Piano di Sorrento. Alla vigilia della solennità di San Michele Arcangelo Don Pasquale ci parla dell’Angelo del tramonto

Piano di Sorrento. Riportiamo le parole di Don Pasquale Irolla pronunciate nella Novena di San Michele, alla vigilia del giorno dedicato all’Arcangelo:

Siamo nella vigilia di San Michele, c’è aria di festa, la pioggia sta per finire, domani splenderà il sole. Siamo agli ultimi passi, spero con grande emozione. Questa sera abbiamo esposto sull’altare San Michelino, invitando i bambini. E’ bello che pian piano intravediamo il traguardo ed allo stesso tempo cresce dentro di noi la leggerezza della Grazia. Questa sera l’ultima puntata della Novena è sull’Angelo del tramonto. Nella Regola di San Benedetto, nel prologo, è scritto: “Correte finché avete la luce della vita perché non vi sorprendano le tenebre della morte”. E riecheggiando una parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni che dice similmente: “Camminate finché c’è la luce del giorno, poi viene la notte e non si può camminare più”. Allora correte. Questa sera voglio fare un elogio della corsa, perché tutti vanno di corsa; le mamme ed i papà, gli uomini e le donne, anche i bambini, gli adolescenti, i giovani. “Correte”, suggerisce San Benedetto a chi bussa alle porte del Monastero, a chi è entrato nella vita religiosa. Ed anche Gesù nel Vangelo di Giovanni, ancor prima, fa questo invito a correre. Che cosa significa? Vuol dire che se noi rallentiamo il passo, se noi camminiamo lentamente, se noi ci fermiamo, se noi stiamo nell’ozio, è chiaro che la morte ci sorprende come un ladro. E siamo impreparati, come una volta a scuola la paura di essere interrogati perché non avevamo studiato.

L’invito che riceviamo stasera è a camminare speditamente, a smetterla di dedicare poco tempo alla nostra crescita umana e spirituale, a metterci sulla via di Dio giorno dopo giorno e a non accontentarci di quel poco che basta, di quel poco che possa bastare a vincere una tentazione, a non cadere. O addirittura a quel poco che posso bastare per non andare alla deriva.

Sapete molto bene che nella vita e nella vita spirituale non riusciamo a vivere in un’aura mediocritas perché o corriamo speditamente o andiamo alla deriva. Non esiste una via di mezzo per cui io cammino sufficientemente, perché quand’anche noi fossimo convinti di questo prima o poi precipiteremo. Anche se sembra che ci sia una terza via in realtà o corriamo, ci sforziamo di correre, non ci accontentiamo per amore non per uno spirito di perfezione o per voler primeggiare. O noi la smettiamo di accontentarci, quindi osiamo un di più, con gli anni, lottando contro noi stessi ma avendo anche delle belle soddisfazioni, o noi cominciamo ad andare alla deriva. Quando la nostra vita è totalmente presa dalle faccende quotidiane restiamo impreparati perché viene l’Angelo del tramonto e noi non l’abbiamo atteso.

Quindi questa sera l’invito che riceviamo è innanzitutto a metterci speditamente in cammino. L’abbiamo voluto fare in questa Novena come ogni anno, cercando di accordarci, di ri-incontrarci in Basilica, per carburare per poi partire. In questi giorni, in questo tempo, è più difficile metterci speditamente in cammino per tante paure che abbiamo, per l’impossibilità che abbiamo di incontrarci tutti insieme. Abbiamo bisogno di uno sforzo in più, direi di un desiderio in più, in modo tale che riprendiamo la nostra vita tra le mani e la mettiamo sotto lo sguardo di Dio e ci mettiamo a correre. La corsa è il grande invito della vita spirituale perché chi corre è leggero. Se sei leggero corri. E quando noi cominciamo ad avanzare (ciò non toglie che restiamo dei peccatori, che cadiamo e ci rialziamo), nella misura in cui abbiamo dritto davanti a noi l’obiettivo, l’appuntamento con la morte ci fa sempre paura ma possiamo offrirla, guardarla questa paura, metterla nelle mani di Dio, cominciare a guardarla. Del resto siamo fortunati perché innanzitutto il dolore attraversa la nostra vita e la morte attraversa la nostra vita e le nostre famiglie. Quando noi abbiamo la morte nel cuore perché ci mancano le persone amate è una grazia in più a correre incontro a Dio, a non lasciarci distrarre, ad avere meno paura della morte perché sappiamo che ci verrà incontro, insieme con Gesù, una schiera di persone che ci hanno amato, a cui abbiamo voluto bene e che pertanto ci invitano a camminare e ad avere meno paura della morte.

Nella misura in cui ciascuno di noi ha nel cuore un cimitero con i propri cari, noi siamo in grazia di Dio perché quand’anche fossimo tentati di fermarci, di guardare altrove, la presenza nel cimitero e nel sacrario del cuore dei nostri cari ci invita a guardare occhi negli occhi in Dio. Allo stesso tempo anche la malattia attraversa la nostra vita, le nostre famiglie. Quando noi ci portiamo la malattia addosso viviamo giù la grazia di essere dei sopravvissuti. Chi vive bene? Chi si sente un sopravvissuto. Già tutti noi lo siamo per la pandemia in corso, già questa è una grazia che ci permette di guardare alla vita con gratitudine, al giorno che abbiamo vissuto baciando la terra, mettendoci prostrati con la faccia per terra. Tutto questo è un aiuto a guardare dalla prospettiva dell’eternità ed è l’opportunità che noi abbiamo per pregare l’Angelo del tramonto che è l’Arcangelo San Michele che è sempre stato venerato come colui che va incontro alle anime, le presenta a Dio. E’ questa la tradizione primitiva a cui poi si aggiunse la bilancia, cioè il pesare le anime. Ma in realtà è l’Angelo del tramonto che ci viene incontro ed oggi la presenza della statua di San Michelino e di alcuni bambini è un grande incoraggiamento. Noi siamo dei pellegrini in questa vita e possiamo lanciare alle generazioni che verranno un messaggio, da una riva all’altra. Sono i nostri figli che sono parte di noi, che sono frutto di amore e di sofferenza, sono le opere di bene che noi facciamo, è l’amore che noi versiamo, che ci permette di camminare in questa vita certamente con grande amore ma allo stesso tempo avendo fiducia che la mano di Gesù verrà ad accoglierci e che l’Angelo del tramonto, che è l’Arcangelo San Michele e che ci conosce molto bene, ci farà volare dritto in Paradiso.

Allora concludo per incoraggiarci. Scriviamo il nostro testamento, procuriamoci una nicchia, mettiamo da parte qualche soldino per il nostro funerale. A volte siamo bravi a dire: “Sì, io sto pensando alla morte”, però poi alla fine non abbiamo preparato le carte. Lasciamo qualcosa che faciliti i nostri figli a subentrare a noi, cerchiamo anche questi piccoli segni come lo scrivere un testamento essenziale, un testamento spirituale in cui ci consegniamo poche battute, in cui mettiamo a fuoco quello che abbiamo ricevuto e ciò che vogliamo trasmettere ai nostri figli ma anche l’opportunità di dividere già i nostri beni prima della morte così evitiamo tante separazioni tra fratelli e sorelle. Procuriamoci una nicchia nel cimitero, mettiamo a fuoco dove vogliamo andare, dove desidereremmo andare, cosa vorremmo scrivere sulla nostra lapide. Piccole cose precise ma che fatte con amore ci aiutano a vivere con maggiore leggerezza ed a consegnare la paura che noi abbiamo della morte.

L’ultima raccomandazione è quella di Teresa di Gesù Bambino che soffrì molto prima di morire e disse. “Non pensavo che si potesse soffrire tanto, però non me ne pento di aver offerto la mia vita a Dio perché l’ho fatto per la salvezza delle anime”. Tanti piccoli inconvenienti nella malattia e nel dolore, come l’ultimo di non poter fare la comunione perché impossibilitata a deglutire, lei disse: “Tutto è grazia”. Questa frase bellissima non sorge in un momento di alta forma spirituale. Soffriva ma intravedeva oltre. E le sue ultime parole: “Mio Dio ti amo”.

I Santi che hanno vissuto la loro morte con amore, come un atto di offerta, ma soprattutto i santi che hanno vissuto con amore la loro morte ci aiuteranno nell’ora della morte perché la morte resta il vero sacramento dell’incontro con Dio. Noi celebriamo i sacramenti, l’Eucarestia, il sacramento per eccellenza, ma non è ancora tutto, ci manca qualcosa, pur nella presenza reale è sempre velata. Invece nella morte ci sarà finalmente il faccia a faccia ed i frangenti della morte sono gli attimi più sacri della vita».

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