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Premio Penisola Sorrentina – Incontro con Peppe Servillo un artista che sa parlare al cuore. foto

Sorrento – Stasera prima di recarmi al Teatro Tasso per assistere alla XXV edizione del “Premio Penisola Sorrentina Arturo Esposito”, evento culturale che ha da sempre nell’ottimo Mario Esposito un direttore artistico impeccabile e appassionato, mi fermo a scambiare quattro chiacchiere con un padre preoccupato per la figlia adolescente, le restrizioni per combattere il contagio da covid-19, si teme possano entrare in vigore a breve, e potrebbero sancire la fine degli spostamenti liberi, a meno della compilazione della famigerata autocertificazione per motivi di lavoro o di salute, tra Comune e Comune, non solo tra province com’è già in vigore in questo momento in Campania. Il genitore è preoccupato per la figlia che non potrà vedere il fidanzatino; mi fa tenerezza quest’uomo, penso che effettivamente i tempi sono cambiati, un padre al giorno d’oggi che si preoccupa della felicità sentimentale della figlia? Chi l’avrebbe mai detto? Vi sarete certamente chiesti se davanti a una situazione cosi drammatica come la pandemia da coronavirus, fosse stato opportuno da parte mia, il perdermi in simili sciocchezze. Beh, mi sto recando a teatro, ciò vuol dire che sono un uomo con i piedi ben piantati fra le nuvole (Ennio Flaiano). Ma torniamo ai sentimenti, sul palco quando entro, in ritardissimo, c’è uno dei miei miti preferiti della canzone italiana, Peppe Servillo. Il Maestro canta “Uocchie c’arraggiunate” di Alfredo Falcone Fieni, accompagnato al piano dal grande jazzista Danilo Rea. La classe, lo stile, la passione che mette Peppe Servillo nella sua interpretazione ti lascia immaginare l’avvocato Falcone Fieni, giovanissimo sbarbatello ai primi del Novecento, seduto sui sacchi di caffè nel retrobottega del “Caffè Croce di Savoia”, all’angolo del Teatro Augusteo, con altri poeti, musicisti e sognatori come lui a inventare canzoni per i loro amori, come la Concetta di cui lui, giovane avvocato, è profondamente innamorato. “Concettina” con ‘st’uocchie ca tiene, belle, / Lucente cchiù d’ ‘e stelle, / Sò nire cchiù d’ ‘o nniro / Sò comm’ a dduje suspire. Nel teatro Tasso, che le restrizioni hanno reso mezzo vuoto, dove gli spettatori sono distanti gli uni dagli altri più di un metro, questi versi d’amore fugano per un attimo le preoccupazioni per il futuro, riempiono di sentimenti le sedute vuote. Peppe Servillo non è nuovo a simili magie, l’ha fatto con la sua Piccola Orchestra Avion Travel vincendo Sanremo nel 2000 con “Sentimento”, e lo ricordo ancora in “Passione” di John Turturro, dove cantò magistralmente “Era de maggio” di Salvatore Di Giacomo, ancora una canzone dove due innamorati si dicono addio, ma si ripromettono un nuovo incontro a maggio. Mario Esposito alla fine della serata cita Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”. Sì, la bellezza lo salverà a patto che restiamo in vita. Non lasciamoci sopraffare dalla paura. Non lasciamoci incattivire dall’egoismo. Restiamo umani. Anche per questo non abbandoniamo attori, musicisti e ballerini che tra le categorie che il coronavirus ha lasciato “senza fiato” sono quella forse che ha mostrato anche tanta dignità. Abbiamo bisogno del pane e delle rose, lo scriveva un filosofo tanti anni fa. La seconda ondata è cominciata, non lasciamoci abbattere: Sul mare luccica la nostra barca/tesa nel vento il suo nome è sentimento/stella d’argento sono contento tu mi hai portato nella mano in cima al mondo/stiamo a vedere … cosa succederà. Arrivederci Peppe, arrivederci apresto a tutti gli artisti, nei teatri e nei cinema festeggeremo come solo l’arte sa fare la vittoria su quello che giustamente una madre di fronte alla propria bambina positiva al covid ha definito: un mostro.
di Luigi De Rosa

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