La scomparsa delle orchidee dal paesaggio alpino

Le orchidee sono uno dei gruppi di piante più numerosi eppure più minacciati al mondo, sono circa un’ottantina le specie diverse di orchidee che popolano le nostre Alpi. Alcune di queste piante sono estremamente rare e strettamente associate ad ambienti incontaminati, oltre ad aver evoluto nel corso dei millenni complesse simbiosi con funghi mutualistici e insetti impollinatori che hanno affascinato centinaia di ricercatori e appassionati di flora. Sulla rivista internazionale “Nature Communications” è stato pubblicato uno studio realizzato da un team di ricercatori dell’Università di Padova, la ricerca è nata da una collaborazione tra il professor Lorenzo Marini e la dottoranda Costanza Geppert, del Dipartimento di Agronomia, animali, alimenti, risorse naturali e ambiente dell’Università di Padova, con i botanici Giorgio Perazza, Alessio Bertolli e Filippo Prosser del Museo Civico di Rovereto. “Il nostro studio dimostra che oggi sulle Alpi si trovano molte meno orchidee rispetto a trent’anni fa – spiega Lorenzo Marini -. Alcune popolazioni si sono estinte, altre, prima numerose, sono oramai ridotte a pochi individui. Questa diminuzione non è affatto casuale. Il paesaggio alpino ha subito importanti trasformazioni negli ultimi anni: a valle sono aumentate le aree urbane e l’agricoltura si è intensificata, mentre a quote più alte vengono abbandonati quei prati semi-naturali che non sono sfruttabili da una agricoltura sempre più intensiva. Dallo studio è emerso chiaramente come questi cambiamenti stiano privando le orchidee dei loro habitat e le stiano portando a ridurre in modo consistente le loro popolazioni. Un’eccezione rassicurante è quella delle orchidee tipiche di ambienti umidi che negli ultimi trent’anni non sembrano essere diminuite, probabilmente perché quasi tutte le zone umide si trovano all’interno di aree protette».
Ma non è solo trasformando il paesaggio che l’uomo minaccia le popolazioni di orchidee. Il cambiamento climatico ha fatto sì che al margine più caldo della loro distribuzione le orchidee siano sottoposte a temperature troppo alte per la loro sopravvivenza. Alcune specie sono costrette a migrare a quote più alte, dove la temperatura è più fredda. Solo le orchidee più flessibili sono in grado di scalare le montagne alla ricerca di condizioni termiche più favorevoli, ma la stragrande maggioranza non riesce a stare al passo con l’innalzamento della temperatura. Infatti, proprio perché le orchidee sono specializzate in habitat ormai sempre più rari, non tutte le specie trovano gli ambienti adatti lungo il gradiente di altitudine e, di conseguenza, restano bloccate lì dove la temperatura si alza. “Per proteggere le orchidee alpine non ci si può concentrare solo sul cambiamento climatico o solo sulla trasformazione del paesaggio – dice Costanza Geppert -. È essenziale offrire alle specie di orchidee la possibilità di reagire all’innalzamento di temperatura salvaguardando da fondo valle fino alle quote più elevate i loro habitat, arrestandone la trasformazione in coltivi, piste da sci o zone urbane“. Ci chiediamo, noi che abitiamo i Monti Lattari, Antiappennimo campano, cosa stia accadendo alle popolazione delle orchidee autoctone. Penso all’Ophrysholosericeasubsp. parvimaculata, alla Neotinea tridentata e a quella maculata, alla Dactylorhiza maculata subsp. saccifera e alla Dactylorhiza sambucina che fino all’anno scorso era possibile incontrare ancora lungo i sentieri oggi che a causa del lockdown siamo costretti a rimanere a casa, come è giusto che sia, ci chiediamo cosa sia accaduto a queste Orchidacee, che oggettivamente rappresentano la cartina di tornasole dello stato di salute dei nostri ecosistemi naturali. Speriamo che anche l’Università di Napoli si attivi con i suoi ricercatori al fine di monitorare la condizione della popolazione di queste piante straordinare.

Approfondimento: The fate of Alpine orchids in a changing world, di Costanza Geppert e Lorenzo Marini

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