Capri: chiuso l’ufficio del giudice di pace dopo la morte dell’unico dipendente. E’ protesta

Capri: l’isola azzurra perde, almeno provvisoriamente, il suo ufficio del giudice di pace. Con l’improvvisa morte dell’unico dipendente in servizio stabile nell’ufficio, la presidente del Tribunale di Napoli, Elisabetta Garzo, ha disposto che fino al 31 dicembre 2021 le udienze saranno celebrate sulla terraferma.

Con una serie di conseguenti disagi per i cittadini, che avrebbero auspicato l’invio di nuovo personale di cancelleria dell’isola, e che ora saranno costretti a sobbarcarsi il viaggio nella città capoluogo. Sul caso è attesa in queste ore un’azione congiunta dei due Comuni isolani, Capri e Anacapri.

Intanto, monta la protesta, riporta La Repubblica. “Siamo veramente allibiti” – denuncia Teodorico Boniello, delegato caprese dell’Unione Nazionali Consumatori – “La decisione di trasferire le funzioni dell’ufficio del giudice di pace di Capri a Napoli è inaccettabile. Non solo a danno degli operatori della giustizia che si vedrebbero costretti ad andare a Napoli per contenziosi di poco valore, ma anche per tanti cittadini che non possono ricorrere a servizi minimi ed essenziali, come un certificato di carichi pendenti o casellario giudiziario. Ci opponiamo fermamente – continua Boniello – a questa decisione che sarebbe provvisoria ma che temiamo diventi definitiva e che risulta illegittima ed in violazione dei diritti costituzionali dei cittadini capresi, ancora una volta vittime di provvedimenti che dimenticano i problemi legati all’insularità”.

Sulla vicenda interviene anche Roberto Bozzaotre, capogruppo consiliare di CapriVera, che ha inviato una nota al sindaco Marino Lembo esternando la preoccupazione per “l’eventualità che tale decisione oggi dichiarata come provvisoria possa col tempo diventare definitiva, visti i costi di sicuro superiori che devono essere affrontati per mantenere in attività l’ufficio di Capri”. Bozzaotre parla di “decisione molto grave e scelta pregiudizievole nei confronti dei cittadini capresi, che sarebbero costretti a sostenere costi più elevati per la tutela dei propri diritti e che si vedrebbero quindi privati di un diritto che è costituzionalmente garantito”.

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