L’antropologo Giovanni Gugg, originario di Massa Lubrense: “Qual è la percezione del Coronavirus?”

Riportiamo l’interessante intervento pubblicato sulla sua pagina Facebook da Giovanni Gugg, antropologo originario di Massa Lubrense e che attualmente vive e lavora a Nizza.

Che percezione abbiamo del rischio di un determinato fenomeno? Qual è la percezione del coronavirus? Qualche anno fa un pianificatore dell’emergenza vesuviana mi chiese la percentuale di fatalisti intorno al vulcano napoletano; gli risposi che era un dato impossibile e inutile, perché una scala del fatalismo o della consapevolezza non esiste (quando comincia il fatalismo? come si stabilisce se si è consapevoli?), e non può esistere perché quei dati cambiano di continuo e rapidamente. Quella richiesta mi fece pensare all’espressione “psicologia dei popoli”, che è un non-senso, un arcaismo che oggi racconta di chi la usa, non di chi eventualmente ne è oggetto. È per questa ragione che nei miei testi uso “elaborazione sociale del rischio” e non “percezione del rischio”: per distanziarmi dagli psicologismi più spinti e per sottolineare la sua natura collettiva e non (esclusivamente) individuale.

Ma siccome abbiamo necessità di essere pragmatici, intorno al Vesuvio si crede o no alla futura eruzione? Ebbene, nonostante un po’ ovunque si legga e si ascolti che gli abitanti del vulcano sono “insensibili al rischio” (cit. un ex capo della Protezione Civile), la mia risposta è sempre sì: tutti i vesuviani sanno che avverrà un’eruzione, probabilmente piuttosto forte, ma al contempo ritengono che quell’esplosione sia lontana o, al limite, affrontabile grazie al monitoraggio scientifico che permetterà di evacuare con un certo anticipo. È un’illusione? Probabile, ma d’altra parte viene sempre ripetuto che il Vesuvio è sì “il vulcano più pericoloso del mondo”, ma anche quello “più monitorato” sul pianeta, giusto? Ecco, dunque, che residenti e amministratori rimandano la vera assunzione di responsabilità, usando varie strategie di coping per allontanare il pensiero della fine.

Ma con la pandemia? Covid19 non è un evento ipotetico, al contrario è qualcosa che ci sta stravolgendo la vita da quasi un anno. Osservare questa crisi sanitaria nel suo intero processo, finora, è rivelatore di come cambi l’elaborazione sociale di un rischio (o di un disastro). Quello di rischio è un concetto sociale, storico e gerarchico, cioè dipende dall’interazione tra i singoli e la collettività, dall’intersezione tra gli ecosistemi ambientale, tecnologico e sociale; dipende dal momento, ossia dagli eventi contingenti, ma anche da varie forme di potere (politico ovviamente, ma anche mediatico e scientifico); dipende dalle priorità che ci diamo, come pure dal peso sociale di chi ne parla. A gennaio e febbraio solo alcuni in Italia e in Europa colsero l’entità di quel che stava per avvenire (ricordo ancora una discussione con una naturopata che invitava a bere succo di arancia per potenziare il sistema immunitario contro l’influenza proveniente da Wuhan), poi nel nostro continente l’Italia ha capito prima di tutti – a proprie spese – e gli italiani sono stati consapevoli della necessità del confinamento (anche qui: ricordo bene quando, da italiani in Francia, guardavamo stupiti e angosciati la leggerezza dell’Hexagone). Ma cosa capimmo come italiani? Capimmo che, prima ancora della necessità di fermare o rallentare la propagazione del coronavirus, dovevamo evitare il collasso del sistema sanitario nazionale. E, infatti, tutti abbiamo presente le canzoni e gli applausi dai balconi rivolti al personale sanitario, le foto dei loro volti stravolti di fatica, la riconoscenza collettiva per i loro sacrifici di settimane e settimane. Eppure anche quel grande slancio solidale non era unanime, perché di tanto in tanto qualcuno minacciava un dottore o un infermiere, lo trattava da untore, gli intimava di trasferirsi in un altro palazzo e così via. C’erano vari piccoli segnali che indicavano la compresenza di sentimenti (approcci, percezioni) diversi, come i “riti clandestini” effettuati da alcune comunità o le richieste di apertura delle chiese per Pasqua ad opera di determinati ambienti politici; cominciavano, cioè, a emergere dubbi, fastidi, narrazioni alternative via via sempre meno isolate, fino a diventare manifestazioni di piazza durante la fine dell’estate. Favorite da determinati politici, scienziati, esperti e figure mediatiche, si sono progressivamente fatte largo altre “verità”: alcuni hanno insistito sul fastidio della mascherina (“non fa circolare l’aria, produce gas nocivi, è un simbolo di sottomissione…”), altri hanno si sono spinti a usare una locuzione eclatante come “dittatura sanitaria” (nonostante non se ne colga bene il senso), altri ancora hanno continuato a ripetere che “è solo un’influenza” o che “il virus è clinicamente morto”. La riapertura estiva del Paese ha portato ad un generale rilassamento e ad un diffuso abbassamento della soglia di attenzione: l’elaborazione sociale della pandemia era cambiata, gli scetticismi erano aumentati, diventando filoni discorsivi, dunque pratiche. Ci sono stati cortei, petizioni, contro-informazioni, narcisismi televisivi, sciatteria della stampa professionale, fino a produzioni indipendenti di film (da giorni in Francia si dibatte su un “documentario” cospirazionista, realizzato con un crowdfunding di migliaia di persone, che sta ulteriormente inquinando l’ecosistema, usando l’autorevolezza di scienziati ormai screditati o di pseudo-scienziati, come una profiler imbarazzante che si esibisce in una performance di fisiognomica che neanche nell’Ottocento). Insomma, le crepe si sono allargate ed espanse, la nuova coscienza collettiva planetaria che qualcuno, sicuramente con ingenuità, sperava potesse formarsi è irrimediabilmente naufragata senza in realtà mai esistere davvero; così da un lato è continuata la frammentazione già in atto a causa del patogeno e, dall’altro, sono avvenute aggregazioni sorprendenti: estremisti d’ogni colore (dal neofascista Fiore al comunista Rizzo) hanno marciato dietro gli stessi slogan “per la liberazione”, la stampa ha appiccicato l’etichetta di negazionismo a una galassia di atteggiamenti discutibili, ma a volte piuttosto diversi, offuscando una complessità che, invece, va svelata e analizzata. Con l’annuncio di un possibile vaccino, poi, sono avvenuti ulteriori distinguo, sebbene quasi sempre con i medesimi argomenti degli ultimi anni, ossia di avversione verso le temutissime lobby farmaceutiche o usando il principio scientifico del dubbio per presentare studi “alternativi”, ma senza alcun rilievo.

Dunque qual è la percezione collettiva di Covid-19? Come vedete, dipende. Dipende dal chi, dal quando, dal dove; e non è una questione (solo) di individui, ma di gruppi che spesso scotomizzano: allontanano da sé il pensiero angosciante, trovano giustificazioni al proprio agire o al proprio non agire, rifuggono la complessità cercando spiegazioni più abbordabili. Mesi fa scrissi un post in cui spiegavo perché le donne temono (o temevano) di più la pandemia: non perché “mamme”, come scrisse un editorialista sul CorSera, ma per vulnerabilità sociale.

Alcune settimane fa un mio contatto fb ha proposto l’isolamento degli anziani; una cosa assurda che, tuttavia, ha ricevuto un sacco di like. Vi starete domandando se osservo il mondo attraverso fb. Beh, sì, anche con fb. Questo non è un mondo parallelo, ma un pezzo del mondo, è uno spazio in cui ci raccontiamo e – talvolta – discutiamo idee, quindi è assolutamente reale. E infatti poi l’idea di isolare gli anziani è diventata un’ipotesi politica dibattuta a livello nazionale: ricordate Toti e i vecchi improduttivi?

Negli ultimi giorni, invece, ho letto l’articolo di un sedicente antropologo che elogia il “diritto alla malattia”, portando avanti un’argomentazione che resta sempre sul piano individuale, senza mai cogliere la dimensione collettiva di quanto sta accadendo: in una pandemia il singolo conta, ma per una ragione precisa, perché la sua malattia è potenzialmente (e concretamente) una questione più ampia, che riguarda i suoi prossimi, ma anche il sistema sanitario generale. In questo senso no, non c’è un “diritto alla malattia”: se ti ammali, rischi di uccidere qualcun altro più fragile di te.

Ancora, ieri un consigliere comunale di Nizza, un ecologista eletto con l’onda verde delle scorse elezioni municipali, ha twittato il seguente quesito: “Se il 99% dei positivi guarisce, a che serve il vaccino?”. Questo rappresentante del popolo non sa la differenza tra guarigione e prevenzione, non sa che il vaccino è una protezione, non una cura; è una barriera per salvaguardare i più fragili. E poi ignora la matematica, perché non sa che l’1% di un numero enorme è anch’esso un numero enorme: ieri in Francia il totale di morti da coronavirus era 43800 (solo l’1%, no?) (inoltre in realtà è il 2,4% del milione e 800mila positivi francesi).

Infine, mi è passato sotto il naso il post di un fotografo con decine di migliaia di follower che spiega come “gli studiati” siano i più integrati, ossia i “servi del sistema”, dunque i veri destinatari della propaganda, coloro che si adeguano. Il testo ha ricevuto like e condivisioni di centinaia di persone, compresi alcuni miei contatti, pur veicolando, nei fatti, un’unica idea: la cultura è aberrante, mentre invece quant’è bella la spontaneità, l’intuizione, l’improvvisazione e il saltellare felici tra i campi di grano. Questo principio anti-intellettuale è comune a tutti i regimi illiberali, arrivando talvolta addirittura a bruciare montagne di libri in piazza. Costoro ritengono che “pensiero critico” sia il sospetto costante, non il dubbio costante (anche di se stessi) che porta a studiare, a vagliare le fonti e a confrontare i dati; ritengono che sia sparare la prima idiozia che passi per la testa, che significhi urlare contro “il potere” o “il sistema”, senza capire cosa siano il potere e il sistema.

E infine ci sono certi scienziati o una certa visione della scienza, che poi è il motivo per cui ho scritto questo lungo post. In una trasmissione televisiva italiana una neuroscienziata ha sostanzialmente detto che i “negazionisti” sono malati, ricorrendo a un neuro-determinismo che contribuisce a diffondere stigma e ad attribuire etichette mediche a fenomeni che invece hanno importantissimi aspetti antropologici e sociali. Il principio è stato poi ribadito anche da un celebre filosofo che, in un’altra trasmissione televisiva, ha detto che “Il negazionismo è una forma di delirio e pazzia, e coi pazzi non si discute”; una spiegazione spuria che attribuisce una diagnosi psichiatrica o neurologica in tv, per di più ad un gruppo.

Con tutta evidenza, col passare dei mesi la “percezione del coronavirus” si è diversificata, fino moltiplicarsi (o frantumarsi) nell’attuale guerra a chi è più razionale e illuminato degli altri, o banalmente più complottista. Ciò significa che non esiste “una” percezione del rischio e che sia immutabile o una caratteristica culturale o, se non ci aggrada, una malattia, perché l’elaborazione sociale del rischio dipende da tantissimi fattori che vanno costantemente monitorati. Nel nostro caso, gli scetticismi sono cresciuti per due fattori principali: da un lato per l’inadeguata risposta politico-istituzionale (questo è vero pressoché in tutta Europa), perché si può giustificare l’iniziale impreparazione, ma non la seconda; dall’altro lato per una caratteristica della società occidentale contemporanea, che è ignorante nonostante i titoli di studio, ma è soprattutto individualista, egoista ed egoriferita. Durante un disastro potrebbe sembrare normale salvare innanzitutto se stessi e la propria cerchia, ma non durante una pandemia, dove la salvezza è solo collettiva o non è; per cui ritengo che intervenga qualcosa di più strutturale (e di cui difficilmente si potrà invertire la tendenza) perché costruito in decenni attraverso l’esasperazione dell’individualità e della concorrenza di una società di indispensabili e immortali.

 

 

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