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Sant’Agnello – Maltrattamento animali, dalla Sindrome di Noè a quella di Münchausen, tutto quello che c’è da sapere. foto

Sant’Agnello (NA) Il 28 settembre del 2019 registravamo la triste vicenda di 25 cani tenuti in un appartamento da una 63enne che provocò la rivolta indignata di molti animalisti perché i cani versavano in cattive condizioni igienico sanitarie, il conseguente intervento delle Forze dell’Ordine e quello dei responsabili dell’Asl competente permise il recupero dei 25 cani. In questa sede ci preme accendere i riflettori sulla malattia che in psichiatria è rubricata con la dicitura “Sindrome di Noè”, gli americani invece la chiamano “animal hoarding“. Si tratta di un fenomeno non più così raro che somiglia a quello degli “accumulatori seriali“, ma in questo caso l’accumulatore in questione non raccoglie oggetti, ma animali. I casi denunciati sono la punta dell’iceberg di quello che sembra agli esperti un problema ben più diffuso ma relativamente facile da nascondere, dato che coinvolge persone che vivono in una situazione di grave isolamento sociale. Si tratta dunque di persone malate, che hanno bisogno di cure, non di streghe da linciare! Le proteste condotte in modo civile sono sacrosante, se sfociano esse stesse in violenza: no. E’ lo Stato con i suoi rappresentanti che è tenuto a rispondere in modo chiaro, rapido e inequivocabile a queste criticità per il bene degli animali e delle persone prigioniere di sofferenza psichica: nessun altro. Secondo una ricerca statunitense condotta dal dottor Gary Patronek* alla fine degli anni Novanta, i bersagli dell’accumulatore sarebbero principalmente i gatti, seguiti dai cani, mentre solo in piccoli numeri animali da fattoria o esotici. I suoi dati hanno rivelato che su 54 accumulatori il 76% era di sesso femminile e quasi il 50% superava i sessant’anni, mentre solo l’11% era più giovane dei 40 anni. In quell’occasione si registrarono anche rarissimi casi di accumulatori di animali che vivevano in famiglia con bambini, ma per più del 70% queste persone vivevano sole, erano vedove o divorziate. La media di animali detenuti: 39 per ogni caso di accumulo. In quattro situazioni più gravi si sono registrati più di 100! Il disturbo da accumulo (DA), inserito nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders nella macrocategoria del Disturbo Ossessivo Compulsivo e correlati, è caratterizzato da un’incapacità del soggetto di liberarsi degli oggetti, anche se senza alcun valore, tanto che in molti casi si tratta di vera e propria immondizia. La difficoltà è dovuta al bisogno percepito di conservare oggetti e anche al disagio nell’atto di liberarsene. L’accumulo causa inevitabilmente una congestione della casa, con aggravamento delle condizioni igienico sanitarie.
La psichiatra Amanda Reinisch in “Understanding the human aspects of animal hoarding” (pubmed.ncbi.nlm.nih.gov) un accaparratore di animali è descritto come qualcuno che ha accumulato un gran numero di animali e che:
1) non riesce a fornire standard minimi di alimentazione, igiene e cure veterinarie;
2) non agisce sul deterioramento delle condizioni degli animali (comprese malattie, fame o morte) e sull’ambiente (sovraffollamento grave, condizioni estremamente insalubri);
3) spesso non è a conoscenza degli effetti negativi dell’accumulo sulla propria salute e benessere e su quella degli altri membri della famiglia. “Come nell’accumulo tradizionale anche in questo caso l’accumulatore non riesce a fermarsi dall’accumulare, lotta costantemente con la sua autostima e con la ricerca di uno scopo nella vita, riempie ogni minimo spazio fino a rendere inabitabile un’abitazione”.
L’animal hoarder tipo è una donna sola di mezza età o anziana. È disoccupata e, oltre a vivere sola, è una persona socialmente isolata con un basso livello di istruzione. Le ricerche mostrano che le donne rappresentano una percentuale che va dal 70 all’83% degli animal hoarder. In alcuni casi le ricerche hanno mostrato che il problema può riguardare persone con un elevato livello di istruzione e in grado di vivere una vera e propria doppia vita, senza far nascere sospetti in familiari e colleghi. Nel 2012 gli studiosi Frost e Steketee hanno definito tre possibili tipologie di animal hoarder che ancora oggi vengono utilizzate per classificare i casi:
Il caregiver. Accumula animali e se ne prende cura come fossero parte della famiglia, fino a quando non accade un evento spiacevole nella sua vita, come la morte del partner o la perdita del lavoro. A quel punto non è più in grado di occuparsene. In genere questo è il tipo di accumulatore che, per la sua situazione e le sue mancanze nei confronti degli animali, tende a minimizzare più che a inventare scuse.
Il salvatore. La sua è una vera e propria missione. Vuole salvare gli animali e crede di essere l’unico a poterlo fare. Questo è il tipo di accumulatore che non dà mai animali in adozione perché nessun altro potrà mai essere abbastanza per i “suoi” animali. Spesso la sua paura che gli animali muoiano o si trovino in difficoltà si traduce in una situazione di cattività molto spiccata dei suoi animali al fine di evitare che possano incorrere in qualche periodo. In genere questo accumulatore è integrato in una rete di animalisti che lo aiutano in quanto salvatore. Non è in grado di rifiutare le richieste di prendere in carico altri animali, ma col tempo il numero cresce e lui non riesce a garantire standard di benessere minimi.
Lo sfruttatore. Per lui gli animali sono solo un mezzo per raggiungere un guadagno economico. Non ha empatia, non è interessato agli animai e per questo non se ne cura. È un manipolatore, inventa scuse e giustificazioni false, può avere un aspetto credibile. Questo è il prototipo del gestore dei cosiddetti “canili lager”.
A questi studi aggiungiamo il saggio “Quel salvare che fa male scritto” di Ciro Troiano (criminologo, responsabile dell’Osservatorio Nazionale Zoomafia) per LAV, che pone l’accento su un aspetto poco approfondito ma potenzialmente rilevante nella Sindrome di Noè “è quello relativo al Disturbo Fittizio per procura, meglio conosciuto come Sindrome di Münchausen. Si tratta della produzione intenzionale di una patologia o della sua induzione in un soggetto passivo. Quando il soggetto passivo è un animale da compagnia si parla di Münchausen by pet ”. Chi soffre di questa sindrome induce una malattia o un infortunio alla vittima per farla credere malata. Si prende cura della persona, generando un muto rapporto di cure e “amore”. Come messo in luce da Patronek e Nathanson, anche se i percorsi verso l’animal hoarding possono essere differenti, gli animali sembrano, comunque, rappresentare il fulcro dei tentativi di riparare a delusioni e carenze nelle relazioni significative della storia della vita; chi, come gli animali, non può rifiutare la ‘cura’, può facilmente diventare prigioniero delle cure o, nel caso degli sfruttatori, uno strumento per appagare i propri bisogni. Gli animali, dunque, rappresentano la soluzione per appagare il desiderio di avere legami affettivi significativi, tenuto a freno dalla paura paralizzante di un rifiuto e di un abbandono da parte dell’uomo. Ci auguriamo che in Italia, come accade negli Stati Uniti, ci sia una maggiore attenzione su questa sindrome, sarebbe un bene per tutti, sia per gli animali che per le persone: prevenire. Ci rendiamo altresì conto che l’argomento è delicato e complesso, basti pensare al qui pro quo più facile da commettere in questi casi quello di confondere quella figura tipica delle nostre città la “gattara” che si prende cura dei felini senza tenerli prigionieri in casa, con un animal hoarder, ma la psichiatria odierna ha gli strumenti per non fare simili e gravi errori.
a cura di Luigi De Rosa

* http://animallawsource.org/animal-law-source-guest-speakers/gary-j-patronek/

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