secolo passato, S. Giuseppe e l’Addolorata nella prima metà del ’700, nel *600 la Madonna delle Grazie, la Madonna del Rosario nel 1577, al momento, cioè, della fondazio-104 —  ne dell’omonima confraternita, sebbene allora non ebbe un altare proprio, ma fu aggregata all’altare maggiore, che aveva come titolare il nostro protettore, S. Renato, al quale, per quanto ci è dato di sapere, fin dai tempi più lontani questa chiesa appare legata.

In conclusione dunque di quanto abbiamo fin qui esposto su questa chiesa, c’è da dire ancora che dei titolari dei suoi altari, stabile è stato solo S. Renato: sono stati invece soppressi o sostituiti, a cominciare dai più antichi cambiamenti, il Salvatore, che era il titolare dell’altare della nostra estau- rita, S. Giovanni Evangelista, la Madonna del Soccorso, del Carmine, di Loreto, dell’Annunziata, il Crocifisso, ed ultimo S. Gregorio Magno, entrato nella nostra chiesa nel ’600 o al principio del successivo, e sostituito prima della metà del secolo passato da S. Anna.

 

 

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