Mons. Arturo Aiello, vescovo di Avellino ed ex parroco di Piano di Sorrento, ricorda il terremoto del 23 novembre 1980

Mon. Arturo Aiello, vescovo di Avellino ed ex parroco di Piano di Sorrento, ha celebrato una Santa Messa nel Duomo di Avellino in memoria delle vittime del terremoto del 23 novembre 1980. Dopo aver letto il brano dell’Apocalisse. Viene proclamata la lettura di un brano dell’Apocalisse: “Io, Giovanni, vidi: ecco l’Agnello in piedi sul monte Sion, e insieme a lui centoquarantaquattromila persone, che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. E udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di cetra che si accompagnano nel canto con le loro cetre. Essi cantano come un canto nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e agli anziani. E nessuno poteva comprendere quel canto se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra. Essi sono coloro che seguono l’Agnello dovunque vada. Questi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello. Non fu trovata menzogna sulla loro bocca: sono senza macchia”.

Ecco l’omelia di Mons. Aiello: «La visione che il libro dell’Apocalisse ci parla di un canto nuovo, incomprensibile, meraviglioso, eco della liturgia celeste. Ma non ci dice cosa quel canto contenga e soprattutto – ed è quello che mi preme sottolineare sia pur drammaticamente – cosa ci sia stato prima di quel canto. Forse un lamento, forse un grido d’aiuto, forse un senso di oppressione perché sepolti vivi, forse la richiesta di aiuto in una notte che ha diviso la nostra storia nazionale e non solo dell’Irpinia e della Campania. Perché da quella sera del 23 novembre di 40 anni fa noi non siamo più gli stessi. Perché i gesti umani e le vicende che costringono gli uomini a vivere certe tragedie cambiano i connotati alla storia.  Per esempio noi che abbiamo vissuto quella sera, quel dramma, sappiamo quanto è lungo un minuto e venti secondi. Lo abbiamo appreso quella sera e tutte le grandi lezioni della vita purtroppo avvengono nel dolore e nella tragedia che si abbatte su di noi annullandoci apparentemente. Chi abbia vissuto il terremoto dell’80 sa quanto sia lungo un minuto e 20. Non solo, ma quanto quel minuto e venti secondi possa cambiare una geografia, una storia, delle relazioni, radere al suolo interi paesi che inutilmente abbiamo cercato di ricostruire. Che ha aperto un cratere, quello nella terra ma ancor più nella coscienza di un popolo, quello irpino e non solo. Un cratere che dice assenza.

Io vorrei che questa sera, e non vi sembri senza speranza quello che vi dico, noi sentissimo quanto ci manchino quelle tremila storie (bambini, giovani, adulti, anziani), per come si sarebbero evolute, per le parole che avrebbero potuto dire, storie che avrebbero potuto raccontare, baci che avrebbero potuto darsi e darci. Libri mai scritti, poesie mai edite, tutto ingoiato da quel buco nero che è il cratere del fulcro del terremoto dell’80. E allora questo canto nuovo, che a guardarlo adesso nelle parole dell’autore dell’Apocalisse tanto ci consola,  lo comprendiamo di più come dono quanto più affondiamo le mani nella terra, nella storia, scavando fino a sanguinare come accadde in quelle ore, in quei giorni.

Che cosa abbiamo imparato e che cosa ancora possiamo imparare? Quella sera imparammo quanto fragile sia la nostra vita. Lo sappiamo, sperimentiamo la morte tante volte e la morte – ricordatevi – è sempre la morte delle persone care, non è la nostra morte. Di quella non faremo esperienza perché sarà un attimo ed entreremo in quel canto di cui diceva l’autore dell’Apocalisse. La morte è sempre la morte dei nostri cari. Lo sappiamo, lo sperimentiamo, ma poi viverlo in quella regia così ampia, con un raggio così largo, con un mare di lacrime così tumultuoso, accade solo nelle grandi tragedie.

La terra quella sera ebbe delle convulsioni epilettiche. Quello che a noi sembra solido, stabile, si sbriciola in un attimo e non è sulle ragioni scientifiche del terremoto che stiamo qui a disquisire quanto sugli effetti, sull’eco drammatica che ha avuto sui morti e sui vivi. Quindi una lezione di fragilità ed oggi questi 3.000 assenti, presenti nella preghiera, nel canto che ancora non riusciamo a sentire tanto siamo chiusi dentro il nostro oggi, ci ricordano che siamo fragili, come è fragile la storia, come sono fragili le relazioni. Approfittiamo dell’attimo per dirci le cose importanti della vita. Sono pochissime ed una fra tutte si erge sempre in ogni tragedia: “ti voglio bene”. Non abbiamo il tempo in questa fragilità a volte di dircelo, di scriverlo, di fermarci un attimo a considerare che non siamo eterni e che in questo breve sabato del tempo si decidono cose importanti per il nostro futuro. Questa fragilità e labilità ci invita a fare adesso le cose importanti, a dirle adesso le parole di affetto e costruttive, a realizzare adesso – per quanto possibile – i nostri sogni ed i nostri ideali, perché il domani è incerto.

Questa piaga veniva ad essere inflitta ad un corpo già così debole quale il nostro meridione. Non è questo il momento ma la questione meridionale è ancora così aperta e così attuale. Non andava a demolire o a infrangere il sogno dei ricchi, ma veniva a bussare alla porta dei poveri, un meridione già provato si trovava al centro di questa tragedia che poneva le nostre terre all’attenzione nazionale.

E’ stato bello ieri il ricordo del Papa, tanto paterno, perché è come se avesse posto davanti al mondo questo anniversario di dolore che già in quei giorni, nelle ore successive alla tragedia, proponeva nomi, luoghi, paesi che nessuno aveva mai conosciuto, mai visitato e che diventano parole d’ordine sulle labbra di chi doveva prestare i primi soccorsi e nella sensibilità nazionale. Secondo alcuni l’Italia da quella esperienza, più che dal terremoto del Friuli accaduto alcuni anni prima, si svegliò rispetto alle grandi tragedie, anche attrezzandosi. E’ dopo il terremoto dell’Irpinia che nasce un movimento non solo di sostegno ma anche di  pronta emergenza.

E noi oltre a ricordare i morti ricordiamo anche quanti in quei frangenti sul piano istituzionale, sia dello Stato che della Chiesa, si fecero accanto alle nostre terre. Vennero a visitarle, non le hanno guardate in cartolina o in tv. Mi riferisco alla visita di San Giovanni Paolo II ed alla visita del Presidente Pertini. E mi riferisco a persone venute a dire a noi, a quelli che c’erano: “Lo stato italiano, la nazione è qui e vi abbraccia”. Tra l’altro della visita del Papa ricordo un episodio particolarmente toccante a Valvano dove crollò una chiesa seppellendo 77 persone e circa 60 erano ragazzi del coro. Il Papa, salito su un banco in un pulpito di emergenza, disse qualche parola alle persone che lo guardavano senza poter proferire parola e poi una donna si alzò e chiese al Papa: “Santo Padre, davanti a tutto questo com’è possibile ancora pregare?”. Ed il Papa rispose: “La vostra preghiera è la vostra sofferenza”. Sono pagine di un grande magistero.

Un’esperienza che veniva ad aprire altre piaghe in un territorio già colmo di contraddizioni. Il Papa nel suo messaggio di ieri all’Angelus ha fatto riferimento anche alle forze attive che in quella tragedia si fecero vive, presenti. Passati i primi giorni dell’incertezza anche sul dal farsi, eravamo come bambini davanti ad una tragedia, tanti – soprattutto giovani e le associazioni – vennero a prestare il loro servizio. Il Papa vi fa riferimento come una sorta di bene che nasceva in un male, in una tragedia. Forze positive che cercavano di fronteggiare una natura ribelle, epilettica, operatrice di morte.

Le Misericordie, che adesso si trovano sul nostro territorio, sono il frutto di quei gemellaggi. Perché le Misericordie del Nord e del Centro Italia vennero in soccorso, vennero a piantare tende, a offrire aiuti. E persone colpite si chiedevano: “Ma come mai, ma chi ve lo fa fare?”. E da quella presenza nacquero anche sul nostro territorio per gemmazione, per imitazione, organizzazioni di servizio civile e di aiuto. Dunque un aspetto di bene che viene a saldarsi, a consolidarsi ed a prendere forma in un momento tragico.

Siamo qui come Chiesa, come autorità dello stato, a fare memoria perché la memoria è fondamentale per la nostra vita. Perché noi dobbiamo dire ai giovani che il terremoto dell’80 è anche nel loro inconscio collettivo anche se non lo sanno, anche se ritengono questi racconti e guardano le foto in bianco e nero come reperti archeologici di ere lontanissime. Fare memoria significa riportare al cuore nomi, volti, paesi scomparsi. Non rimane niente se non qualche brandello, dice Ungaretti in una sua poesia dal fronte in San Martino del Carso.

Accadde così quella sera e nei giorni seguenti. Fu terremotato anche il cuore, fu terremotata anche la fede. Perché sempre dinanzi a questi fenomeni che sconvolgono noi diciamo: “Perché?”. E non c’è un perché accessibile. Il Vescovo non è qui stasera a darvi delle risposte, sarebbe oltremodo presuntuoso. Se non ci sono risposte, ci sono direzioni e ci sono sensi. Noi siamo qui a dare senso, a ricordare, a dirci che ogni ricostruzione, anche quella che è ancora appena in nuce nell’oggi drammatico che stiamo vivendo, ogni ricostruzione chiede una comunità compatta.

Il terremoto non è stato drammatico quanto il dopo terremoto, questo ci ha cambiato veramente. E perché ci ha cambiati questa volta veramente in negativo? Perché ogni ricostruzione mette in campo degli interessi e ci sono sempre degli interessi quando c’è un capitale messo a disposizione di una comunità ferita. Ed il dopo terremoto ci ha divisi. Noi facciamo memoria anche di queste piaghe delle quali non sempre si parla ed adesso ovviamente ne parliamo nel pudore della preghiera perché non siamo qui a fare discorsi che interpellino altre competenze se non la nostra di oranti, di credenti. Ed allora se c’è una cosa de chiedere ai 3.000 che quella sera partirono insieme ed alcuni agonizzando a lungo sotto le macerie, è: “Aiutateci a stare insieme adesso”. Perché anche noi nel primo lockdown abbiamo sperimentato una unità ecclesiale e nazionale ma adesso già andiamo sfrangiandoci, andiamo separandoci. E come è possibile una ricostruzione? E sarà molto più difficoltosa la ricostruzione post Covid di quella del post terremoto. Come è possibile affrontare questa sfida che è qui davanti a noi, ad un passo da noi, così divisi.

La memoria dei caduti ci aiuta a vivere e ci riporta questa sera questa consegna: affratellatevi. Vediamo con preoccupazione anche in vertici del nostro stato a volte delle avvisaglie di particolarismi quando in questo momento c’è il “noi” della nazione. Questo terremoto è un terremoto mondiale. 40 anni fa impressionava che le migliaia di chilometri quadrati che interessavano il cratere del terremoto ma adesso questo terremoto non è in un luogo ma è mondiale. Possiamo trovare la coscienza umana, civica, civile ed ecclesiale per collaborare dando del nostro, non il superfluo. Ma più che sul piano materiale parlo sul piano ideale, vanno messe in campo le forze migliori che abbiamo, quanto di più prezioso possediamo, va condiviso per poter affrontare il post covid. La storia ci insegna e ci ripresenta da distanza di 40 anni le stesse situazioni. E’ chiaro, cambia la portata, cambia la coscienza, ma siamo di nuovo ad un bivio, innanzi ad una sfida».

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