Napoli, baby rapinatore ucciso dalla polizia. I genitori: “Vogliamo la verità”

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Napoli, la madre del baby rapinatore ucciso si sfoga: “Voglio la verità“. Aveva ottenuto la messa alla prova, dopo essere stato arrestato in un blitz antidroga messo a segno a casa di un boss del narcotraffico dei Quartieri Spagnoli. Lo riporta il giornalista Leonardo Del Gaudio in un articolo de Il Mattino. Aveva dosi di cocaina in tasca, ed era finito in una comunità di recupero. Una volta dinanzi ai giudici, però, aveva ottenuto la messa alla prova, un istituto che si basa su una sorta di compromesso: aveva ammesso le proprie responsabilità per la storia della droga, ma aveva ottenuto il permesso di lasciare la comunità, per intraprendere un percorso formativo, di lavoro e di riabilitazione.

E lo ricordano così i genitori, come un «ragazzino fortemente desideroso di lasciare Napoli in vista di un futuro diverso». Fatto sta che, sulla morte del 17enne Luigi Caiafa, si leva la voce della mamma, di Anna Elia, che – tramite il suo legale, il penalista napoletano Giuseppe De Gregorio – si rivolge alla magistratura e alle istituzioni: «Chiedo verità e giustizia sulla morte di mio figlio, voglio sapere come e perché è stato ammazzato». Domenica di sangue e dolore per Ciro e Anna, i genitori di Luigi. Sono le nove del mattino, quando Anna si reca in obitorio, per il riconoscimento del figlio: «Solo cinque ore dopo la morte di Luigi abbiamo avuto la notizia ufficiale, perché tutto questo tempo?», è la domanda che si fanno ora in famiglia.

Ma chi era il rapinatore ammazzato? Torniamo alla storia del blitz antidroga e della messa alla prova. Ad ottobre del 2019 l’arresto, il minore finisce in comunità. Tra aprile e giugno scorsi, prende quota il procedimento che consente a Luigi di tornare libero, con il via libera del giudice minorile. Ma che vita conduceva il babyrapinatore? Spiega don Antonio Carbone, sacerdote della comunità di minori di Torre Annunziata gestita dai padri salesiani, dove Luigi era stato ospite prima in regime di custodia cautelare poi per la messa alla prova: «Lo ricordo quando mostrando un sincero spirito di sacrificio volle imparare il mestiere del pizzaiolo; lo ricordo quando durante i mesi di lockdown, tre giorni a settimana, insieme ad altri ragazzi, preparava le pizze da portare a famiglie disagiate, lo ricordo piangere perché in quei mesi non poteva vedere la sua famiglia in quanto ancora ristretto, lo ricordo la domenica a messa con sguardo rivolto verso il basso quando durante l’omelia si parlava di vita bella alla quale ci chiama Gesù più che di bella vita o malavita».

L’ ultimo incontro con il ragazzo – afferma il padre salesiano – «10 giorni fa, dove mi dicevi con sguardo poco convinto don Antò tutto bene…». Parole poco convinte, sguardo abbassato, secondo la testimonianza del suo tutore. Fatto sta che l’esperienza di vita di Luigi Caiafa basterebbe da sola ad alimentare dubbi sull’istituto della messa alla prova. Proviamo ad incrociare le testimonianze. Secondo quanto raccontato dai genitori, il ragazzo lavorava fino alle 23 in una pizzeria dei Quartieri spagnoli. Diverso invece quanto emerge dalla versione ufficiale diramata nella mattinata di ieri, da cui emerge che Luigi Caiafa stava consumando una rapina a mano armata assieme a Ciro De Tommaso, figlio dell’ex narcostrafficante Gennaro De Tommaso.

Che ci facevano quei due alle 4 del mattino, in sella a uno scooter rubato? E chi dei due impugnava un’arma caricata a salve? Domande decisive nel corso del processo sulla tentata rapina a carico di tre ragazzi che avevano da poco parcheggiato la propria Classe A3, ma anche sulla morte di Luigi Caiafa, a carico del poliziotto che ha sparato. Stando alla versione di alcuni parenti del ragazzo ucciso (riportata ieri da Fanpage), non è detto che Luigi stesse facendo una rapina. Anzi: assieme al conoscente Ciro, si sarebbe avvicinato ad alcuni conoscenti della zona, che avevano da poco parcheggiato l’auto. Versione poco credibile, dal momento che il Piaggio Liberty in sella al quale si muovevano Luigi e Ciro era stato rubato all’inizio di settembre a Forcella, anche alla luce del fatto che uno dei due rapinatori in erba aveva saldamente tra le mani una pistola senza tappo rosso. Sono i tanti tasselli dell’indagine che ruota attorno al dolore per la morte di un 17enne, al lavoro di una pattuglia di falchi (che non hanno esitato a sventare una rapina alle quattro del mattino), ma anche attorno all’appello di una madre: diteci la verità sulla morte di mio figlio, perché non mi hanno avvertito subito? Avevamo il diritto di abbracciarlo un attimo dopo gli spari.

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